Esiste un nodo non sciolto nei dibattiti scientifici attuali. Riguarda l’origine del linguaggio. È un bandolo difficile da sbrogliare perché le posizioni sostenute in merito sono, per i mezzi odierni, indimostrabili. Da una parte c’è chi ritiene che sia una facoltà frutto dell’evoluzione specie-specifica di un precedente sistema di comunicazione umano, in particolare quello gestuale-prossemico, e dall’altra chi ritiene che sia il risultato di una mutazione genetica avvenuta in un momento non riconoscibile nel vasto periodo della presenza umana sulla Terra. Vasto per modo di dire, gli esseri umani ricoprono una lingua di tempo relativamente insignificante rispetto alla vita del pianeta.
Se è impossibile stabilire l’origine precisa della facoltà linguistica si può parlare altresì del come si è sviluppata. Ecco fioccare sul tavolo della discussione una serie indeterminata di lingue, koinè, dialetti e di conseguenza culture, codici, sottocodici, registri e gerghi. Quella di esprimersi è un’esigenza primaria della nostra specie. Bisogno che si traduce in diverse forme e diversi contenuti. C’è chi ha pensato di poter racchiudere la realtà all’interno dei nomi con i quali veniva descritta, chi ha reputato la lingua un mero strumento per descrivere l’ambiente e chi l’ha considerata il mezzo privilegiato per accedere a una dimensione privilegiata dell’esistenza, quasi come a dire che ogni termine è effettivamente dotato di una magia intrinseca. Al riprodursi delle parole si è anche moltiplicato l’uso che se ne può fare. Ed ecco che, con un pugno ristretto di fonemi, si riesce a generare una quantità infinita di proposizioni.
Per molti secoli la tradizione orale e quella scritta si sono intrecciate in modo confuso. In altri periodi, basta pensare alla classicità romana oppure al Quattrocento umanistico, si è invece operata una netta distinzione tra i due piani della comunicazione. È quasi comico immaginare un dotto filologo umanista, nutrito di latino classico e sprezzante di quello medievale, alle prese con un popolano nella cui bocca risuonano rumori volgari, per l’appunto quella lingua romanza, o lingua del sic (sì) per dirla con il Dante del De vulgari eloquentia, che nei secoli avrebbe portato alla formazione dell’attuale italiano standard.
La tradizione orale, spesso, è stata tacciata di inferiorità e di costitutiva occasionalità. Come se il vastissimo repertorio dei cantastorie, figure mitiche ma non per questo inesistenti, non avesse influenzato, allietato e intrattenuto le vite del popolo per qualche millennio. La cultura orale non è solo quella dei nonni e dei saggi proverbi sentenziosi, né quella delle fiabe che al tramandarsi e al saltare di bocca in bocca cambiano nomi, personaggi e intrecci, bensì è anche quella delle vicende che hanno portato alla stesura dell’Iliade e dell’Odissea, che hanno aiutato le lingue romanze a emergere dall’anonimato e hanno reso celebri autori e forme metriche che adesso ci appaiono come cristalli un po’ ostici e letterari. L’oralità è anche il patrimonio famigliare che si eredita e che si dona. È la taglia dei vestiti che si indossa di fronte alle cose. È un sistema vitale di credenze, aspettative, superstizioni e aspirazioni che detta il ritmo dell’angoscia e dell’impegno. È il nome delle vie e dei toponimi che ci circondano. Degli etimi che bagnano dolcemente i nomi propri che sfoggiamo sulle carte d’identità. Ed è, infine, anche il motore del cambiamento, in primis linguistico.
La prospettiva accademica, specie in virtù di uno storicismo che varie volte è degenerato in accumulazione acritica di fattarelli e opinioni invecchiate male, tende a livellare certi giudizi sulla base di criteri ritenuti immortali e scritti nel nucleo terrestre. Sebbene io non sia di questo avviso, se sostenessi la marginalità letteraria di un Dante rispetto a un Guittone d’Arezzo verrei bollato come un idiota e, nel migliore dei casi, come un provocatore esibizionista. Ci sono giudizi che non mettiamo in discussione, il filosofo Gentile avrebbe scritto per chiara fama, e che ci portiamo dietro come le sferette del rosario e le filastrocche dei bambini. La storia ci insegna che sono fatti già passati l’avvento della Breccia di Porta Pia e l’opera, ad esempio, di un Gianni Rodari. Senza peccare di gola è meglio spegnere la fiamma e smettere di gettare carne al fuoco. Ci basti sapere che a volte, senza una prova tangibile che attesti la fondatezza di un’opinione, siamo già portati a prendere una posizione a discapito di un’altra. Ciò avviene mirabilmente con la cosiddetta cultura popolare. Peccato però che, i primi a godere del Carnevale, sono proprio i più seri di tutti!
La commedia dell’arte ci ha deliziato con figure intramontabili. L’eclettico e malizioso Arlecchino, lo spregiudicato e furbo Pulcinella, l’avaro e lussurioso Pantalone, il serio e spocchioso Balanzone, il coraggioso soldato Meo Patacca. A questa costellazione di maschere i cui tropi vengono ancora sfruttati dal cabaret e dalla stand-up comedy (sebbene in modi innovativi e non sempre riscontrabili) si unisce un forte senso regionalistico dell’arte e della risata. L’astuto e allegro Arlecchino è d’origine bergamasca come l’amico Brighella, inguaribile attaccabrighe, Pulcinella è napoletano quanto è vero che il Vesuvio è un vulcano, Pantalone è la macchietta del vecchio mercante-oligarca veneziano, Balanzone è il dottorone di diritto bolognese e Meo Patacca è il soldato, magari anche un po’ fanfarone, che da Plauto ai giorni nostri corrisponde all’idea malinconica-sorniona del romano verace (di quel tipo umano che alterna alla spacconata infantile e intrepida lo stornello al tramonto).
Di queste vere e proprie costellazioni del firmamento culturale italiano si può dire molto, nel bene e nel male. Ma quel che qui interessa è nominare un’altra di queste figure, o meglio, un altro gruppo che meriterà un approfondimento dedicato. Sto parlando dei celebri Bertoldo, Bertoldino, Cacasenno e Marcolfa. Bertoldo è un contadino di montagna, vero e proprio archetipo del montanaro che sembra uscito da Le otto montagne di Cognetti, saggio, sentenzioso e brutto come la fame. Un personaggio simile, alla corte di Alboino re dei Longobardi e quindi tout court dell’Italia post-romana, non può che destare stupore e scalpore. Bertoldino è il suo sciocco figliolo, brutto anch’egli, e dall’ingenuità disarmante. Cacasenno, nome geniale sul pari di quello dei Toscano che diventano Malavoglia, è il nipote infante ancor più sciocco del figlio. Marcolfa, infine, è la moglie di Bertoldo, astuta ed esperta quanto lui e, sotto sotto, ancor più protagonista del più celebre compagno. C’è un bel volume che raccoglie le loro vicende, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno di G.C. Croce e S. Della Fratta, che mostra ancora una volta il volto ironico e gustoso della miglior tradizione della novella italiana da Boccaccio e Sacchetti fino ad arrivare a Primo Levi (leggete assolutamente L’ultimo Natale di guerra), Calvino e Benni.
Dove c’è Bertoldo è come se si festeggiasse un interminabile Carnevale, fondato solo sul rovesciamento.
– La sapienza dal basso, Antonio Faeti,in Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, BUR, pag. 285.
Photo by Llanydd Lloyd





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