Fin dove arriva la mano, cogli. Finché puoi cogliere, arraffa. È per questo motivo che arrafferia malversa e sofolenta, verso de Il lonfo, suona così comprensibile alle tue orecchie italiane.

Fin da piccolo la saggezza popolare ti ha cullato e consigliato d’esser furbo, di osservare per cogliere le occasioni. Merce rara, per te che sei alla base della piramide. Chi si fa ingannare non è una vittima, bensì un ingenuo. Chi viaggia con un metaforico portafogli ben esposto, magari nella tasca posteriore dei pantaloni, non merita indulgenza. Al contrario, qualcuno deve impartirgli una lezione, ovverosia il giusto modo di stare al mondo. Di razzia in razzia – queste azioni si possono ammantare di aure romantiche e ribelli ma non per questo smettono di essere atteggiamenti nocivi – si accumula qualcosa, forse rispetto (traviato e facile da perdere), forse ricchezza (ma a quale costo umano?), forse soddisfazione (quale seme sboccerebbe in un terreno di immondizia?). Aumenta così il capitale a disposizione e si riproduce lo stereotipo secondo il quale basta essere smaliziati e spregiudicati per riuscire nella vita. La gentilezza è un vezzo da ricchi, da ipocriti e da idioti. La sincerità è l’arma sbeccata degli inermi oppure il marchingegno ben oliato dei bugiardi seriali. Così domina, si perpetua e figlia il fatti furbo. L’astuzia della volpe prende il posto della sapienza dei gufi e nel pollaio, come è prevedibile, non tira mai un’aria buona. L’ingiustizia prevale nel momento in cui non ti puoi più permettere di essere distratto. Quel che appare di nessuno potrebbe essere tuo. Non conta, non è importante, che il legittimo proprietario possa essere distante o inerme. Un’occasione è un’occasione, ti dicono da sempre, e non sfruttarla significa rimanere nel limo di una vita abbrutita dalla quale è impossibile uscire senza un poderoso colpo di reni oppure una salvifica corda lanciata da chissà dove. Del resto, il presente è incerto e il futuro lo è ancora di più. Il passato è fuori discussione. Sebbene vissuto, già appare come la memoria di qualcun altro. E poi, a esser franchi, con il ricordo di un buon pranzo non ci si sazia ora, ora che lo stomaco brontola e la vista si annebbia, facendosi pesante e sfocata. Che una mano in giacca e denti smaglianti ti offra un impiego, di poco conto certo, ma che ti prenderà tutta la giornata, è il minore dei mali. È il mezzo di promozione, forse la possibilità d’essere diverso, chissà, corretto. E di giorno in giorno, scopri che non sei stato messo a norma, che non ti pagano i contributi, che, in sostanza, lavori a nero per due spicci sui quali non hai la minima garanzia. Non pensi nemmeno al fatto che le tasse che non paghi dovrà compensarle qualcun altro. Un’altra persona, proprio come te, che non si merita di essere trattata da carcassa subalterna, che non ha alcun obbligo nei tuoi confronti, come tu non ne hai nei suoi. Eppure, altri copriranno la tua quota, che tu lo sappia o meno. Ma come puoi pensarci, quando dedicare tempo a questa consapevolezza, certo eticamente necessaria, moralmente ineludibile, se hai sulle spalle una mole di lavoro mal retribuito che stenderebbe l’asino più robusto? Anzi, forse, se il pensiero ti dovesse sfiorare, saresti infastidito dal fatto che, di sicuro, loro se la cavano male ma tu peggio e quindi, esclami, che non si lamentassero perdio. Ché poi, se devi dir tutto dillo fino in fondo, hai il mutuo a cui pensare, perché prima viene l’immobile e solo dopo la possibilità di muoversi nel mondo, e anche il posto fisso che, aspetta, a conti fatti non hai le licenze per ottenere. Allora, avevano ragione. La saggezza popolare non ti aveva mentito. Qui, se non ti ingegni, se non cogli e non arraffi, nessuno ti darà mai niente. C’è di più, anche l’impegno legittimo non viene compensato, come fidarsi quindi del prossimo in questa arena di gladiatori che competono per lo stesso ambito bottino? Aggirare il sistema e le regole. Questa è la soluzione. Farsi più furbo degli altri, a discapito di individui che mai conoscerai. Alla fine, c’è di peggio. Tu hai la rabbia degli ultimi dalla tua, la giusta collera dei dimenticati. Meriti quel che troverai nel piatto alla fine della giornata. Meriti antipasto, primo, secondo, contorno e dessert. Ed è quando varchi la soglia di casa, quando il mutuo ti ricorda che nulla t’appartiene davvero, quando nel piatto non sai mettere che due fette di pane e un po’ d’olio, che …

Per trovare una quadra decente è necessario considerare le necessità di tutti. Per risolvere un problema strutturale non basta scegliere una fazione e combattere affinché essa risulti vittoriosa. Il motivo è presto detto: tutti hanno le proprie ragioni e il male, quello vero, c’entra davvero poco con tutto il discorso. È una scusa che ci diciamo per dormire tranquilli la notte, come se fosse un brutto vizio che non ci compete e mai ci competerà. Se sottoposti a determinate circostanze non potremmo garantire l’irreprensibilità del nostro comportamento. Eppure, ancora una volta, è necessario aver presenti i bisogni di tutte le parti in gioco. L’unico modo per intervenire con efficacia è quello di agire globalmente senza settorializzare l’educazione, la cultura, i privilegi. Questo, ovviamente, se non si vuole fare il gioco di coloro che possono permettersi di uscire indenni anche da una guerra atomica. Bisogna adottare soluzioni lungimiranti, fermare la propria mano quando vorrebbe prendere un cinque oggi a differenza di un dieci domani. L’incertezza sistemica non si sconfigge accumulando scorte di fagioli nel proprio bunker oppure terminando la disponibilità di lievito, farina e carta igienica al primo squillo dell’allarme. Si sconfigge, forse, riconoscendo i propri piccoli illeciti, quelli d’ogni giorno, sentendosi peggiori per questo e decidere di migliorare.

Photo by Mika Baumeister

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