Sembra che non si possa scindere il contesto umanistico da quello etico e morale. Sembra, e non è, perché è una tara stereotipica che gli studia humanitatis si portano avanti da secoli. Lungi dall’essere un interesse lontano dall’occhio di filosofi, letterati, intellettuali e compagnia scribacchiante, non esaurisce il loro ambito di studio né circoscrive il loro impatto sulle altre discipline. Si sente spesso dire, anche in ambienti accademici, quanto manchi un’etica (o filosofia) della scienza allo scienziato e quanto una bussola morale a chi si intende di tecnologia nel senso più ampio possibile (dalla programmazione all’architettura di software, dalle varie ingegnerie all’economia e alla fisica). Come, per inciso, se la tecnologia fosse questa entità imperscrutabile e intangibile alla stregua di una divinità tribale.
Ed è per questo che l’argomento del giorno è … la moralità.
Intendiamo per moralità la capacità di distinguere il giusto dallo sbagliato, il bene dal male e l’equo dall’ingiusto. È una definizione riduttiva, fortemente riduttiva. Eppure, già così, sarebbe complesso analizzarla a fondo e spiegare i perché e i percome della sua fenomenologia. Quali sono le origini della moralità? Alcuni studiosi si sono interrogati in merito.
Per Turiel corrisponde a due dimensioni in particolare delle relazioni umane: l’equità e la cura. Come a dire che, per essere giusti, bisogna non invaghirsi di ciò che è stato legittimamente conquistato da altri, accudire sé stessi e il prossimo in una misura confacente ai bisogni di ognuno e, in assenza di criteri superiori, spartire in bottini uguali le monete del forziere della vita. Reputate che sia una conclusione semplicistica? Lo è nella misura in cui nessuno può, in cuor suo, ammettere di avere questo atteggiamento vita natural durante.
Anche Freud, quel buontempone viennese che tanti danni ha fatto alle certezze umane, si cimentò nella spiegazione della fonte della moralità. Per lui il principio del piacere, tipico di una fase ancora precoce della vita umana e legato a doppio filo all’Es, la parte pulsionale e profonda dell’individuo, deve fare i conti, durante la crescita, con il principio di realtà, a sua volta connesso all’Io, quell’istanza che media le posizioni estreme dell’Es e del Super-Io. Ma cosa succede quando ciò avviene? Parte dell’energia pulsionale viene rimossa, repressa, nascosta sotto al tappeto. L’accettazione delle norme sociali garantisce più sicurezza e stabilità al bambino, prima tutto proteso nel compito di soddisfare i propri impellenti bisogni, a scapito di alienare parte di queste sue energie che ne castrano il futuro l’appagamento e la felicità. È, in poche battute, il cosiddetto disagio della civiltà.
Nella storia si sono succedute idee diverse circa la naturale bontà o cattiveria della specie umana. Due nomi su tutti balzano alla mente. Quello di Rousseau e di Hobbes. Il primo ha coniato la celebre espressione-concetto del buon selvaggio, il secondo quella dell’homo homini lupus. Da una parte, quindi, avremmo una creatura naturalmente innocente, pura, disinteressata e curiosa che, nello scoprire il mondo, e in particolare le strutture socioculturali, si insozza irrimediabilmente perdendo la sua aureola da putto scolpito nel marmo. Dall’altra campeggia il fiero burbero in mezzo ai lupi travestiti da umani, teso al procacciamento del proprio fabbisogno e incapace di guardare in faccia alla sofferenza altrui. Ciò lo renderebbe teso all’annientamento totale della specie (pallino che Hobbes ha sempre avuto) senonché si ritrova nella condizione di stipulare un patto con gli altri lupi per vestire adeguatamente i panni da umani. Io rispetto la tua staccionata, tu rispetti la mia, entrambi deleghiamo la giustizia a un’istituzione neutrale che dirimerà i nostri conflitti.
A quanto sembra di capire questa benedetta moralità tende a intrecciarsi spesso con la società, o meglio, con la comunità civile d’appartenenza. È quindi slegata da valori più alti, universali e profondamente personali? Sì, ma anche no.
Può aiutarci un altro studioso in questa rassegna stampa della bontà. Hoffman reputava l’empatia un ingrediente fondamentale per comprendere la moralità. L’empatia è quella capacità che consente a una persona di calarsi nei panni di un’altra e di provarne le stesse sensazioni, con un grado di fedeltà che dipende dalla propria sensibilità. È meglio far parlare la radice greca del termine: en (dentro) più pathos (sofferenza, sentimento). Nella vita di tutti i giorni gli individui mostrano diversi livelli di empatia. Da cosa dipende? Alcuni ne sono sprovvisti e altri ne hanno in abbondanza? Secondo Hoffman si sviluppa in ogni essere umano in periodi relativamente simili. Fa quindi parte della schiera degli epistemologi genetici (alla Piaget). Dalla nascita fino ai sei mesi l’infante vivrebbe nello stadio zero rappresentato dal pianto reattivo e dal contagio emotivo (quell’allegro fenomeno per cui quando un neonato inizia a piangere viene imitato da tutti i neonati nei dintorni a tal punto da non poter più riconoscere l’influenzante dall’influenzato), dai sei mesi ai due anni si troverebbe nella fase dell’empatia egocentrica (in cui inizia a concepire e riconoscere la sofferenza altrui ma reagendo tutelando sé stesso), dai due ai tre anni in quella dell’empatia quasi egocentrica (in cui inizia a stabilire delle strategie per intervenire sulla sofferenza altrui), dai tre quella dell’empatia veridica (in cui è in grado di approntare delle efficaci tecniche distensive per aiutare gli altri, ad esempio dando a un altro bambino il proprio gioco oppure attirando l’attenzione di un adulto) e, infine, quando sarà maturato abbastanza a livello cognitivo e affettivo, quella dell’empatia esistenziale (brutta bestia che consente di vedere il marcio anche dove c’è un sorriso: soffrire per una persona che, in sala d’attesa all’ospedale, fa battute reprimendo la voglia di scappare da lì).
Se le tappe del suo sviluppo sono state indicate tanto precisamente come è possibile riscontrare certe differenze nel comportamento? Perché l’educazione, i geni e la cultura influenzano la maturazione dettando ritmi e tempi dell’evoluzione personale. A volte, portando a risultati palesemente in contraddizione gli uni con gli altri.
Ma se queste sono le fonti, dove sfocia il fiume?
Photo by Luke Micheal





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