La propensione al motteggio e all’infilare una battuta di spirito dietro l’altra non è una caratteristica apprezzata da tutti. A ragione, si potrebbe dire, visto che ogni cosa può essere fatta a suo modo e a suo tempo in determinate circostanze. Eppure, pare evidente, è necessario svincolarsi dall’idea asfittica del filosofo contemporaneo che predica l’importanza del contesto senza puntare il dito sul concetto. Urge la necessità di sistemare certi cliché pappagalleschi nell’armadio e di organizzare un deciso cambio di stagione. Anche se ciò venga a trovarsi in conflitto con gli interessi di qualcuno e rischi addirittura di insidiare i confini stabili e paciosi delle nostre comfort zones.

Saper ridere di sé stessi e del mondo circostante è diventata una capacità necessaria. Una forma di sopravvivenza dell’anima stimolata oltre ogni misura da una quantità di impulsi smodata. L’autoironia non fa il saggio in virtù del sapore profetico e popolare di questa massima, bensì perché consente di demistificare la realtà e di portarla su un piano terreno e contestabile. Giovenale, poeta satirico vissuto a Roma durante l’impero, era convinto di trovarsi in una società di mostruose aberrazioni, in cui il delitto, l’oppressione, lo sfruttamento di comodo e l’ipocrisia erano dietro ogni angolo. Perciò, in maniera lungimirante, decise di piegare il linguaggio allo scopo che si era prefisso: rappresentare la crudezza del reale. Allontanandosi dalle formule cristallizzate da una tradizione letterario-retorica di gran successo, quella cosiddetta classicità formale armoniosa e deliziosa (fintantoché non ci si annoia a sorbire diciotto subordinate incasellate una di seguito all’altra), quella concinnitas ciceroniana alla base dell’italiano aulico del Boccaccio e di tanti secoli di storia italiana, ruppe il codice espressivo lieve, dosato e bilanciato per avvicinarsi alle strade, al popolo, alle ingiustizie del giorno. Il suo tentativo mimetico lo portò a impiegare termini forti, carichi di pathos, espressivi e squisitamente sobillanti. Del resto, i mostri potevano essere descritti solo attraverso un codice altrettanto spinto e intenso.
Ecco, l’autoironia va nel verso opposto. Smaschera la presunta serietà di cui abbiamo ammantato le “cose importanti” per ricordarci che tutto è influenzabile, almeno parzialmente. Coprire un concetto, una persona, un’attività o anche un divertimento con un’aura di sacralità, che può essere di diversa natura e non avere a che fare con la religione, è pericoloso perché, inconsciamente, ci si sta estromettendo dal rapporto dialettico che in verità sussiste tra l’io e l’esperienza. Vedere, per esempio, in un politico particolarmente odiato e potente un mostro (come avrebbe fatto Giovenale) significa elevarlo, sebbene nel male, rendendolo capace di cose impensabili. È come affidare per procura il pensiero magico a un ente esterno da sé. Cosa accade se questo atteggiamento diviene collettivo? Che un’idea, perché di questo parliamo e non di un fatto concreto, mette in scacco un’intera comunità in virtù di cosa? Superstizione perlopiù. Comportamento che è lungi dall’essere debellato nell’Occidente razionale e tecnologico della Silicon Valley, di Amazon e delle macchine spedite nello spazio per dimostrare di essere imprenditori avveniristici. L’ironia concede il lusso di privare il fantoccio dei suoi abiti aristocratici. Toglie la papalina dorata agli altari, i centrini di pizzo dai tavoli imbanditi a festa e gli obblighi non scritti da divieti privi di senso.
L’ironia, di per sé, ha la capacità di destrutturare. Ciò l’ha resa lo strumento preferito dei postmodernisti che, in un’allegra e anarchica pars destruens, hanno setacciato la vita a caccia di storture, errori e ingiustizie. Il problema è nato quando, di fronte alle macerie, non sono stati in grado di riciclarle per costruire il primo edificio di quello che avrebbe dovuto essere il futuro. E’ bellissimo, sensazionale, emozionante dire che le religioni istituzionalizzate hanno perso il loro compito storico, che il popolo è solo un ammasso di consumatori senza spina dorsale, che il mondo globalizzato è nient’altro che un villaggio di scimmie che si credono interconnesse (e, sebbene camuffandolo con una dose generosa di cerchiobottismo democristiano, io stesso sostengo, a volte, tesi simili), ma diventa un attacco sterile e infruttuoso nel momento in cui non si riesce dalla critica a giungere all’edificazione di qualcosa di nuovo. Se abitassimo in una casa sostenuta su quattro pilastri, di cui tre marcescenti, sarebbe d’uopo ripararli, sostituirli o demolirli in vista di una nuova installazione. Se li buttassimo giù e basta con una ruspa senza curarci delle conseguenze saremmo ben stupidi, oppure edonisticamente masochisti. L’atteggiamento ironico, quindi, consente e consiste nel primo passo, non nell’intero processo. Ebbene sì, come si suol dire, fa ridere e anche pensare/riflettere. Ma non basta. Così come non basta leggere una notizia sul giornale per cambiare i fatti che intorno a essa ruotano.
Pensate a chi, invece, neanche ammette questo primo passo e si sente a disagio sentendosi preso in giro!
Esistono anche le pessime battute, intendiamoci, e prendersela è sano e naturale in certi frangenti. Ma smetterla di comportarci come bambini capricciosi su un ottovolante in fiamme sarebbe un’idea quantomeno da considerare.

Una burla riuscita è un racconto di Italo Svevo. Ma sì, dai, Italo Svevo, lo scrittore triestino conosciuto per il suo pseudonimo (in verità si chiamava Aron Hector Schmitz), La coscienza di Zeno e per l’aver subito l’influenza della cultura mitteleuropea (da leggere con intonazione pedante). Svevo è, a mio avviso, uno degli scrittori più godibili della letteratura italiana a cavallo tra Ottocento e Novecento, benché estenderei questo giudizio a tutto il secolo ventesimo. Dico godibile e non importante per evitare ingiunzioni cattedratiche di sorta. Svevo ha avuto una vicenda letteraria travagliata che in Una burla riuscita emerge con forza e intensità autobiografica. Il protagonista di questo racconto è un signore triestino sulla sessantina che ha coltivato il sogno di diventare un autore per tutta la vita. Come? Scrivendo un lungo romanzo in gioventù e poi aspettando che un degno osservatore-lettore ne carpisse la genialità riverberandola sullo scrittore attraverso la fama e il denaro. Come fu per Svevo e come è per il nostro Mario, ciò non avviene. Trascorrono quarant’anni e la situazione è tutt’altro che rosea. Vive con il fratello Giulio in un piccolo appartamento funestato dalla bora triestina, in quarant’anni ha scritto solo favole sui passerotti ispirate ai comportamenti umani che ha potuto osservare direttamente e nel suo giro di amicizie figurano il superiore sul luogo di lavoro (un uomo d’affari) e un amico di vecchia data che diverrà il suo nemico nel corso della novella. Per il Gaia, infatti, Mario è un borioso e presuntuoso letterato che non sa stare al mondo e che, tuttavia, mostra di essere superiore. Quest’idea è palesemente distorta dal Gaia, vista e concessa l’umiltà con cui Mario affronta la vita. Escogita quindi una burla ai suoi danni: dice all’amico di aver incontrato il rappresentante di un’importante casa editrice viennese interessatissimo al suo romanzo giovanile. Mario è in brodo di giuggiole, finalmente qualcuno l’ha notato! Incontra il rappresentante germanofono, con cui non si capisce, e firma un contratto falso stipulato dal Gaia. In banca va a ritirare le sue duecentomila corone fiammanti, incapace di notare lo scherzo. Al ché, fortuitamente, l’altro amico compie un’operazione bancaria favorevole a Mario basata sui tassi variabili dovuti alla fine della Prima Guerra Mondiale. Mario, di conseguenza, inizia a spendere e spandere per la prima volta nella sua vita. Il successo, però, lo porta a litigare con il fratello malato e ad assumere quei caratteri boriosi che il Gaia gli aveva affibbiato inizialmente. Per una serie di coincidenze Mario viene a conoscenza del tranello e affronta fisicamente il Gaia che soccombe ai suoi scatenati scappellotti. Triste, avvilito e sconcertato, a Mario rimane in mano poco: un prestito da saldare, mobili nuovi da rivendere, debiti e il ritorno dell’anonimato (che mai se n’era andato). Eppure, a sciogliere il racconto in un lieto fine, interviene quell’operazione bancaria avvenuta per caso che gli permette di guadagnare una cifra immensa, pari alla metà circa del contratto finto stipulato con il Gaia.
Una grigia ironia triestina, potrebbero dire in molti, un esempio di racconto sentimentale che dell’emozione fa un paio d’ali e non un’àncora (in particolare in riferimento al rapporto fraterno tra Mario e Giulio) direbbero altri.
Credo che in tanta acre e amara attesa disillusa (quella dello Svevo sconosciuto, indi di quasi tutto Svevo) e in quel poco che c’è di gioconda e beffarda rivincita (benché modesta come può esserla quella di un uomo d’affari prestato alla letteratura … o forse il contrario) al lettore resti in mente qualcosa di apparentemente slegato dalla vicenda: le favole sui passeri.

[Mario a Giulio] Gli avrebbe letto cose d’altri, ma anche cose proprie di cui non gli aveva parlato mai e che ora gli confidava. Tante favole raccolte nella solitudine più assoluta. Nessun altro doveva sospettarne l’esistenza. Si trattava di una letteratura casalinga, nata nel cortile e destinata a quella camera. Anzi non era letteratura perché letteratura è una cosa che si vende e si compera. Questa era per loro due e nessun altro.
Una burla riuscita, Svevo, pagina 84

Photo by Tim Mossholder

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