La bugia è, secondo la Treccani, una “falsa affermazione, fatta intenzionalmente per trarre altri in errore, o per nascondere una propria colpa, per esaltare sé stesso, o anche per celia”. Il termine italiano deriverebbe dal provenzale bauzia di origine germanica e legata al tedesco bose, cattivo. È una parola familiare che ha quasi del tutto soppiantato il sinonimo menzogna, sebbene non abbia la stessa capacità evocativa ed espressiva
È difficile dare torto alla definizione. O meglio, è contraddittorio affermare che sia sbagliata. La bugia è anche questo. Uno strumento comunicativo molto delicato in grado di influenzare pesantemente l’interpretazione della realtà. È una specie di ariete medievale capace di sfondare diligentemente i cancelli della presunta Verità. Ciononostante, mentire significa anche applicare quello che viene definito pensiero creativo. Quale è il primo problema che sorge quando ci si trova di fronte a un bugiardo patologico? Si pensa che, prima o poi, il suo castello di vetro si incrini e che le falsificazioni o mistificazioni che ha costruito si rovescino nel loro opposto e cadano a terra in un tappeto di schegge aguzze. Tecnicamente ciò non avverrebbe per l’infrazione di una norma morale, bensì per una legge creativa: è impossibile vivere inventando di sana pianta la realtà senza destare sospetti e rischiare d’essere smascherato. Ciò significa che la prima reazione istintiva non è quella (come spesso avviene) di riportare i fatti al cospetto dei valori di giustizia, probità e bontà. A essere sottolineato è un difetto dell’inventio e tuttalpiù della memoria, a riprova del fatto che la vita ha infiniti legami con il mondo della narrazione. Ciò porterebbe a chiedersi se la vita stessa sia frutto di una narrazione: una storia auto-raccontata, etero-raccontata o socialmente costruita. Ma è bene affrontare un solo argomento per volta.
Un altro termine gode della stessa fama della bugia: l’illusione. Torniamo alla Treccani prima di procedere oltre. L’illusione si configura come “ogni errore dei sensi o della mente che falsi la realtà” oppure come “un inganno della mente che consiste nell’attesa di un atto o di un fatto destinato a rimanere irrealizzato”. Tutto torna, così come sulla bugia viene applicato un filtro morale in luogo di una più comune interpretazione pragmatica, ecco che l’illusione assume le sembianze di un “errore” nella decodifica della realtà capace di fuorviare la mente al punto di ingabbiarla in un labirinto di desideri irrealizzabili. Verrebbe da dire che, se qualcuno leggesse solo i vocabolari, certe parole dovrebbero meritare molto più discredito di quanto non ne abbiano suscitato finora!
Manca, in queste definizioni pur rigorose e formalmente corrette, un’integrazione necessaria: il valore generativo di ciò che dalla realtà si discosta. È lecito che un vocabolario sia orientato verso il mondo dell’oggettività e che rifugga da concetti come intersoggettività, nomadismo prospettico e alterità strutturale, ma ciò non li rende meno concreti e capaci di influenzare la stessa realtà che il grosso tomo cerca di imbrigliare. In seconda analisi è utile ricordare anche che il significato denotativo di un termine o di un’espressione non è esaustivo del suo intero patrimonio semiotico che si arricchisce maggiormente, ad esempio, del significato connotativo. È la stessa differenza che c’è, a tagliar tutto col machete, tra il significato di una frase e il suo senso. Dire “hai allacciato la cintura?” a un bambino che sale in macchina è diverso da domandare la stessa cosa a un amico prima di vedere un film emozionante.
Secondo uno psicologo di nome George Kelly una personalità sana si riconosce dalla sua capacità di avere un effetto concreto sulla realtà. Si definisce nella possibilità d’agire nel contesto, di modificarlo e di immaginare possibili esiti e conseguenze. In questo la creatività la fa da padrona: la prestidigitazione è il suo campo prediletto.
Mentire e creare illusioni sono abilità proprie di una mente creativa. Sono competenze che possono sfuggire di mano? Certo che sì. Sono intrinsecamente negative? La risposta può essere formulata sotto forma di domanda: lo sono la letteratura, il cinema, gli opuscoli pubblicitari e le istruzioni per l’uso del tagliaerba? Inizia gradualmente ad aggregarsi del materiale informe nei pressi di queste due austere definizioni della Treccani. Sembra quasi, ma è meglio sussurrare, che non dicano tutta la verità e nient’altro che la verità. Fa un certo effetto tacciare di falsità la definizione di bugia (ma è solo un orrendo gioco di parole, la sto solo affiancando ad altre informazioni).
Arriviamo così a un altro psicologo americano, Donald Winnicott, e alle sue teorie sullo sviluppo del bambino. Secondo Winnicott la mente del bambino non è in grado di distinguere sé stessa dall’ambiente esterno nelle prime settimane di vita (tesi sostenuta anche da altri psicologi come Klein, Spitz e Mischel). Si trova in una condizione autistica di ripiegamento interno dovuto a un meccanismo di difesa necessario alla maturazione organica. Per questo motivo, nei primi mesi, il neonato non dà segno di riconoscere i volti dei genitori o di risponde alle stimolazioni esterne. Non lo fa perché è un maleducato, bensì perché “lui” ancora non esiste a livello concettuale. Un primo indizio della comparsa di questa discriminazione avviene attorno al terzo mese con il sorriso sociale: il neonato risponde alle figure di riferimento sorridendo intenzionalmente. Sta di fatto, però, che questa lenta conquista dell’Io, che Winnicott definisce Self, è graduale e combattuta ed è qui che si gioca buona parte della futura capacità dell’individuo di non fare a cazzotti con la vita.
In questa fase l’infante sperimenta l’onnipotenza. Il caregiver non è un individuo esterno che aiuta, ma una proiezione personale che soddisfa ogni desiderio. È, per questo, uno stadio definito simbiotico normale, in quanto motivato neurobiologicamente. Tuttavia, l’onnipotenza non ha solo lati positivi. Ognuno di noi deve affrontare dei conflitti dovuti alla componente intrinsecamente negativa/aggressiva delle pulsioni libidiche. Questa componente si manifesta soprattutto nel momento in cui il neonato transita verso una condizione di maggior individuazione personale. Pian piano, scopre che il caregiver è un’entità separata e autosufficiente e che il mondo non è un unico grande essere universale o, peggio, un’allucinazione. È una trasformazione importante che il caregiver deve monitorare e assecondare con prontezza, supportando l’onnipotenza magica e poi facilitando il processo di progressiva disillusione. Ma, in tutto questo, cosa ci guadagna l’infante nel perdere il suo servo a comando? La capacità d’illudersi. La possibilità di usare la fantasia e la creatività per colmare le zone d’ombra che ancora non comprende. È un patto, quasi un sacrificio di stampo pagano. Capisce di non avere il completo controllo della realtà fisica ma di poter sfruttare a piacimento quella astratta. In questa odissea cognitiva, ricordiamo che il protagonista è un neonato, può essere aiutato dall’oggetto transizionale. In parole povere, il peluche! O una macchinina. Un ciuccio. Una morbida coperta. Questo perché viene percepito come non-del-tutto-interno e non-del-tutto-esterno. È, appunto, in una zona di transizione.
In sostanza, mentite ai vostri pargoli! Illudeteli!
O qualcosa del genere.
Si scherza, ovviamente, spero si sia capito il vero punto della discussione.
P.S. Per le teorie di Kelly, Winnicott, Klein, Mischel e Spitz vi rimando alla sintesi sul Manuale per le competenze psicopedagogiche edito da De Simone.
Photo by Oscar Keys





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