Siam giunti al delta della questione. Abbiamo attraversato le vette delle origini, capendo da quali risorse attinga il fiume della moralità, siamo passati per il corso della cognizione morale, ossia del ragionamento etico e del suo sviluppo cognitivo e graduale, e adesso ci apprestiamo a raggiungere la foce, dove il concetto deve farsi necessariamente azione. Cos’è un progetto senza la sua realizzazione? Un’idea aleatoria, uno spunto. Che sì può essere geniale, creativo e rivoluzionario, ma che, circoscritto nell’ambito di una singola mente, risulta ingabbiato e incapace di esprimersi appieno.
Se il Giudizio universale di Michelangelo fosse stato solo immaginato avrebbe influenzato tanto il nostro senso estetico? E se lo stesso destino fosse toccato alla Basilica di San Pietro, a La risata di Boccioni, alle opere teatrali di Shakespeare e all’Amore e Psiche di Canova?

Secondo la Teoria dei Domini la moralità non nasce e si sviluppa in modo graduale e stadiale. La sua maturazione è sì legata a fattori biologici e cognitivi, ma non sono tali da esaurirne la complessità e da spiegarne ogni aspetto. Innanzitutto, negli anni Novanta, gli esperimenti di Smetana e Braeges hanno dimostrato che i bambini, già dopo quarantadue mesi, sono in grado di riconoscere delle azioni morali, quindi, seppur in maniera primitiva, di comprenderle, e sono anche capaci di distinguerle le une dalle altre a seconda del loro impatto. La Teoria dei Domini prevede l’esistenza di domini specifici per i diversi aspetti della moralità aventi la caratteristica di svolgere una vita autonoma e slegata gli uni dagli altri. Non sono espressioni di una stessa maschera, bensì facce di una stessa persona.
I domini sono tre: morale, socioconvenzionale e personale. Il primo riguarda gli ideali vissuti come imprescindibili e universali, fondanti la stessa idea di essere umani. Rientrano in questo ambito i diritti ritenuti inalienabili e fondamentali, quelli che, a ragione, distinguono una società civilmente avanzata da una ancora influenzata da principi ritenuti superati (lo stato di diritto versus lo stato della forza e della sopraffazione). Il secondo tratta quei comportamenti che ricadono nella pentola delle convenzioni sociali, ossia tutti quegli atteggiamenti che sono reputati centrali per una data comunità in un dato periodo temporale. Sono, innanzitutto, circoscritti e vissuti in una dimensione collettiva. Fondano, o arricchiscono, l’identità dell’individuo e ne orientano e influenzano le scelte di vita e le prospettive sul futuro. Pensare che il compimento della propria vita sia ottenere un buon lavoro e avere una famiglia numerosa e felice ne è un esempio lampante che, a mutar di luogo, potrebbe cambiare drasticamente: in una tribù amazzonica la realizzazione personale potrebbe essere legata alla capacità di diventare un’ottima guida per i cacciatori indigeni. Il terzo riguarda le convinzioni personali. Quel sistema che ruota attorno al singolo e che viene formandosi nella quotidianità e nell’incontro-scontro con l’altro da Sé. In poche parole, è ciò che la mente rielabora dell’esperienza, a seconda del livello di maturazione biologica raggiunto e dello sviluppo socioculturale e affettivo. Esprimersi attraverso un vestiario particolare, adottare uno specifico registro linguistico, trascorrere il proprio tempo in un modo oppure in un altro, sono tutte scelte che fanno capo alle convinzioni personali.
Se è vero che un bambino di meno di quattro anni è in grado di distinguere i diversi domini, perché è evidentemente incapace di comportarsi di conseguenza? Perché, nella realtà, spesso e volentieri ci si trova di fronte a situazioni che sono il frutto della commistione di diversi domini. I domini misti sono molto più difficili da districare e solo con il tempo gli esseri umani imparano a mettere nella giusta prospettiva i diversi elementi (ammesso che sia sempre possibile; anche qui la risposta più logica induce a dire che non sia mai davvero così). Il mancato discernimento dei diversi domini porterebbe alla possibilità di comportarsi erroneamente. Se, per esempio, una questione sul piano morale venisse scambiata per una questione personale si avrebbe un tasso di esplosività non indifferente. Sarebbe come demandare il giudizio sulla vita di un’altra persona alle convinzioni particolari di un essere umano qualsiasi. Purtroppo, non è un atteggiamento molto raro, ed è quello che contraddistingue gli individui che pensano di rivolgersi alla giustizia privata anziché di consultare gli organi della legge. Allo stesso tempo un evento legato a fattori personali, l’abbigliamento, potrebbe essere considerato da alcuni una materia socioconvenzionale, quindi un fatto di costume, di decoro, e da altri una querelle morale, di fatto pensando una cosa del tipo “se ti vesti così sei un poco di buono”. Sarebbe come tornare al verghiano Rosso Malpelo.
Perché si compiono azioni trasgressive? Secondo questo modello perché ognuno è libero di dare un peso diverso alle questioni morali, socioconvenzionali e personali.

Bandura, uno dei più importanti psicologi del Novecento e oltre, ha proposto una visione più sfaccettata di quest’ultimo fenomeno. Secondo lo studioso canadese la moralità si costruisce socialmente durante la crescita. Inizialmente la fonte privilegiata è la famiglia, successivamente lo diventano anche la scuola e il gruppo dei pari. Premi e punizioni, proibizioni e permessi consentono al bambino di capire cosa sia socialmente accettabile e cosa no. Giunto a una certa età diventa in grado di manipolare queste informazioni e di mettere in atto una serie di strategie per raccontare e raccontarsi ora secondo una luce, ora secondo un’altra. Il disimpegno morale consente all’individuo di elaborare la propria azione in modo tale da diminuirne l’impatto psicologico e, di fatto, neutralizzandola nei casi più felici. Sebbene questo meccanismo sia sempre appreso dal contesto di riferimento e abbia un’innegabile utilità psico-affettiva (per fronteggiare le emozioni negative, lo stress, l’ansia, gli eventi traumatici, le discrepanze tra realtà e aspettative) al contempo può essere sfruttato per giustificare un operato rivolto contro gli standard morali interiorizzati. Per Bandura i meccanismi del disimpegno morale sono otto e vanno dalla minimizzazione (“non ho fatto qualcosa di grave”) allo spostamento della responsabilità (“sono stato provocato”), dal confronto con una cosa peggiore (“l’ho preso in giro, non picchiato”) alla diminuzione della propria responsabilità (“mi è stato detto di farlo/ho solo eseguito gli ordini”). Il disimpegno morale, quindi, modifica la percezione dell’evento agito e salvaguarda i propri modelli morali interiorizzati, di fatto spostando l’attenzione sul dito e non sulla luna. Ciò significa che, a conti fatti, una persona in grado di autoinfluenzarsi efficacemente potrebbe arrivare a fare qualunque cosa.
È per un bene superiore! Così vuole il mio dio! In realtà lo faccio negli interessi della nazione!
E tante altre giustificazioni pronte all’uso.

Photo by Jack Finnigan

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