Coglierò più che volentieri il consiglio di un lettore tra di voi. Come una qualunque persona sana di mente (si dà il caso che io non rientri nella categoria) ha ben pensato di invitarmi a promuovere il mio nuovo libro, Sciocche tutte queste congiunzioni, con una tecnica ben collaudata nel corso dei … secoli. Fornire un’anteprima, un assaggio, uno stuzzichino da sbocconcellare per farsi un’idea del pasto completo non è affatto una pessima idea. Serve per permettere a voi di costruirvi un’immagine, forse il tono, di tutta l’opera e per consentire a me di capire se la direzione intrapresa è quella giusta oppure solo il frutto di una grande menzogna d’autore. In realtà, uno dei racconti presenti nella raccolta è già stato pubblico sul blog in tempi non sospetti: Stufomarcio. Avendo però giocato con i bussolotti del caso durante la scrittura degli altri racconti mi sembra corretto non mostrarmi a voi solo nei panni dello schizofrenico affabulatore. Quindi, ho scritto anche storie più normali, lo giuro. Spero di darvene atto con il racconto che segue. Dirige l’orchestra il maestro … ah no, sbagliato contesto.

Canta … Sabbia e polvere!

Ripensava a quel giorno provando uno strano miscuglio di emozioni. Quando sentiva l’odore inconfondibile della salsedine una fiumana di sensazioni lo travolgeva, lasciandolo piacevolmente scosso. Quando gli si paravano davanti le altezze sconsiderate delle chiome degli alberi e le volute di fumo originate chissà se da un incendio o da un camino, sorrideva del giovane adulto senza bussola che era stato. Non che adesso le cose andassero a gonfie vele, spesso era costretto a stringere la cinghia attorno al busto pur di raggranellare l’energia per mettere la parola fine ad un’altra giornata di lavoro. Eppure, la sua vita funzionava. Era certo stramba e imprevedibile, tanto strana da non saperla descrivere.

Avevano già iniziato a cantare le cicale. La temperatura media si era alzata improvvisamente di almeno una decina di gradi e per le strade si trascinavano persone accaldate di ritorno dagli uffici o ragazzi e ragazze in bermuda e magliette senza maniche. Sciamavano le automobili nelle vie affollate, i condizionatori rombavano più dei motori. Lui guardava fuori dalla finestra del quarto piano, aspettando quel momento di estasi dettato dal getto d’aria fresca del vecchio ventilatore. Il pomeriggio non voleva lasciare il posto alla sera, il sole sembrava impassibile, lassù, incandescente e lontano.
Sul comodino che aveva destinato al ruolo di scrivania c’erano sparsi numerosi foglietti di carta, stralci di agende, quaderni dei tempi delle superiori e bloc-notes d’ogni tipo. Ogni giorno prendeva il telefono e uno di quei foglietti per compiere un giro interminabile di telefonate. Una serie di buongiorno-salve-sifiguri, lo teneva occupato fino all’ora di pranzo quando, per staccare i nervi dalla presa dell’insoddisfazione, faceva i suoi trecento metri per mangiare nel bar di un vecchio amico dei genitori. Trovare un’occupazione non era difficile come gli avevano detto, tutti avevano bisogno di personale. E per lui, lavoratore stagionale pieno di forze e sprovvisto di soldi, quel mondo era una miniera di occasioni. Perlomeno, così immaginava all’inizio. Successivamente i buongiorno si erano tramutati in paghe ridicole, i salve in orari di lavoro sfiancanti e i sifiguri in una gavetta senza capo né coda, una promessa che aveva tutte le caratteristiche di una scommessa da gioco d’azzardo.
Fissando non la strada, bensì la superficie scrostata del palazzo di fronte, pensava ad una via d’uscita. Doveva esistere un modo per rimettere in carreggiata la sua vita. Forse, partire dal basso per costruirsi una posizione nel tempo poteva essere una valida alternativa, oppure il primo anello di una lunga catena. Così trascorreva le sue giornate, a metà consumate in una ricerca infruttuosa e per l’altra metà, sempre al telefono, a consolare e confortare amici-parenti-genitori sulla sua situazione.
Una mattina di metà giugno, mentre guardava la rubrica, provò un’istintiva voglia di lanciare il telefono dalla finestra. Con tutti i suoi recapiti e le sue note, i suoi calendari e le voci degli assistenti pronte a segnalare ogni impegno, obbligo, inadempienza. Non lo fece, anzi, le etichette di quella lista rossa sfilarono davanti ai suoi occhi fin quando non si trovò davanti il nome del suo migliore amico dei tempi dell’accademia. Ricordava bene la gioia sul suo volto accompagnata alla sofferenza di scoprire di aver passato il test d’ammissione da solo. Sempre impegnato tra studio e perfezionamento personale, era difficile trovarlo libero. Lo chiamò. Attese un minuto. La segreteria telefonica gli consigliò di provare successivamente. Occupato, sempre occupato.
Era sfiancante condividere lo spazio con sé stesso, nella reclusione dorata di un appartamento fresco in piena estate. Era snervante ricevere i messaggi accorati che avrebbero dovuto spronarlo, ma che invece altro effetto non avevano se non quello di affossarlo ancor di più. Quel grumo di preoccupazioni e sollecitazioni che gli lanciavano andava ad aumentare il suo bagaglio personale, già stragonfio e prossimo all’esplosione. Ciononostante, cercava, si informava. Agiva nel pieno rispetto delle aspettative che il mondo aveva nei suoi confronti, si muoveva, incasellato, nel dritto binario della società.

Basta, pensò una mattina come tutte le altre. Basta, si ripeté sotto la doccia e mentre gettava nella spazzatura i rifiuti per la raccolta differenziata appositamente inseriti in graziose buste dai colori accesi.
Basta, pensò una quarta ed ultima volta di fronte al frigorifero chiuso. Attaccata ad esso c’era una calamita e sotto la calamita una foto. Lo raffigurava insieme agli amici di un centro estivo in una località di mare a qualche ora di distanza dalla casa in cui viveva adesso. Non fece nemmeno in tempo a illudersi che già aveva le mani immerse nell’armadio alla ricerca di uno zaino resistente. Trovatolo lo riempì velocemente di quello che aveva a tiro e se lo calcò sulle spalle, insieme ad un cappello con la visiera sbiadita, una torcia portachiavi appesa ai lacci dei bermuda e le indicazioni per raggiungere prima la stazione e poi, dopo cambi, scali e marce forzate per raggiungere le coincidenze che gli servivano, il campeggio sul mare. Non sapeva se fosse ancora aperto, ma poco gli importava, si sarebbe attrezzato in qualche modo. Nella peggiore delle ipotesi si sarebbe steso sull’erba e lì avrebbe dormito fin quando avesse voluto.

L’obiettivo non era quello di allontanarsi dalla città e dal suo viavai caotico. E nemmeno quello di riscoprire la bellezza di una natura selvaggia e incontaminata. Era lontano da queste idee romantiche che trovava fin troppo semplici, delle consolazioni da persone insoddisfatte della propria vita attuale. Voleva, se aveva senso metterla in questi termini, dare un verso alla linea che stava seguendo fin da quando era nato. Renderla una freccia, ecco, e non un binario sul quale spiaggiarsi come un capodoglio lontano da casa. Per questo il torrente di gente che incontrò sul percorso non lo fece agitare, né il chiassoso brio dei turisti lo infastidì. Al contempo apprezzò il profumo pungente della salsedine quando scese dall’ultimo autobus e sentì l’impulso di allungare le braccia al cielo quando un bambino, a qualche metro da lui, prese a salutarlo come fossero vecchi amici. Non aveva capito stesse attirando l’attenzione del padre qualche passo dietro di lui, ma poco importava, poco importava tutto, in quel momento.
Non aveva un piano, ma una semplice meta. Arrivare sul punto più esterno del promontorio e vedere il mare aprirsi come uno squarcio nella terra. Uno strappo azzurro, intenso, anche inquietante purché fosse vivo e forte e terribilmente avvolgente. Con queste idee che gli vorticavano nella mente attraversò i sentieri battuti nell’infanzia e le strutture ricreative abitate per tanti anni durante la sua crescita. Intravide, senza soffermarcisi, una baracca di legno scheggiata dalle iniziali sue e dei suoi compagni. Era quello un rifugio nel quale anche lui aveva scoperto per la prima volta la gioia di essere appartati, nascosti, lontani da tutto ma in compagnia. Lì aveva inventato l’intimità, i sogni, gli ideali e le vette più alte della sua adolescenza.
Calò la sera insieme alla temperatura. Si coprì le spalle con la felpa prima avvolta sul bacino. Vide l’ingresso di un villaggio vacanza e tentò di non attirare l’attenzione, costeggiandone il perimetro seguendo le luci dei pochi lampioni e dei locali. Superata una macchia verde di vegetazione trovò il posto che stava cercando. Era uno spiazzo arido. A terra la polvere e la sabbia si mischiavano tra loro, qua e là campeggiavano delle lattine vuote e qualche cartaccia. Eppure, da lì la vista del mare era mozzafiato. Sulla destra vedeva le punte degli edifici del villaggio, che seguiva il pendio fino alla spiaggia, mentre sulla sinistra e alle sue spalle i pini svettavano coprendo ampie porzioni di cielo. Le stelle brillavano senza pudore, nonostante fossero le stesse della città. In quel momento, più disinibite e brillanti, mostravano perché certa gente se ne innamorasse. Seduto, ascoltava gli schiamazzi dei bambini infiammati dagli animatori e sorseggiava una birra che si era portato da casa. Era calda, ma, ormai lo aveva capito, poco importava.
La voce dell’animatore era elettrica, eccitata e assecondava i gridolini dei partecipanti al ballo con sincera passione. Urlava quando loro urlavano, batteva i piedi quando facevano altrettanto. Aveva intravisto una colonna di fumo avvicinandosi allo spiazzo e adesso che le luci dei locali iniziavano a scemare, distinse chiaramente i contorni di un falò sulla battigia. Qualcuno suonava la chitarra, qualcuno accompagnava la sinfonia cantando. Immerso nei suoi pensieri stagnanti, chiuse gli occhi.
«Hey you.» Disse una voce femminile, rauca, ma non sgradevole.
Una ragazza bionda, in costume da bagno, lo guardava incuriosita. Fece un gesto per indicare che si sarebbe messa seduta e così fece. Per un po’ giocherellò con la punta dei capelli, infine lanciò un grido verso il mare amplificando il suono con le mani. Lui la guardò esterrefatto, notando il naso un po’ schiacciato e la fronte corrucciata, le sopracciglia incurvate e il sorriso nervoso. Gli amici, in inglese, la cercavano dappertutto, ma lei aveva deciso che non si sarebbe mossa da lì.
«What’s your name?» domandò ridacchiando per la ricerca fallimentare degli amici.
«Leonardo. Your’s?»
«Scream!» Gridò ridendo, perché raggiunta dalla compagnia e costretta a correre via.
Qualche ora dopo, Leonardo si avvicinò alle braci del falò e lì si addormentò, con le scarpe piene di sabbia e polvere.

«Lo sapevo che eri tu.»
«Come?» Aveva la voce impastata dal sonno.
«Leonardo, ma ci sei? Che ci fai qui?»
Gli apparve il volto sfatto e dalle occhiaie pronunciate di Stefano. Fece fatica a conciliare la sua immagine in divisa da quei vestiti larghi e macchiati che indossava adesso. Aveva le guance un po’ scavate, i muscoli guizzanti e gli occhi entusiasti.
«E tu? Ho provato a … lasciamo stare. Ma che stai combinando?»
«Pensavi che ci sarei morto di noia in quella divisa? Quando posso arrotondo con qualcosa di diverso.»
Riconobbe la voce dell’animatore della sera precedente. Si stropicciò gli occhi e guardò di nuovo l’amico in faccia.
«Tu sei matto.»
«Disse quello che ha dormito in spiaggia come un barbone.»
«Non pensi di dovermi delle spiegazioni?»
«E tu?»
Risero. Le due immagini prima inconciliabili presero a confondersi l’una nell’altra. Non esisteva una strada, una sola risposta. Non c’erano binari davanti a loro, solo il grande mare, inquietante e fantastico.

P.S. Questo racconto ha partecipato e ha vinto un concorso letterario. Ma non diteglielo, sennò si monta la testa.

Photo by Lopez Robin

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