Il fenotipo di un individuo è l’insieme di caratteristiche che lo rendono tale: la morfologia del corpo, l’impatto che l’ambiente ha avuto sul suo sviluppo, i processi mentali che ne indirizzano il giudizio e l’espressione delle informazioni racchiuse nel genoma, una coloratissima (a detta dei libri di testo) doppia elica che, a leggerla perfettamente, forse ci saprebbe dire perché alcuni pensano che un frutto acido come l’ananas possa andare d’accordo con una pizza contenente latticini quali la mozzarella. Tuttavia, essendo un accanito detrattore del determinismo devo considerare l’ipotesi che no, la pizza con l’ananas non è una stortura genetica, bensì la sincera espressione di un gusto (sebbene discutibile).

La questione migratoria è all’ordine del giorno. Mi piacerebbe dire che ciò avviene non tanto per il bombardamento mediatico che riceviamo e che ci viene somministrato a suon di mirabolanti supercazzore da talk show in prima serata, ma per un sentimento puramente umano (si veda: compassione/bontà d’animo/decenza) che non può che sgorgare impetuoso di fronte all’aberrante spettacolo di un naufragio. Già l’idea di ergersi su di un piedistallo privilegiato (come ogni singola poltrona sulla quale adagiamo le nostre delicate natiche) mentre delle persone stipate, disperate, formalmente attaccate alla vita solo dalla speranza in un destino migliore, annaspano nel buio mare di una notte stellata, mi suscita la voglia di gettare il frigorifero dal terzo piano del palazzo. Ciononostante, in questa allegra rappresentazione, è impossibile rimanere inerti e indifferenti nei confronti del seguito della storia. Chi non ce la fa, muore. Chi ce la fa, invece, ha appena guadagnato con il sudore e il sangue (letterali) il biglietto per entrare nella fantomatica fabbrica di cioccolato di Willy Wonka. Sono tutti bambini ingenui e con tanto d’occhi quelli che, dopo aver lanciato l’estremo saluto ai compagni e una contumelia colorita ai propri aguzzini profumatamente pagati, si trovano tra le mani la targhetta dorata con su scritto il loro nome. Eppure, non è così semplice, non lo è mai. Sono approdati sulla terraferma, questo è vero, ma ci sono fiere peggiori delle onde e della mancanza di ossigeno nei polmoni. Questo significa inserirsi in un sistema farraginoso di burocrazie impersonali e distanti, estensioni di uno stato che, a ben vedere, dichiara esplicitamente di non voler avere a che fare con questa materia umana che, esteriormente, appare tanto diversa e, in quanto Altro, ributtante, pericolosa e temibile. Tra una sincera dimostrazione d’affetto, spesso dedicata da quel tale o quella talaltra che nella vita hanno composto il fioretto di salvare l’umanità laddove possibile a scapito di una propria vita sociale appagante e soddisfacente, e una cassa di pomodori da smistare in camion scuri e caldi come le fornaci di un campo di concentramento, l’itinerario del sopravvissuto si srotola tra l’insofferenza della popolazione locale e i ricordi di un paese natio lasciato alle spalle perché inabitabile ma, non per questo, dimenticabile con facilità. Nell’Eden costituito da questa grande Europa, unita solo nella bandiera e non nei fatti, il naufrago cerca la possibilità di riaffermare i propri diritti umani per ricordare al mondo intero che progresso non significa avere un robot aspirapolvere nello sgabuzzino bensì seminare il benessere come fosse mangime per piccioni. Purtuttavia l’accoglienza che riceve è fredda, per non dire ostile, e coloro che si occupano di lui hanno, sia ringraziato il Cielo, un incarico temporaneo che non li porta a condividere la sorte di chi è fuggito per necessità alla ventura. L’opinione pubblica, quella dell’Occidente bene, infarcito di slogan umanitari, camere multipartitiche, governi democratici legittimamente eletti e minimarket aperti h24, bercia nel megafono della piazza pubblica (reale quanto virtuale, online) l’imminente invasione di un popolo che ha tanto il nome della sua terra d’origine sebbene le due entità non possano che collimare in un grandissimo, didascalico e rocambolesco scherzo grottesco. Ride, il naufrago, mostrando i denti bianchi, quei denti che fanno paura ai cittadini per bene con il Colgate sbiancante nella busta della spesa, perché si sente vittima di una burla cosmica. Dovrebbero invadere chi? Come? Sostituire intere etnie? Colonizzare intere nazioni progredite? Vincere con la miseria la roccaforte del capitalismo globalizzato? Ma hanno capito o no che sono poveri diavoli alla ricerca della dignità, hanno capito o no che non si scappa per gioco dalle pareti di casa, che non è formativa l’esperienza di condannarsi al giogo dei lupi dalla parte degli agnelli? Tutti sanno tutto, in questo posto che scintilla e profuma di pizza, pasta e vino rosso. Tutti sanno tutto tra le scogliere irlandesi, le foreste tedesche, i mulini olandesi, i boulevards parigini e le sabbia danzatrice delle spiagge spagnole. Tutti sanno tutto, pensa il naufrago, ma nessuno sa un cazzo, a conti fatti. Oppure, e ciò sarebbe peggio di morire in mare, è costretto ad ammettere di aver affidato tutta la sua vita a un branco di idioti che si crogiola nella sicurezza spicciola di una contraddizione evidente quanto il sole alto nel cielo.

Che poi il razzismo, la fobia del diverso e l’insicurezza di fronte a ciò che è nuovo sono atteggiamenti intellettualmente concepibili. Il cervello umano è, in una certa misura, predisposto per sfruttare questi comportamenti come meccanismi di difesa. Il noto rassicura, quant’è vero che una bacca colta da un cespuglio mille volte non azzannerà la mano che la afferra all’occorrenza mille-e-uno, e l’ignoto, in questo caso magari un fungo sconosciuto dalle proprietà venefiche e la palette accattivante, rischia di danneggiare l’organismo. Ciononostante, siamo pienamente in grado di operare delle distinzioni cum grano salis e senza decidere di pancia del futuro di milioni di simili. Come se, tra l’altro, fosse facile oppure una scelta da prendere a cuor leggero. Volendo demolire l’intero concetto che sta alla base del razzismo si potrebbero sfruttare infiniti argomenti. Perché, e mi auguro lo sappiate, il razzismo è di una stupidita storico-scientifica ineguagliabile. Ogni etnia presente sul globo è il frutto del rimescolamento di tantissime popolazioni che, nel corso del tempo, si sono incontrate e scontrate. Anzi, a dirla tutta nel nostro DNA ci sono delle tracce che appartengono addirittura ad altre specie. Specie, inteso? Come l’homo neanderthalensis, per citare il più famoso. La purezza della razza, questo obbrobrio insensato ed egomaniaco, è un obiettivo impossibile per sua natura. E potremmo dirlo a tante persone. Ai russi che invadono l’Ucraina (il Principato di Kiev, detto anche Regno di Rus, fu fondato da Oleg il Saggio, uno svedese ante litteram, durante l’invasione europea dei Normanni). Agli italiani con le loro spremute d’arancio e la pizza (entrambe pietanze portate dagli Arabi, ma se ci mettiamo a elencare tutte le popolazioni che hanno vissuto, conquistato e popolato lo stivale finiremmo domani mattina). Agli indiani che sono il frutto dell’unione di un popolo indigeno e degli Arya (una popolazione europea che comprendeva celti, germani e slavi). Agli americani che sono il melting pot per eccellenza, figli di immigrati, rifugiati religiosi e politici e criminali (ammiccando verso la cara Australia). A te, singolo lettore, che se facessi un test del DNA ti renderesti conto di avere ascendenze mongole, ebraiche, angolane e chissà cos’altro.

Photo by Stephen Leonardi

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