“Il re però non si accontentò di lasciare ai posteri l’epitaffio di Bertoldo, ma pensò che le migliori delle sue massime dovessero essere conosciute e messe sotto gli occhi di tutti. Chiamò a sé quelli dei notabili di corte che più degli altri avevano frequentato i suoi conversari con l’amato defunto e, insieme, si ingegnarono di ricostruire e trascrivere gli insegnamenti orali di quel grande. Si ebbe così un bel gruppo di sentenze da scolpire.”
Alboino, nelle abili mani di Giulio Cesare Croce, si presenta inizialmente come un sovrano intemperante e facile a mutare di umore. È il primo ad apprezzare le virtù burlesche di Bertoldo, o meglio, a vedere nel senno, nel buonsenso popolare, del montanaro materia di cui ridere e sollazzarsi. Ciononostante, il potere costituito raramente riesce a convivere in pace con la risata. Per questo, a rendere ancora più “grande” Bertoldo non concorre solo la sua umoristica saggezza, ma anche la capacità di salvarsi dalle condanne che gli piovono in testa per ordine del re e della regina. Come può, questo picaresco villano, ottenere infine tanta gloria e tanta considerazione da tutta la corte longobarda?

I.
Chi è uso alla zappa non usi la lancia.
Bertoldo è un uomo del primissimo Medioevo. Le vesti lacere lo accompagnano tanto quanto il volto solcato da rughe profonde e la conoscenza minuziosa delle erbe selvatiche che crescono attorno alla sua baracca. Non possiede terreni, non è un signore né un signorotto, non ha ricevuto un’istruzione formale né si è potuto confrontare con i saggi del tempo, quelli che venivano chiamati i dottori della scienza, gli strologatori, i filosofi e i savi. Ha una moglie acuta quanto lui e brutta di pari passo, che conosce la fatica e il sacrificio di vivere su di un monte pressoché isolato e circondato dalla natura selvaggia. Il suo nome fa immaginare un cipiglio, un grugno, un’espressione aggrottata e poco incline alla conversazione: Marcolfa. Tuttavia, è donna di gran garbo e di sensibilità squisitamente popolare, sa che pestare i piedi alle persone sbagliate può rovesciare il destino di chi, nato povero e abbarbicato alla roccia come una radice, non ha mezzi per fronteggiare il vento del potere. La vita della coppia è anonima, indifferente alle notizie che non giungono dalle poche città e dai teatri dei grandi conflitti che prefigurano la prima età feudale. Sono persone di fatica che al termine della giornata raggranellano erbe di campo per cena e, per il fatto di averne trovate di commestibili, sorridono pure. I rovesci della fortuna potrebbero accanirsi su di loro come su chiunque altro, questo è ovvio, ma certo non fanno nulla per andare loro incontro. Essendo consapevoli del proprio non si arrischiano nel territorio dell’ignoto.
Diversamente da quanto fa chi, specialmente a corte, si reputa un factotum, un maestro di tutte le arti, capace di ingaggiare battaglie dialettiche e diatribe e gare di facezie quando, prima di quel momento, non ha fatto altro che consumare in modo parassitario il favore del sovrano.
Chi ha paura degli uccelli, non semini il miglio.

II.
Chi si veste ogni giorno di nuovo, litiga sempre col sarto.
Bertoldo alla corte è un po’ come un animale raro ed esotico. Una scimmietta dispettosa sempre in procinto di lanciare escrementi sulla nobiltà, feci che, immancabilmente, non vengono mai scagliate. I dignitari sono indispettiti dal favore che riceve dal sovrano. Non capiscono perché uno zotico campagnolo dovrebbe meritare più attenzione del frutto del miglior pedigree di corte. Ingessati nei loro ricchi ricami e nelle ostentazioni di una cerchia dalla vista ristretta e dalle inimicizie particolari cavillose e maligne, i nobili sono descritti come delle macchiette comiche, delle vere maschere di pura ignoranza, di quella peggiore, tra l’altro, di chi non sapendo di non sapere reputa di saper tutto. Bertoldo, dal canto suo, non ha bisogno di tante parole e di tanti sfarzi per mostrare al re quanto di marcio si celi nel loro atteggiamento. In più, lo sorregge un’idea che è come una fede sincera e autentica: di che mondo è mondo e di che razza è razza, la specie umana è pressappoco tutta la stessa. I suoi pareri disinteressati catturano l’attenzione del re che lo rende suo consigliere e, da quel momento, il montanaro diventa una presenza fissa senza il cui parere il sovrano non fiata. Lo scandalo della corte è sempre maggiore, tanto che alcuni reputano il re pazzo oppure sotto l’influenza di qualche sortilegio. Niente di più falso! Il re, a dirla tutta, si diverte! Primo, perché il suo nuovo confidente è spiritoso e dalla lingua aguzza, secondo, perché, pur sprovvisto di educazione, è un pozzo senza fondo di storie, favole, novelle ed è impareggiabile in qualsiasi confronto linguistico. Non per questo la vita a corte di Bertoldo è semplice, anzi. Accumula invidie su invidie e, in particolare, l’astio rancoroso della regina. Odio che si andrà a smorzare col tempo, ma che lo caccerà nei guai più di una volta. In quei casi il povero Bertoldo, che della tranquillità vorrebbe fare professione, manipola gli elementi che lo circondano per evitare il cappio stretto intorno al collo. Ed è così che si rivela affabulatore, bugiardo incallito, millantatore, abilissimo diavoletto sulla spalla. Solletica i desideri del prossimo, mostra le facce di una medaglia, sì, ma truccata, e sfrutta senza ritegno il senso letterale delle parole. Bertoldo si attiene a ciò che può toccare e controllare, non si avventura nel campo della scommessa e dell’azzardo. Quando lo fa, dal suo punto di vista, si tratta di un rischio tanto calcolato da apparire come una specie di cassaforte già scassinata. Così, con trucchi di magia arguti e squisitamente linguistici, evita le bastonate dei nemici come fosse un fantasma dispettoso.
Chi riconosce di non saper nulla, costui è il più sapiente.

III.
Chi crede ai sogni, fonda i suoi pensieri nella nebbia.
Bertoldo, come ogni celebre malandrino delle fiabe, si ritrova spesso incastrato in situazioni grottesche: dentro un sacco pronto per essere ucciso, dentro un forno e in compagnia di alcuni sgherri che hanno il compito di bastonarlo. Lui, povero nullatenente, bersagliato dalle armi di chi è stato baciato dalla fortuna! Tuttavia, la sua resilienza non passa inosservata. Tanto che Alboino, che più volte è croce e delizia del montanaro, si dispiace delle sventure dell’amico ma al contempo le infervora, le costruisce e ce lo getta dentro per vedere come poi si comporterà quell’astuto villano. La corte intera ha un’idea precisa di come dovrebbero andare le cose: il buffone dovrebbe stare al suo posto. A Bertoldo, come è ovvio, ciò non può andare giù. Gli va di traverso anche solo il fatto di sentirsi reputare un buffone. Non è un orrido scherzo della natura che a tirar campanacci vuol mendicare la giornata, è fatto della stessa pasta di nobili e regnanti. Per questo l’etichetta monarchica gli sta stretta e non si inchina di fronte al re. Sono entrambi umani e figli di Dio e in quanto tali architettati a sua immagine e somiglianza. È esso un criminale? No. Ha fatto un torto a qualcuno? No. Allora perché dovrebbe abbassare la testa per riguardo di una corona? Perché l’idea della regalità dovrebbe commuoverlo e istillargli del timore reverenziale?
Alboino, di tutte queste arguzie, è satollo. Vuole che il consigliere si inchini in sua presenza. Fa costruire una porta molto bassa, così da impedire a Bertoldo altri movimenti che non siano quelli di una schiena curva e di uno sguardo rasente al suolo. Come va a finire? Ma ovvio: che Bertoldo entra di culo!
Il dado è tratto, il villano è troppo astuto. Va ricoperto di doni e ricompense. Guiderdoni che vengono prontamente rifiutati da Bertoldo il quale sa bene di non dover ambire a più di quanto la natura gli abbia già dato. L’avidità è solo causa di sventura. Viene allora integrato a corte, gli viene consegnata una stanza arredata e il servizio dei servi del castello. Inizia a cibarsi di manicaretti elaborati e di gustosi quanto preziosi vini d’annata. Ma lo stomaco di chi si è sempre cibato di poco può sostenere tanta regale pesantezza? No, difatti muore, così, a causa di pernici squisite e quaglie profumate.
Chi mangia quel che piace agli altri, non mangia mai nulla che gli faccia bene alla salute.

IV.
Bertoldo è morto, viva Bertoldo!
Il notaio imbroglione, Cerfoglio de’ Viluppi, consegna ad Alboino il testamento del compianto Bertoldo. Ma il re, non pago, vuole dedicargli un epitaffio.

In questa tomba tenebrosa e oscura
giace un Villan di sì deforme aspetto
che più d’orso che d’uomo avea figura
ma di tant’alto e nobile intelletto
che stupir fece il mondo e la natura.
Mentr’egli visse, Bertoldo fu detto.
Fu grato al re, morì con aspri duoli
per non poter mangiar rape e fagiuoli.


Addio Bertoldo, figliolo del fu Bertolazzo, del fu Bertuzzo, del fu Bertin da Bertagna.

Photo by Andrew Seaman

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