La società medievale, e in buona parte anche quella moderna, era retta dalla teoria dei tre ordini. L’idea di suddividere in gruppi ben riconoscibili gli individui venne alle cariche ecclesiastiche che, intravedendo all’orizzonte i conflitti della lotta per le investiture, promossero una rigida schematizzazione della vita per arginare il dilagante disordine che intuivano nel prossimo futuro.
Sfruttando la sapienza di filosofi come Platone e la produzione dei Padri della Chiesa, legarono a doppio filo il dibattito sull’anima umana alle manifestazioni concrete di comportamenti, atteggiamenti e predisposizioni. Ecco che l’anima egemonica (meditativa, dedita alla cultura e alla trasmissione del sapere, autorevole in quanto saggia e distaccata, pur non essendo indifferente) diventò il corrispettivo della casta sacerdotale, gli oratores, l’anima irascibile (attiva e legata ai forti sentimenti, all’onore, al prestigio guerriero e all’amministrazione civile) della casta dei bellatores e, infine, l’anima concupiscibile (in qualche modo legata ai bisogni del ventre, più incline a seguire l’istinto naturale e a soddisfare nell’immediato i propri bisogni) dei laboratores. La società così pensata poteva essere facilmente ricondotta a norme di comportamento prevedibili, ciononostante, la rappresentava nelle sue istanze più particolari. Soprattutto in Francia i re convocarono gli Stati Generali in più occasioni per mettere alla prova la propria linea politica. Il voto dell’assemblea veniva espresso per ceto e non per testa (tra l’altro fu questo uno dei motivi che scatenarono la Rivoluzione Francese nel 1789) e ciò significava che l’alleanza dell’ordine clericale e di quello dei signori feudali laici spesso esautorava le richieste del Terzo Stato rendendolo una figura di contorno sebbene fosse quella che rappresentava la stragrande maggioranza della popolazione.
Ma dove voglio arrivare con questa digressione storica poco simpatica? Ad affermare con un esempio concreto quanto sia sbagliata un’idea che comunemente circola circa la detenzione del potere nelle società umane: ossia che i philosophes non hanno mai regnato e che ciò avverrà quando saremo pronti e abbastanza maturi collettivamente da supportarli con una forma di governo adeguata. In questa ottica emerge una contraddizione di fondo che mal si sposa con il buonsenso comune. Praticamente ogni stato o regno o impero, o qualsiasi denominazione vogliamo dare alle organizzazioni politiche che hanno governato le popolazioni della storia umana, si sono rette sulle leggi, le teorie e le conquiste del ceto intellettuale del tempo. Gli Egizi, senza una ricca produzione religiosa, monumentale, dottrinaria e legislativa, non sarebbero il popolo ricco e glorioso che tanto ammiriamo per la precisione balistica con la quale ha costruito il complesso delle Piramidi e la Sfinge. I Fenici non avrebbero conquistato tutto il mediterraneo con le loro imbarcazioni se qualcuno non le avesse perfezionate al punto da garantire il dominio dei mari. Roma, senza l’incredibile eredità etrusca, la passione smodata per i codici, le leggi e la razionalizzazione della vita comune, senza l’influenza determinante di filosofi, pensatori e teorici, sarebbe rimasta una piccola città latina di pastori dediti alla vita agreste e bucolica. E così via, su questa china possiamo tirare in ballo i bizantini (penso in particolare al Corpus Iuris Civilis di Giustiniano), i regni romano-barbarici (che delegarono gli incarichi amministrativi alla vecchia classe dirigente romana limitandosi a sfruttare tutte le risorse disponibili e a comporre le fila dell’esercito), ai mandarinati delle varie dinastie cinesi succedutesi nel corso dei millenni (in Cina, storicamente, sopravvivono le strutture “burocratiche” a scapito delle classi dirigenti, sostituite o cacciate con la forza da invasori e rivoluzioni), all’importanza dei Veda e della tradizione orale nella rinascita del popolo indiano fuso ormai con gli Arya e così via, fino ad arrivare all’illuminismo, alle rivoluzioni industriali, a quella spaziale e, infine, a quella informatica prima, digitale ormai. Queste conquiste del pensiero non sono delle mere nozioni da manuale scolastico, bensì delle innovazioni che hanno trasformato e rivoluzionato la vita di miliardi di individui. Se non bastasse a convincervi si può anche trattare qualche elemento più immediato, sotto gli occhi di tutti. Tasse (d’ogni tipo, doganali, sugli immobili, sui generi alimentari, sui viaggi in nave, sul commercio), feste (nel senso più largo del termine: fiere mercantili e agricole, ricorrenze religiose, occasioni di svago aristocratico e popolano), lavori (innovazioni tecnologiche, basti pensare che la ruota è una tecnologia sconosciuta ai Maya nel XV secolo d.C.), tutto è fortemente influenzato dall’evoluzione della scienza e della filosofia (fino a qualche secolo fa viste come inscindibili), dalla tecnica e dalla speculazione astratta. Forse è improprio affermare che i philosopes hanno sempre governato la società, ma è anche facile rendersi conto del fatto che il ceto intellettuale è insindacabilmente coinvolto nella sua gestione dacché ne abbiamo memoria.
Ma, ancora una volta, perché tutto questo?
Per sottolineare il discreto che circonda le materie umanistiche e artistiche in questo periodo storico. Il ragionamento, l’argomentazione, la speculazione, la riflessione e tutte le altre gustose parole che indicano l’attività di raccapezzarsi attivamente sulla natura delle cose hanno guadagnato la nomea di hobby da persone che non sanno esattamente cosa fare della propria vita. Sono atteggiamenti da dandy del ventunesimo secolo che fanno scattare la scintilla dell’ilarità in qualsiasi contesto. Nella società retta dall’economia di mercato non produrre è un peccato mortale. O meglio, non produrre qualcosa di visibile e direttamente commercializzabile è il sintomo di una colpa ben radicata. L’arte sembra relegata al ruolo di calderone per disoccupati come se, in sé, non abbia o possa avere il benché minimo valore. La cultura, degradata al livello dei quiz show, viene stigmatizzata nella bizzarra formulazione di “cultura generale” come se fosse, più che generale, appunto, generica. Tipico il gesto della mano che ondeggia nell’aria accompagnato dallo sguardo rivolto altrove. “Quella roba là”, in sostanza.
Perlomeno un pensiero mi rincuora. In quanto a tecnica e a nozioni scientifiche siamo sulla cresta dell’onda! Del resto, circondati come siamo da apparecchi d’ogni sorta, sarebbe strano il contrario, non è vero?
…
Ne sappiamo così tanto che la maggior parte delle persone non saprebbe indicare la formula chimica dell’acqua. Risolvere una semplice espressione (ché se parlassi di equazioni apriti cielo). Arrivare a concepire un modello 3D della Terra che non sia un cracker fluttuante nell’universo.
Adesso che i principi di autorità e autorevolezza sono venuti meno, colpiti da un decostruzionismo che avrebbe dovuto modernizzarli e non abbatterli impietosamente, siamo stati lasciati soli a noi stessi. E chi siamo, noi? Per la maggior parte gente che dopo i diciott’anni pensa d’essere arrivata, che mantenere questo livello d’istruzione sia cosa buona e giusta e che ci penserà “l’università della strada” a formare il resto delle capacità. Siamo quelli che si lamentano del funzionamento dello stato ed elegge persone palesemente incapaci. Siamo quelli che si fanno rappresentare non dai competenti, ma dai simili. Siamo quelli che “non c’è mai troppo tempo per informarsi”, ché la vita è già difficile così, figurarsi appesantirla con un saggio, una visita al museo, un corso di formazione o un sudoku!
Siamo quelli che rimpallano le responsabilità senza sapere di avere la patata bollente in mano. E non è di ferro, casomai non lo avessimo notato.
Photo by Franco Antonio Giovanella





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