Prima o poi giunge il momento di rispondere alle domande fondamentali che ci circondano. C’è vita oltre la morte? Perché il gulasch è così buono? Questa storia del giullare da dove viene?

La figura del giullare ha un valore altissimo per la persona che quotidianamente ticchetta sulla tastiera per snocciolare questi pensieri a volte interessanti, a volte fuffa. Eppure, c’è da fare una distinzione doverosa che non mi renderà particolare merito. Io, dei giullari storici, quando mi misi in testa di voler far parte della cricca, non sapevo nulla. O meglio, pensavo di saperne qualcosa che, lungi dall’essere vero, era una proiezione di quel che avevo letto e sentito dire in ambienti non propriamente accademici.
In sintesi, credevo fosse un individuo libero, dotato di un intelletto superiore alla media (per giustificarmi posso dire che la media medievale non era di certo svettante come l’Everest), capace di svelare gli arcani misteri che si celavano dietro le strutture di potere e in grado, per questa sua virtù profondamente anticonvenzionale, di dir sempre la verità. A chiunque, al paesano come al re. Rischiando, per giunta, di vedersi lo stomaco bucherellato dai forconi del contadino (spoiler, si usavano strumenti di legno nel medioevo, quindi l’immagine della folla inferocita andrebbe posticipata a un periodo successivo o, paradossalmente, precedente) oppure la testa tagliata dalla suscettibilità di un signore feudale grasso e stempiato. In fondo, però, cosa gliene poteva importare al giullare? Aveva la fama, il potere della parola e la consapevolezza di vivere in un mondo che non era tanto inospitale dai tempi dell’Homo erectus. Perché preoccuparsi? Portare una risata e con essa la cultura e la conoscenza era abbastanza per consolarlo in quella valle di lacrime.
Bene, facciamo chiarezza nelle nuvole della mia bizzarra adolescenza. Vi sarete resi conto che le mie idee sul giullare erano molto banali, stereotipate e imprecise. Lo avevo circondato di un’aura di laica santità per elevarlo rispetto al suo contesto e, specchiando lo stesso fenomeno su me medesimo, per dare un tono alla mia voce di appassionato di cultura in formazione. Ebbene, la pretesa di smascherare (a mo’ di Scooby Doo) le storture della società, i meccanismi asfissianti delle convenzioni e le palesi idiosincrasie delle persone era mia, solo mia, e non posso certo dar la colpa ai poveri giullari per questo eccesso personale di hybris.

Quindi, stavolta fonti e studi alla mano, perché proprio il giullare?
Il termine giullare deriva dal latino ioculares, ossia buffone. Neanche mezza riga e già ci troviamo ad affrontare una biforcazione centrale. Il giullare deriva dal buffone così come la gallina dall’uovo. Ma nessuno, mi auguro, direbbe che uovo e gallina siano la stessa cosa, non è vero? Il buffone nel mondo classico era un termine-cappello, di quelli usati per descrivere comodamente una grande fetta di professioni circensi. In particolare, mimi (che nella prima età imperiale di Roma ebbero un successo senza precedenti, soppiantando la produzione letteraria dei comici e dei tragici che immagino la presero bene, proprio bene), ballerini, giocolieri, addestratori di animali esotici e musicisti d’ogni ordine e grado. I buffoni erano individui che sfruttavano il corpo, a volte superando la linea del buongusto che noi moderni ci arroghiamo di difendere, per suscitare meraviglia e divertimento. Erano il sollazzo del popolo quando, durante le fiere, le feste e le ricorrenze ufficiali, c’era l’occasione di svagarsi e di dimenticare di essere sul gradino più basso della scala sociale. Gli stessi buffoni appartenevano alla base della piramide, non erano reputati al pari dei loro colleghi intonacati. Tra l’altro non solo erano spesso espressione della plebe più umile, ma sfruttavano altresì con grande spreco le loro potenzialità intellettuali! Ebbene sì, le arti liberali (quelle organizzate nel Trivio e nel Quadrivio da Marziano Capella e alla base di tutta l’istruzione nel mondo medievale) erano tali in quanto rendevano “libero” l’uomo di dedicarsi alla sfera più alta dell’esistenza: la contemplazione. Le arti tecniche, “manuali”, erano per queste tenute in gran discredito. Un pittore, uno sculture, un artigiano e un costruttore di navi erano ritenuti individui che, per mancanza di ragione, intelletto e predilezione divina, non erano in grado di entrare a pieno diritto nella cerchia dei veri intellettuali, della gente d’arte e di cultura.
Ad un certo punto, così, da fulmen in clausola, un evento distrusse ogni forma di equilibrio nell’Europa occidentale. L’Impero Romano cadde in frantumi. Odoacre depose quel bimbo di Romolo Augustolo e, per sfregio, nemmeno si dichiarò suo successore. Nell’anonimato e nella disgrazia vide la fine una delle nazioni più significative della storia umana. Ma questo perché ci interessa da vicino? È presto detto: durante il periodo dei regni romano-barbarici le comunicazioni si interruppero, le scuole “pubbliche” vennero chiuse, le strade vennero occupate da zanzare, paludi e banditi, le conoscenze del mondo classico vennero imprigionate e custodite in abbazie, monasteri e scuole vescovili, si perse l’uso della lingua scritta, la lingua orale andò “imbarbarendosi” (ossia, com’è naturale che sia, si evolvette grazie all’apporto di sostrati germanici sul substrato latino), le città si spopolarono, la demografia del continente subì una battuta d’arresto impressionante e sorsero quei potentati locali (i signori feudali) che, spesso in barba all’autorità imperiale e/o religiosa, amministravano i propri possedimenti come tanti e spocchiosi re in miniatura. Per fornire un’immagine accurata e sorprendente della vita altomedievale si potrebbe notare questo: tempo e spazio persero i loro connotati reali e si confusero con il tempo della liturgia cristiana (unico vero centro aggregatore in grado di esercitare una qualche influenza collettiva) e con lo spazio del simbolo e dell’analogia. In un periodo in cui gli abitanti di un villaggio non ne varcavano i confini e si spaventavano solo al pensiero di attraversare una foresta, come poteva esser visto l’arrivo di un buffone?

– Santo cielo! Non è un maiale! Non una fiera chimerica pronta a sprofondarci nel peccato originale. Non è la fine dei tempi, l’annunciatore del Regno dei Cieli! Ha due braccia, sì, due gambe, sìsì, una testa … e scherza! Ci fa ridere, dice delle, dice delle cose che … venite tutti, accorrete, dice e fa cose nuove! Com’è questo canto sugli ubriachi? Come faceva quella … suona così bene quel che dici. Vedere, bere, volere. Hai ragione, suona bene! Perché nessuno ci ha mai pensato prima? –

Quando nessuno più viaggiava, il buffone divenne girovago. Per portarsi a casa la giornata accrebbe il suo bagaglio di trucchi, scherzi, tecniche e nozioni. Conosceva il mondo meglio del suo pubblico, unico a vederlo oltre agli ecclesiastici, i cavalieri erranti e i clerici vagantes. Il girovago, ormai dotato di un suo patrimonio di storie e racconti, di viaggi e di esperienze, si ritrovò negli scomodi panni di dover contribuire alla sopravvivenza della cultura e di patrocinare lo sviluppo delle lingue romanze e di dar loro un tono, lo statuto di un “bar-bar” che da latrato si fece lingua e infine letteratura.
Era il giullare di piazza che, con la seconda età feudale, con la rinascita delle città, dell’agricoltura e di una parvenza di pur spicciolo benessere, sensibile ai mutamenti del tempo, cambia ancora e si fece trovatore, musicista raffinato, giullare di corte. Esistevano ancora quei buffoni che gli avevano dato i natali, ma erano ormai esseri spesso deformi (alla lettera), che servivano solo a suscitare il riso malevolo di quanti dalla natura erano stati premiati immeritatamente.

Photo by Camilo Jimenez

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