Il tempo libero è croce e delizia. Da un lato è un aspetto fondamentale del benessere psicofisico di ogni individuo, una vera e propria necessità, un bisogno primario come mangiare e bere e un’insostituibile occasione per sperimentare il relax, la creatività, le offerte di un mondo moderno gonfio di attività e il dolce far nulla. Dall’altro è un segmento della giornata che mal si sposa con la vita frenetica che siamo portati a vivere: in questo senso il tempo libero diventa un colibrì più nevrastenico del solito che si ferma esclusivamente quando le sue ali non reggono più lo sforzo. Costretto nelle maglie rutilanti della vita scolastico-lavorativa-domestica, assume le fattezze di una gabbia, o forse di una prigione, con poche ore d’aria, mai continuative, sempre insufficienti e, soprattutto, capaci di sprofondare nel tedio.
A mancare, nel dibattito pubblico e nelle rielaborazioni delle persone, è l’abilità di applicare il criterio della “giusta misura”. Ora, è ovvio che non esiste nulla di tanto universale come un paradigma assoluto e perfetto, anzi, siamo lontani anni-luce dall’ombra di un concetto simile. Eppure, avendo esperienza delle cose, soprattutto quando supportati da un ambiente di riferimento sano ed equilibrato, si viene a sviluppare questa capacità cognitiva basilare per la vita intrapsichica e relazionale. Ognuno gestisce le proprie risorse, inclinazioni, attitudini, temperamento e competenze formulando di giorno in giorno nuove ipotesi sul funzionamento della propria mente. Si creano collegamenti nuovi, si mettono in relazione delle informazioni impreviste all’interno di schemi precedenti e così via, le tracce mnestiche si attivano, fondono, assimilano e accomodano. Ciononostante, è come se la società moderna stuzzicasse delle parti del nostro cervello che non si sono ancora formate del tutto.
Abbiamo accettato come dato di fatto di discendere dalle scimmie. Ed è, per quel che ne sappiamo, fondamentalmente vero. Tra l’altro, in quanto homini sapientes, siamo il frutto della sopravvivenza e dell’evoluzione di una specifica razza umana. Ne sono esistite almeno una dozzina e di alcune ne manteniamo traccia nel genoma. La nostra struttura cerebrale è tarata, mi si conceda il termine, sulla vita che veniva condotta circa venti-trentamila anni fa. A quel tempo, eravamo raccoglitori e cacciatori. Eravamo nomadi perlopiù, gli insediamenti non esistevano o erano tanto basilari da non meritare questo appellativo. La Terra era un luogo ostile e benevolo al contempo: in quanto animali carnivori eravamo prede e predatori, ma, è sempre lecito sottolinearlo, non ci è stato concesso un affascinante arsenale di abilità fisiche. Non sappiamo volare come gli uccelli, né correre velocemente quanto una zebra, un cavallo o un giaguaro. Non sappiamo vedere al buio come i felini, non sappiamo sfruttare le onde sonore per orientarci, se veniamo colpiti con abbastanza impeto da un corpo contundente i nostri organi interni diventano l’equivalente di una macedonia di frutta lasciata al sole per tutta l’estate. Tuttavia, siamo estremamente resilienti e resistenti. Nonché, animali sociali che nel gruppo hanno trovato l’arma più efficace ai fini della sopravvivenza della specie. La maturazione cerebrale ci ha accompagnati in questo itinerario denso di tragedie e commedie. Ha determinato la nostra supremazia e delle differenze rispetto al mondo non-umano che ancora oggi fatichiamo a quantificare e razionalizzare. Ma, e questo è un punto fondamentale da mettere a fuoco, quanto è lunga la storia umana? Milioni di anni. Quanto tempo ha avuto il nostro motore biologico per adattarsi ai cambiamenti, alle trasformazioni e alle evoluzioni della vita? Come scritto sopra, milioni di anni.
Oggi come oggi, le differenze generazionali sono tanto profonde da necessitare l’impiego di nuove etichette ogni quindici-dieci anni. E mentre ci divertiamo a catalogare i nostri figli come tanti regoli colorati la società compie balzi da gigante, degni dei viaggi iperspaziali, lasciandoci dietro come astronauti che ancora stanno collaudando le proprie sofisticatissime tute.
La verità è che non siamo ancora adatti a vivere nel mondo che abbiamo fondato. Stiamo, di fatto, rincorrendo la nostra stessa creazione. Non è una marcia e nemmeno una maratona, bensì una corsa con il passaggio del testimone. È molto simpatica questa immagine, quasi poetica: il Creatore che corre (rincorre) la propria Creazione che, ormai matura, ha proverbialmente superato il maestro. C’è solo un minuscolo problema. Una variabile microscopica nel grande schema dell’universo, un’inezia, una cianfrusaglia che solo a nominarla mi vien da grattarmi il mento e la nuca. Non sappiamo dove ci condurrà questa corsa metaforica (fin qui, tutto nella norma), non sappiamo se riusciremo mai a tornare al passo con il progresso (l’arte di dare del coglione a chi ti precede, a detta di quel matto geniale di Palazzeschi) e, quantunque dovessimo riuscirci, non avremo abbastanza dita, abachi, pallottolieri e calcolatori elettronici per misurare la vastità delle persone che ci siamo lasciati alle spalle, magari fagocitati da una società iper-complessa verso la quale non avevano la minima attitudine.
La genetica non è tutto, figuriamoci. Ma è importante. Tanto quanto, per l’appunto, l’ambiente. Queste due entità si inseguono proficuamente nella vita degli esseri umani portando alla loro formazione e maturazione progressiva. Un ambiente vissuto come alienante, stressante e depersonalizzante mal convola a nozze con una sana consapevolezza dei propri limiti e delle proprie possibilità. Se nel cocktail inseriamo anche il fatto di non essere strutturalmente portati verso certi atteggiamenti, il dado sembrerebbe tratto. Per fortuna, il determinismo dà tante risposte ma senza che qualcuno abbia fatto davvero delle domande intelligenti. Ha un suo peso, un suo valore, ma non è tutto, è solo la parziale e ipotetica spiegazione di una porzione della realtà.
Siamo, soprattutto in un’ottica sistemica, più delle parti che ci compongono. [Nota in itinere dell’Autore: Mi scuso per il piglio serio della trattazione, mancano dei sani riferimenti alla commedia all’italiana]. Non siamo l’ambiente, la famiglia, la società, la genetica e la cultura. Siamo 5+1. Non 6, non 4, non 42.
5+1.
Non siamo definiti né perfettamente definibili. Siamo nella somma inscindibile dal risultato e dagli addendi iniziali.
Il tempo libero. Perché stavamo parlando del tempo libero, in teoria. Cosa succede quando un’aspettativa irrealizzabile si scontra contro una forza impersonale e inamovibile? Conflagra mentalmente a causa della frustrazione. Dove conduce la ricerca di serenità e armonia (quindi in un percorso diretto all’unità o, quantomeno, a un’accettazione della relazione pacifica con il multiforme Tutto) calata in un contesto di frammentarietà, intermittenza e precarietà? Dove va a finire la comunicazione intervallata dei messaggi che prevedono almeno cinque ore di attesa tra una risposta e l’altra? Dove la ricerca d’autenticità all’interno di un sistema omologante che spaccia una scelta ristretta per libertà? Dov’è l’Io nella guerra tra la cultura e la controcultura (entrambe spacciate dallo stesso individuo che indossa vestiti diversi)?
Nel conflitto. Nella depauperazione. Nel consumo sempre più significativo di psicofarmaci. Nell’evasione non più ludica quanto sfrenatamente necessaria. Nel sovvertimento del rapporto tra salute e libertà.
Meglio liberi e malati oppure sani e assimilati?, chiede la procrastinazione della buonanotte. Pur di avere una parvenza di controllo nei confronti del tempo siamo disposti a tutto, anche a bruciare le ore del riposo. Perché, è bene tenerlo a mente, siamo il frutto e la continuazione di quella specie che si è adattata a combattere contro tigri dai denti a sciabola, zanzare mefitiche e orsi bruni. Come umani ce la faremo. Come singoli individui, è tutta un’altra storia da scrivere.
Photo by Karim MANJRA





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