In un mondo globalizzato è difficile immaginare di superare i confini di una realtà esotica e sconcertante. Non tanto perché sia impossibile concretamente raggiungere delle mete simili, bensì per il fatto che ne esistono sempre meno e, anche quelle di cui non si dovrebbe sapere niente, sono reperibili in ogni momento. È un vantaggio quello di conoscere superficialmente tutto il mondo, ci rende cosmopoliti, apre la mente e scioglie il rigidismo dei dogmi che trasciniamo con noi dall’alba dei tempi. Ciononostante, ogni medaglia ha il suo rovescio e, ne siamo testimoni, siamo i figli delle conseguenze di scelte poco lungimiranti. Quale è il valore della scoperta in un periodo che fagocita ogni piccolo brandello di particolarità regionale, culturale e sociale nell’era dei “verticalini” di TikTok e dell’essere umano diventato imprenditore di sé stesso?

Qualunque immagine ci viene offerta ha un vago retrogusto di già visto. Gli abitanti della costa reputano di conoscere la montagna per una settimana bianca del ’93 e una serie tv sui migliori sciatori della storia mentre, all’opposto ma similmente, un montanaro doc è sicuro di saper descrivere come le sue langhe le spiagge del litorale tirrenico per il semplice fatto di averci trascorso qualche vacanza estiva a cavallo di un ventennio. Seguendo lo stesso movimento antitetico, il campagnolo, la gente dell’entroterra, i continentali, si credono certi nel loro giudizio sulla vita in collina, nelle regioni fluviali e nelle isole. Il sovraccarico di informazioni, stimoli e nozioni slegate le une dalle altre ha creato un sostrato, quasi un velo, di sicurezza fittizia che nasconde la nostra completa ignoranza di tutto quello che non viviamo davvero. Quella di essere cittadini del villaggio globale è un’illusione, ma solo a metà. Ci sono elementi impossibili da negare, delle prove che testimoniano la provenienza lontana di molti oggetti, abitudini e comportamenti che usiamo come modelli. La maglietta con sopra disegnato l’eroe del proprio fumetto preferito (magari un manga giapponese) viene dalla Cina (e già questo, nei più deboli di cuore, dovrebbe suscitare del buon riso), i pantaloni dalla Thailandia (senza sapere che la zip proviene da un punto imprecisato dell’Indocina), la tazza very british dall’Australia e gli auricolari bluetooth da una fiorente azienda sudcoreana (che magari impiega manodopera filippina e, perché no, taiwanese, sudafricana, argentina e tedesca). Eppure, accettata la provenienza estera e distante di tutti questi prodotti che parlano della quotidianità del XXI secolo, cosa sappiamo effettivamente dei paesi da cui tutto questo bendiddio ci giunge? Se qualcuno ce lo chiedesse faccia a faccia affastelleremmo degli stereotipi tirati nel carrozzone della memoria lungo anni e anni di confusione babelica in pieno stile “ti indico la luna e tu guardi il dito”. La globalizzazione è un po’ come la democrazia, ti dà tutta l’impressione di essere parte di un grande sistema gioioso e funzionante che non può che dirigersi verso il benessere e la soddisfazione. Questo avviene se di entrambe si ha un’opinione piuttosto povera e svilente. Così come democrazia non significa governo del popolo, bensì governo del popolo istruito e beninformato, globalizzazione non significa mangiare all’all you can eat pagando il conto con una carta di credito statunitense.
Io, ad esempio, nella mia vita ho visto poche volte la neve. Una nevicata in corso, ancora meno volte. Il fenomeno mi affascina, tanto che Madonna di Campiglio mi sembra esotica quanto le tribù indigene dell’Amazzonia. Ecco perché nei film di Natale capisco la gioia nei confronti del bianco puro delle valli e degli alberi spruzzati di polistirolo. Purtuttavia, resta il fatto che la neve, io, non la conosco. Soprattutto non quella de Il paese delle nevi.

In un Giappone di metà secolo scorso, un viaggiatore si trova su un vagone diretto verso un villaggio sperduto tra le montagne. Il viaggio è lungo e la strada ferrata recente. Condivide lo spazio dello scompartimento con una ragazza e un uomo più anziano (che noi chiameremmo ragazzo, se non giovane adulto) e viene affascinato dalla voce melliflua, soave e cristallina della donna. Lei si prende cura dell’accompagnatore visibilmente malato con fare materno nonostante la giovane età. Il treno si ferma, si svolgono i convenevoli di rito e il protagonista torna nel paese delle nevi che di un nome proprio non ha bisogno. Lì, lo attende una geisha, una ragazza poco meno che ventenne, innamoratasi di questo viaggiatore proveniente da Tokyo nel poco tempo a sua disposizione quando lo incontrò la prima volta, in un passato indeterminato che potrebbe esser lungo anni e son solo mesi. È l’incipit di questo romanzo senza capitoli, ma potrebbe essere considerata con schiettezza la sinossi di tutta l’opera.
Nel corso della narrazione viene approfondito il rapporto tra Shimamura e Komako in due parti che corrispondono a due diversi soggiorni dell’uomo presso il paese delle nevi. Lei è giovane, vitale, irrequieta. Solare e rinfrescante come una giornata primaverile, chiusa e algida come lo strato di ghiaccio che sigilla certi laghi d’inverno. Lui è irresoluto, indolente, inerte. È una brava persona ma in senso alquanto vago, ha degli interessi artistici e culturali che lo elevano sullo sfondo di una realtà tessile e contadina ed è costantemente sul punto di prendere una decisione che poi accantona e di animarsi di quel pensiero che potrebbe cambiargli la vita e, infine, non si palesa proprio sul più bello. Di fatti eclatanti non ne accadono, fatta eccezione per un evento sul finale che non ho il cuore di svelare, anzi, i fatti sono subordinati ai piccoli gesti, alle interazioni spicciole e al tempo scandito dalla montagna più che dalla penna dello scrittore. È una storia profondamente reticente e malinconica, come lo sono quasi tutte le narrazioni giapponesi di un certo periodo e, mi verrebbe da dire, squisitamente identitarie di tutto un popolo, all’interno di cui si svolge una vicenda dall’importanza tanto marginale da sparire al confronto con l’immutabile panorama montano. Il luogo privilegiato dell’incontro tra i due è la stanza d’albergo occupata da Shimamura. Komako entra ed esce da questo luogo piuttosto angusto con la leggerezza di una libellula e la pesantezza di un macigno. Trascina con sé la tempesta che la anima e i fumi dell’alcol che è costretta a sorbire nel suo mestiere. E, mentre sembra evaporare la sua chiarezza mentale, riesce a perdersi tra le braccia del viaggiatore di Tokyo ora bendisposto, ora irretito da una tarma morta che dalla parete di carta si stacca e cade giù, lentamente, inesorabilmente. La scrittura è semplice, ma ispirata. Il filo del discorso è intermittente, a volte sembra tranciarsi di netto solo per riprendere da un punto successivo nascondendo quel che è stato nel mezzo. Ed è così che vanno trattati i pochi personaggi dell’opera. Il lettore capisce (sa, nel caso in cui conosca le peculiarità della letteratura giapponese) che essi sono come fantasmi con un corpo e non viceversa. Li vede agire per poi scomparire, temendo di non vederli più tornare in scena. La reperibilità viene messa in crisi ed è affascinante proprio in relazione alla nostra società odierna. Noi, volenti e nolenti, siamo costantemente rintracciabili. Diamo volontariamente notizia dei nostri spostamenti, dei nostri cambi di rotta e nelle nostre ritirate. Anzi, pensiamo che, senza rendere gli altri partecipi, è come se queste azioni fossero prive di senso. Ne Il paese delle nevi i personaggi parlano solo quando si trovano l’uno di fronte all’altra e di quel che rimane all’esterno non sanno niente. Cala l’oscurità quando l’altro non è presente, sebbene sia un’oscurità solo intravista, potenziale e non nociva. Il mondo va scoperto, esplorato, mappato. Niente e nessuno può sostituire l’indagine diretta, l’esperienza priva di mediazioni. Ed è così che, mentre due persone si trovano per poi perdersi, o viceversa?, la montagna con i suoi riflessi di ghiaccio e fuoco può solo arricchire lo scenario e la Via Lattea deve ruggire dentro Shimamura per la sua bellezza, quiete e inafferrabilità.

Photo by Jerry Zhang

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