Qui ne vedremo delle belle.
Vi do il contesto, stavolta è imprescindibile. Un adolescente nella sua camera. Fuori è probabilmente notte. Ha finito di esercitarsi da poco su una vagonata di disequazioni. Pensa (primo grave errore) che non gli dispiacerebbe scrivere qualcosa (secondo grave errore) per ricalcare le orme degli autori che studia al liceo (terzo e quarto in una botta sola). Opta, inspiegabilmente, per una pseudo tragedia. Ora, aveva pochi neuroni che facevano a cazzotti gli uni con gli altri, eppure si sarebbero dovuti accorgere della minchioneria dell’intento. Invece, come spesso accade, applaudirono e si diedero gran pacche sulle spalle. Così un adolescente, al posto di fare QUALUNQUE altra cosa, si ritrova impelagato nella stesura di una tragedia quando non era in grado nemmeno di redigere la lista della spesa.
Inutile dirlo, l’adolescente in questione era codesto giullare. E visto che i miei neuroni non sono di certo migliorati nel tempo, ho trovato sensato riprendere quel testo vecchio di un decennio. Ho trasformato tutti i versi in endecasillabi e settenari, ma ho mantenuto il contenuto invariato.
E niente, per una volta volevo farvi ridere sul serio.
Miseria
Atto I
Personaggi: Narratore, Miseria.
Scena: interno dell’abitazione, campi coltivati.
Narratore:
Alza la testa, si gira di lato.
Un raggio fa capolino dal cielo.
Lui non dorme né ricorda i sogni
ma prega ogni mattina il sole
ché anche oggi possa lavorare.
È un bisogno, non lo può negare.
Si veste, mangia una fetta di pane,
Chiama a sé il cane ed esce di casa.
Le rondini s’alzano alte in volo,
grilli e cicale rumoreggiano,
la vita non ha mai smesso di correre.
Con l’estate s’avvicina il mare
capace di inghiottire la sabbia
senza lasciare posto a conchiglie
frantumate e giunte da lontano.
Il sapore del sale sulla pelle
è niente a confronto del rossore
che batte forte sulla testa nuda.
Miseria non sa né d’alghe né d’onde.
Son per lui il timone per il mozzo.
Gli arrugginiti attrezzi in mano
cammina verso l’orto
si tira su le maniche e coglie
un alito di vento.
Il braccio forte dissesta la terra,
immobile la fissa,
non sa a cosa potrebbe pensare.
La vanga scava, il piccone mina,
la farfalla prende a volteggiare.
Mai dubbi, mai parole,
il futuro dista un altro colpo.
Deve solo continuare a fare,
fare per poi esistere.
Il giorno si fa sera.
Miseria è un fascio di sudore.
Pensa che il tempo, più che sprecarlo
tanto valga la pena d’ammazzarlo.
Meglio di averlo sempre vicino
e il fiato sul collo
a chieder perché venga ignorato.
È un grande signore,
come tale sa esser un problema.
Atto II
Narratore, Miseria, Tempo.
Scena: campi coltivati.
Scena I
Narratore:
Lui è sempre presente:
nell’alba, nel crepuscolo,
nell’annichilimento
e nella scienza esatta del mondo.
Per antonomasia è cacciatore.
Beve il primo grido dei bambini,
per dolce ha i sussulti dei vecchi.
Tempo è incapace
di prendersi cura dei suoi affari.
Miseria si spreme e non si stanca,
si ciba, non si sazia.
Non possiede orari
ché per orientarsi usa le stelle.
Non conosce i punti cardinali
ché mai gli son serviti.
Zappa, si sente parte naturale
di un mondo semplice
al tempo sia rozzo che superiore.
Una figura dal fiero cappello
gli s’avvicina, indossa un mantello,
eppur Miseria, che non è curioso,
china il capo, lo lascia passare.
L’uomo gli cammina tutto intorno
e dà segno di volergli parlare.
Gentiluomo qual è
sa pazientare, non vuol disturbare.
Aspetta tanto ch’è ora di cena
e quel silenzio lo ha rattristato.
Miseria gli indirizza un’occhiata
così che il viandante gli sorride
eseguendo un perfetto inchino.
Scena II
Miseria:
Da me che vuole, gradito straniero?
Tempo:
Ammirar chi non teme
e non crede in me.
Miseria:
Non so di cosa parla
e non voglio saperlo.
Cosa lo porta a questo dispetto?
Tempo:
Io so che non mi vuoi considerare
benché l’età la senti avanzare.
Miseria:
Signore senza nome,
conterò da me gli anni del corpo.
Tempo:
Fai pure del sarcasmo.
Fai solo finta di non conoscermi.
Miseria:
Tu fingi gentilezza.
Ma cosa desidera
da uno come me
il Tempo del secondo già scoccato?
Tempo:
Purtroppo ormai sei vecchio
ed è tempo che tu mi segua docile.
Miseria:
Come il secondo anche la freccia.
Sei sempre stato un ambasciatore
di pessime notizie.
Tempo:
Non credere ch’io non abbia un cuore.
Mi commuove pensar alla tua vita:
ti condurrò lontano
in un posto sereno.
Miseria:
Non voglio lasciare questa mia terra
e di torti al mondo non ne faccio.
Va’ via tu e il tuo gran cappellaccio.
Tempo:
Dovrai accettare la richiesta
di colui che non conosce pazienza.
Miseria:
S’è vero che il potere detiene
mi trascini pure via in catene.
Tempo:
Ho provato a farti ragionare,
ma ora per me è tempo d’andare.
Sappi solo una cosa.
Non potrai mai vivere
da non considerato.
Miseria:
Vivo da sempre come emarginato,
figurati se adesso
disprezzo di essere ignorato.
Narratore:
Il tempo serve a chi ne ha bisogno,
non è universale né profondo.
Miseria non vuole felicità
né vorrebbe sperimentarla ancora.
Ha perso anche quel poco che aveva
come Adamo anche lui ebbe una Eva.
È sciocco ricordare,
conta solamente darsi da fare.
Atto III
Narratore, Miseria, Presente.
Scena: interno dell’abitazione, campi coltivati.
Scena I
Narratore:
Si chiude alle spalle l’uscio di legno
e nella stanza ha una lanterna
come unica compagna.
La luna splende sui sassi e le rocce
mentre il vento soffia desolato.
Miseria non si chiede
se tra le stelle ci sïa qualcuno
che lo vegli, osservi e protegga.
La notte è il tempo del riposo,
l’intervallo tra un dovere e l’altro.
Il mattino viene inaugurato
da nubi colme d’acqua.
Miseria non ha mai vestiti nuovi,
le brache sono maglie rattoppate,
la polvere gli è entrata nel tessuto
quasi a fargli da seconda pelle.
La sua storia subisce i capricci
della natura e lui se ne priva.
Non si concede dubbi
né vuole titubare:
il mondo è dolore,
la zappa l’elusione.
In quel giorno cupo e infelice
gli si presenta un altro signore.
Ha il cranio lucido
e baffi divertiti,
è sicuro di sé
al punto di dare immenso fastidio.
Non si inchina, non fa riverenze
e si mette a parlare da solo.
Scena II
Miseria:
Trovo strano ricevere visite
e so stare bene anche da solo.
Ma chiunque tu sia
sei qui il benvenuto.
Futuro:
Devo annunciarti altra sventura
nel mio regno per te non c’è più posto.
Miseria:
Me lo dice con un tale sorriso!
E cosa vi porta sulla mia soglia
a far da uccellacci del malaugurio?
Futuro:
Sii umile, mio buon contadino,
il Futuro a venire
io qui ti rappresento.
Miseria:
Forse voi tutti dovete capire
che non vi compete farmi partire.
Io, slegato da tutto,
Quando vorrò, andrò.
Futuro:
Il mio compito è di avvertirti.
Rispetto le regole e l’etichetta.
Miseria:
Se questo è il caso ti ringrazio
ma non vedo pericoli
secondo il mio giudizio.
Futuro:
Bella la vita di chi non si fida!
Miseria:
È bella soprattutto
se in tranquillità.
Futuro:
È male prolungare
tutto quello che dovrebbe finire.
Te ne accorgerai.
Miseria:
Mio caro signore, prima che vada,
le è caduta una piuma nera.
Futuro:
Tieniti stretta questa tua risata.
Miseria:
Con sé la porti da chi l’ha mandata.
Narratore:
Futuro importuna chi lo brama.
Mentre chi coglie l’attimo presente
è schermato dal suo improvvisare.
Copre gli occhi come un fantasma
per cullarti verso un’illusione.
Corri pure verso le sue promesse
ma non rendere le scelte scommesse.
Atto IV
Narratore, Miseria, Presente
Scena: campi coltivati.
Scena I
Narratore:
Ecco di nuovo le nuvole nere
che trattengono la loro tempesta.
Viene il sospetto che nella terra
del misero e vecchio contadino
ci si giunga per sbaglio.
Giudica il tormento delle cose
studiando i fiori che germogliano
tra le crepe dell’arido terreno.
Gli par di vedere una ginestra:
è invece uno scherzo del sole.
Miseria dimentica
il perché del suo nome
figurarsi sapere
s’avesse un cognome.
Il caldo cocente già lo raggiunge,
è inebriante – ed è distruzione.
È un moto di gioia
magari accennato
il veloce pensiero
che tutto scorrerà, scorre, scorreva.
Cos’è che vuole, cosa desidera?
L’ora, l’oggi, questo singol momento,
che non è brio e che non è oblio.
Sterminati campi, interminati
spazi misura a grandi falcate.
Ed è una sorpresa
vedersi calpestare
le stesse orme ancora e ancora.
Eppure i contorni dei ricordi
son niente al confronto
delle tracce impresse dalle suole.
Si riscuote e poi alza lo sguardo:
ha davanti un uomo che gli somiglia.
Scena II
Presente:
Mio fratello minore ha fallito.
Tocca a me accettare la resa
che con affanno neghi a te stesso.
Miseria:
Siete appassionati di massime
trite e ad effetto.
Ti presenti senza adulazione
ma non farò per te un’eccezione.
Presente:
Il tuo doppio ha per caso bisogno
di un’introduzione?
Miseria:
Sono un uomo di pochi pensieri,
mi bastano gli occhi per stabilire
che ci troviamo in posti diversi.
Presente:
Dimostri ignoranza.
Poco si osserva grazie agli occhi.
Il resto è mistero
per cui serve rispetto.
Miseria:
Parli di rispetto e ignoranza.
Forse dimentichi che sono uomo
di terra e campagna.
Dimmi allora: chiederesti tu
al sole di prendere un congedo?
Presente:
Ti prendi gioco di tutto e tutti.
Sta bene, so cosa pensi davvero.
Ti sforzi, ti dimeni e fatichi,
ma ottieni qualcosa
alla fine del giorno?
Miseria:
Se parliamo d’affanno
prima o poi noi due ci intenderemo.
Io sono votato alla fatica:
grande scoperta! Così è la vita.
Presente:
Sei una povera creatura stanca.
Ma ti capisco, lo sono anch’io.
Miseria:
Mi fa piacere ti sia confessato.
Puoi infine togliere il disturbo.
Presente:
Cacceresti con tanta crudeltà
chi ti assomiglia, chi ti comprende?
Miseria:
Fammi il piacere, siamo due gocce
d’acqua piovana di mari diversi.
Presente:
Arriverà chi ti costringerà.
Miseria:
Che tragico destino!
Qui mi sta minacciando il mio doppio!
Narratore:
Il signore sparisce
guardando il terreno.
Miseria, di nuovo solo, osserva
come il nulla si sommi al vuoto.
Un toro scalpita in lontananza
e sparisce dietro una nuvola
di caldo e polvere.
Presente è la landa desolata
e il richiamo di certi uccelli
che non parlano la lingua umana.
Atto V
Narratore, Miseria, Passato.
Scena: interno dell’abitazione, campi coltivati di notte durante la tempesta.
Scena I
Narratore:
Notte. Miseria non dorme, è desto.
Si gira nel letto lento e mesto.
Triste è il silenzio.
Potrebbe essere tutto finito:
il cielo, le montagne e il mare
fagocitati da uno sbadiglio.
Un lampo squarcia il velo notturno.
Un rombo schianta le assi del tetto.
Lui sa bene chi manchi all’appello.
Fuori piove, diluvia.
Una figura vestita di sabbia
guarda avanti, si bagna.
Miseria lo invita ad entrare
ma l’altro dà segno di apprezzare
il solenne splendore
della tempesta in atto.
Miseria nella vita ha sottratto,
s’è reso da tutto indipendente
tanto da dilapidare il troppo
con in mano rimanendo il niente.
Teme – l’aver paura lo riscuote.
Teme – si sente maledetto e vive.
Teme questo anziano, il Passato.
Scena II
Passato:
Sa dirmi dove ha casa Miseria?
Miseria:
Proprio là dietro. Vede? C’è un lume.
In una notte così chi lo cerca?
Passato:
Una donna, un uomo e un nome.
Ne sono umile ambasciatore.
Miseria:
Quale pena deve comunicarmi?
Passato:
Non la facevo così remissivo.
Le persone fuggono dal futuro
perché lui minaccia di avvenire
ed evadono anche dal presente
essendo lui un tumulto costante.
Ma il passato, che è già trascorso,
è facile da mettere in riga.
Miseria:
Mi porti dove dobbiamo andare,
mi dia solo il tempo di prendere
i miei pochi attrezzi.
Passato:
Sappia ch’è una grande delusione.
Ha preso una strada,
l’ha condotta lontano.
Adesso è pronto a rinnegare
e mi dica: per cosa?
Per un fantasma che così consiglia?
Per una donna che ha abbandonato?
Per un figlio perso nel grande mondo?
S’è per questo tutto è stato vano.
Tanto valeva soffrire di meno
benché temendo il grigio squallore!
Miseria:
Pensavo che sarei stato felice
se mi fossi accontentato di poco.
Ho sottratto, levato e svuotato
per non essere schiavo.
Ben merito il nome di Miseria.
Passato:
Non pensare di avere osato.
Il tuo fallimento non è ambizione,
ma debole, fatale indecisione.
Tu che potevi essere titano,
finirai come una ragnatela
senza più appigli, senza soffitto.
Miseria:
Ed ora?
Passato:
Tranquillo, ch’eri già morto.
Photo by Kyle Head





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