Sapere cosa è il bene, o presumere di saperlo, porta necessariamente alla sua attuazione? Insomma, conoscere la via giusta significa prenderla senza passare dal via, senza guardare in faccia né distrazioni, né tantomeno scorciatoie truffaldine? Il mondo ci insegna di no e, sebbene rispondere a questi quesiti sia piuttosto facile, come è possibile agire negativamente ammettendo la consapevolezza dell’errore? Verrebbe da pensare che il motivo principale sia un guadagno di qualche tipo, sì, un interesse specifico. Oppure che lo si fa per il puro gusto di farlo, perché si può. Ma bastano come spiegazioni? È difficile immaginare una persona tanto abietta da crogiolarsi nelle proprie nefandezze con studiato edonismo. Anzi, tragicamente, queste stesse aberrazioni vengono compiute nel nome di un qualche principio distorto oppure giustificate secondo meccanismi efficaci per quanto comuni.
Ancora una volta si parlerà della madama più antipatica di tutte: la moralità.
A riprendere le intuizioni di Hoffman sull’empatia ci pensò Eisenberg che ne arricchì il costrutto distinguendo una parte cognitiva dell’empatia da una propriamente affettiva. Un conto è capire ciò che una persona sta attraversando, un altro sentirlo come proprio. È la differenza che intercorre tra nominare la parola tristezza e riconoscerla in un volto sofferente e percepirne a pelle l’intensità sebbene non ci siano motivi personali per provarla. Tra l’altro, sostiene Eisenberg, la sympathy (compassione) comporta un coinvolgimento emotivo non trascurabile che bisogna gestire proficuamente. Mettersi a piangere di fronte a una persona che piange è utile quanto tentare di salvare un galeone che affonda gettando l’acqua fuori bordo con un secchio bucato. Le emozioni negative mettono a disagio. Non solo quelle provate in prima persona, ma anche quelle che ci circondano. Per evitare che il personal distress raggiunga dei livelli eccessivi (invalidando la stessa capacità empatico-compassionevole) è necessario sviluppare delle tecniche di autoregolazione emotiva. Ciò è aiutato in particolare da un tratto del temperamento che la studiosa chiama effortful-control, ossia l’abilità di riconoscere la propria capacità di monitorare, controllare e gestire le emozioni proprie e altrui. È parente stretta dell’autoefficacia, ossia la possibilità di riconoscere l’influenza concreta delle proprie azioni.
Questa teoria ci mostra come lo sviluppo della moralità e del comportamento siano inscindibili dal rapporto dialettico tra esseri umani. Nel contatto e nella negoziazione di significati e consuetudini si costruisce un’identità matura capace di stabilire dei saldi e sani rapporti con l’ambiente. È utile anche all’individuo, così facendo il magma caotico delle emozioni trova una sistemazione stabile smettendo di bruciare a destra e a manca tutto quel che trova sul suo cammino. Dopo aver evidenziato questi aspetti che originano la cognizione morale è ora di scendere sul campo principale.
I modelli che più hanno influenzato gli studi in materia sono cinque. I primi tre sono stadiali (Piaget, Kohlberg e Gibbs) e gli ultimi due fanno capo ad approcci integrati e più recenti che si propongono di superare quelli precedenti e di colmarne alcune lacune (Teoria dei domini e teoria sociocognitiva di Bandura).
Per Piaget, padre dell’epistemologia genetica, la moralità, come le altre facoltà cognitive, si sviluppa su base logica e costruttivista. Il corpo umano matura seguendo una scansione biologicamente determinata che viene influenzata dal modo in cui il singolo interagisce con l’ambiente. Il corpo è, secondo questa visione, lo strumento che la mente logica scopre al trascorrere del tempo. Inizialmente il bambino si trova in uno stato di totale amoralità, incapace di distinguere le emozioni proprie e altrui e incapace parimenti di intervenire. Successivamente, la sua morale diventa eteronoma, ossia stabilita dall’esterno. Viene quindi ereditata dalle agenzie sociali quali la famiglia, la scuola e il gruppo dei pari, e si configura nell’obbedienza alla norma per evitare eventuali punizioni. In questa fase il bambino non agisce bene per principio, bensì perché sa che alcuni comportamenti lo metteranno nei guai. La norma morale, perciò, non è sentita e vale fin quando il controllore è in circolazione. Infine, raggiunge la morale autonoma attraverso l’esperienza, la quale si svincola dagli insegnamenti esterni (pur nutrendosene) e consente al singolo di sviluppare un’indipendente e libera idea di cosa sia giusto e cosa sbagliato.
Per Kohlberg l’influenza della società è invece maggiore (c’è più Vygotskij che Piaget, insomma) e le convenzioni dettano il ritmo della crescita morale. Nel suo modello stadiale sono presenti tre stadi rispettivamente suddivisi in due sotto-stadi o momenti. Nel primo, quello preconvenzionale, il pensiero del bambino è egocentrico, superficiale e autocentrato. Si divide nei momenti “premio-punizione”, in cui l’azione è dettata dalla paura di una ripercussione, e in quello “strumentale”, in cui l’azione viene svolta in vista di un vantaggio. Il secondo stadio è quello convenzionale e si sviluppa dopo i primi dieci anni di vita. In esso, il soggetto sta uscendo dalla sua bolla autoreferenziale e capisce l’importanza delle convenzioni per entrare a far parte di un gruppo più o meno coeso. Avremo così il momento del “bravo ragazzo”, in cui si cercherà di soddisfare le aspettative esterne, e quello del “mantenimento dell’ordine”, in cui la moralità verrà scambiata tout court con la salvaguardia dello status quo e dell’ordine sociale. Infine, l’ultimo stadio è quello postconvenzionale e necessita di una maturità psicologica adeguata per essere raggiunto. Nel suo primo momento, “evoluzionistico”, la convenzione viene analizzata alla luce della sua storia e delle sue motivazioni (perché esiste un certo comportamento? Da chi è tenuto? Quali sono le conseguenze del non tenerlo?) mentre nell’ultimo momento, “di coscienza e di principio”, si arriva a capire che, oltre alle leggi esiste anche un altro sistema di valori, più universale e autonomo. Ciò potrebbe, ad esempio, portare un individuo a scegliere un’azione al di fuori della legalità del proprio paese d’origine per una vastissima gamma di motivi (disobbedienza civile, resistenza politica e religiosa, per compiere un atto criminale ecc.) reputati fondamentali dal singolo perché specchio di un’intenzione più alta, di un imperativo etico che riguarda la specie intera.
Gibbs non è ricordato tanto per il suo modello stadiale, che ripercorre di fatto quello di Kohlberg benché abbia dato ai suoi stadi nomi differenti, bensì per una differenziazione qualitativa dei diversi momenti. Da quanto emerso dai modelli di Piaget e Kohlberg appare evidente una dinamica a step, a gradini necessari da scalare prima di giungere alla fase successiva. Ebbene, Gibbs rende questa scalata più flessibile distinguendo lo “sviluppo morale standard” da quello “esistenziale”. Se lo sviluppo standard ricalca i modelli precedenti, quello esistenziale (che di norma viene associato all’età adulta) rappresenta la capacità di comprendere i moventi profondi dietro le azioni umane e non si configura come l’ultima tappa di un lungo percorso. Non è il picco della maturazione, ma uno sviluppo mobile che si intreccia allo sviluppo standard.
Tuttavia, alla luce di questo sviluppo morale che pare insito in ognuno di noi, perché si concepisce l’idea di andargli contro e di essere, appunto, amorali?
Photo by Daniele Franchi





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