Artisti di tutto il mondo, unitevi! Così suonerebbe lo slogan ottocentesco di un consorzio di baldi giovani alle prese con il geriatrico mondo della cultura. E, forse, persone d’ogni età e occupazione coglierebbero l’occasione per scendere in piazza, occupare le strade e fare la voce grossa nei confronti delle istituzioni del sapere. La cultura e l’istruzione verrebbero fisicamente avvicinate, le loro mura assediate e gli alti cancelli scossi da tanti arieti che prendono il nome di corretta manifestazione del dissenso organizzato. Si sa, i nobili arroccati sui propri torrioni hanno un’indolenza tutta particolare quando si tratta di scendere a patti con il volgo eppure, incalzati dalle pretese dell’oggi, dai bisogni tumultuanti delle persone, non possono restare indifferenti e lanciar loro brioche dalle feritoie. Ma forse, questo era l’Ottocento e adesso, superati il millenium bug, l’attentato alle Torri Gemelle e la mancata qualificazione dell’Italia agli ultimi due campionati mondiali, è tempo di prendere atto che un cambiamento è avvenuto e che le piazze sono occupate dalla folla accalcata per prendere il tram, le strade dai veicoli fuori norma che contribuiscono a inquinare il pianeta e le voci sono campionate e riprodotte in loop da altoparlanti intelligenti e autonomi.
La solidarietà è quella qualità che consente ai membri di un gruppo di stabilire dei rapporti solidi basati sull’interesse e la fratellanza umana. Ormai è ingenuo appellarsi a tale fratellanza ma, tant’è vero che la Terra è stata calcata da personaggi come Menandro e Terenzio, l’humanitas può esistere laddove esistono gli esseri umani. Non è un sillogismo, ma semplicemente un’osservazione neutrale. La solidarietà è il terreno fertile nel quale possono crescere delle costruzioni e dei germogli che altrimenti sarebbero impossibili da concepire. Giulio, intraprendente homo sapiens della Grotta di Giù, scopre che leccare le pareti della roccia lambita dalle onde del mare è più gustoso che assaggiare la sabbia, le foglie secche o gli escrementi. Martina, splendida esemplare della Grotta di Su, capisce che le pietanze che il valente Orlando le porta per custodirle e consumarle in seguito possono essere cotte con questa diavoleria giallo-rosso-arancione che è la fiamma e che, trattate in questa maniera, sono spesso più buone e facili da digerire. Rodolfo, autoproclamatosi Uga-uga, che nel suo linguaggio primitivo significa duca, della Grotta di Mezzo, è il più sbadato di questo trio. Lui, contrariamente ai suoi colleghi è un ghiottone asistematico. Prende le bacche, i frutti caduti a terra, addirittura gli sterpi e gli steli e se li ficca in bocca con la prontezza consumata di un gourmet. Un giorno, accidentalmente, il succo di un lampone gli cola sulla carne cruda che per clemenza qualcuno gli ha offerto in cambio di una scorta inesauribile di piccole pere. Ed ecco che, magia delle magie, quel boccone di carne sanguinolenta e lampone risveglia in lui l’istinto predatorio del grande chef da prima serata e il gene dormiente dello snob in erba. Giulio, Martina e Rodolfo, apparentemente, possono vivere in completa tranquillità senza conoscersi e avere rapporti d’ogni sorta. Il primo continuerebbe a leccare stalagmiti, la seconda a cuocere la carne fino a renderla una poltiglia di nervi e il terzo caccerebbe more a fianco delle lepri. Eppure, in un tragico e fatidico giorno, i tre si incontrano e hanno la sfortuna di vantarsi delle proprie scoperte. Ne parlano, gonfiano il petto e si inorgogliscono. Infine, si rendono conto di avere l’acquolina in bocca. Che fare? Ognuno vorrebbe tornare nel proprio anfratto, al sicuro, a consumare un bel pasto. Ciononostante, e in maniera del tutto inaspettata, Rodolfo, ehm-ehm, l’Uga-uga Rodolfo (che sennò ci rimane male) propone un esperimento che rivoluzionerà la scienza culinaria. Perché non mettere insieme le tre scoperte in un unico e lussureggiante calderone? Ecco a voi la nascita mitica del … filetto ai lamponi? Spero che la piccola novella abbia centrato il bersaglio. Ormai, del resto, siete abituati alle stranezze di questo giullare.
Parlare del vasto mondo dell’editoria mi provoca una reazione allergica. Non posso affermare che non mi piaccia parlarne perché, nella mia quotidianità, lo faccio spesso e (mal)volentieri. Sebbene mi rompa la testa alla ricerca di quell’argomento ancora non sollevato, di quella questione che se schiaffata sulla giusta scrivania potrebbe cambiare lo stato delle cose … sebbene faccia questo e altre attività autodistruttive e arroganti, sono restio a testimoniare la mia stessa esperienza con le case editrici. Il dilemma è facile da riassumere: l’editoria è stata profondamente cambiata dalle logiche di mercato (l’editoria moderna nasce a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento e ha sempre avuto esigenze materiali e concrete come il bisogno di dar la pagnotta ai propri dipendenti, ma confrontare l’opera e la statura di un Aldo Manuzio con quella degli attuali leader del mondo della carta stampata è quantomeno degno di qualche frecciatina innocente) e, per non soccombere, si sta trasformando in una specie di agenzia dello spettacolo mediatico. Vende il prodotto con/per un vasto pubblico. Vende l’assicurazione, la garanzia, l’investimento sicuro (diciamo obbligazionario e non azionario, tiè). Vende il personaggio, il retroscena, il dietro le quinte, il bootleg e lo scandalo. Cosa succede a ciò che non vende? Ancora un dilemma facile da sciogliere: non viene pubblicato. Ergo, non può apparire nei cataloghi e dire “io esisto”. Ergo doppio, non può figurare nell’algoritmo del venditore X e del contrabbandiere Y. Ergo triplo, gli cala sul groppone la spada di Damocle dell’insider de-sta-ceppa che in qualche uscita pubblica sostiene titillandosi da solo un capezzolo che “non è un mondo chiuso, rifiutiamo solo ciò che non ha valore”.
E qui, amorevolissimi lettori, quasi quasi vorrei aprire una sterminata parentesi sul concetto di valore. Ma non lo farò, per vostro sommo gaudio.
Quel che farò è, invece, lanciarvi un appello.
Se tra di voi ci sono artisti incompresi (a.k.a. individui creativi che non vengono supportati perché, a detta di qualcuno, “non hanno mercato”) è bene che rivendichiate a gran voce il vostro stato e che, nei limiti del vostro agire, trasmettiate le vostre opere a quante più persone possibili. Rompete le scatole, abbiate la faccia di bronzo di disturbare, siate insistenti se necessario, che se vi mettete anche a rispettare il bon-ton affittiamo al prossimo millennio (espressione dialettale che significa: usate le armi a vostra disposizione prima che sia troppo tardi). Ma cosa c’entra tutto questo con gli argomenti che di solito tratto sul blog? Diciamo, insomma, come dire … tutto. Se avete bisogno di una persona che vi dia un parere su qualunque opera (scultura, quadro, graffito, fumetto, racconto, saggio, epitaffio, necrologio, striscia pedonale, poesia, facciata monumentale, arco a tutto sesto, a sesto acuto, volta a cassettoni, bugnato, sirventese e altro) contate sulla casella dei messaggi di questo scampanante giullare. È dallo scambio che nasce l’evoluzione. La realtà, in sé, è interazione. Quando uscirà questo articolo probabilmente esisterà già una piattaforma che vorrei mettere su per raccogliere tutti questi materiali e mostrarli al mondo. Immaginate, un’antologia che nasce dal rifiuto dei televenditori! Non vi attira nemmeno un po’ l’idea? E la possibilità di conoscere altri che, come voi, si affannano per inseguire una chimera sdegnosa e antipatica?
Non voglio garantirvi successo, giudizi positivi e miracoli da due soldi (anche perché nessuno chiede una lira a nessun’altro, sia ben chiaro), ma solo la competenza di cui dispongo e la spassionata sincerità di una curiosità ghiotta. Mettetevi in gioco, confrontatevi con l’abisso e vedrete che Bisso risponde quasi sempre. Anche con una certa sagacia.
P.S. Per citare due nomi che non “avrebbero avuto mercato” secondo gli esperti: Zerocalcare e Aldo, Giovanni e Giacomo. Magari vi aiuta il paragone.
Photo by Yaopei Yong





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