Non sono venuto a far discorsi è una raccolta di prose dello scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la Letteratura nell’anno 1982. Con questo abbiamo esaurito le informazioni di rito e di circostanza e siamo in grado di passare oltre, magari aggiungendo un po’ di carne sulla brace.
Ho erroneamente definito l’opera una raccolta di prose. In verità, come suggerisce ironicamente il titolo, è una vera e propria collezione di discorsi pubblici tenuti dal grande scrittore nel corso della sua vita. Il primo, ossia quello che apre la raccolta, è stato scritto e pronunciato pubblicamente quando l’autore non aveva che diciassette anni e il secondo in ordine cronologico quando ne aveva compiuti quarantatré. Cosa ha portato a questo lunghissimo silenzio? Un fatto nudo e crudo: Marquez, per sua stessa ammissione, ha affermato più volte di non essere tagliato per i discorsi pubblici. Anzi, non si tratta di una questione di abilità, certi grandi scrittori hanno la capacità di sorprendere anche se stessi, bensì di inclinazione personale. I panni del panegirista, dell’oratore pubblico e dell’imbonitore da piazza non calzavano sulla sua pelle come quelli del romanziere e del novelliere. Si sentiva fuori luogo, a disagio, sapendo di dover partecipare a simili occasioni. Proprio per questo declinava gli inviti con la facilità con cui una persona comune cestina i volantini pubblicitari recapitati via posta. Va da sé che uno scrittore è, volente o nolente, un personaggio in parte pubblico. Non che sia giusto, non che sia necessario, ma verrebbe da dire che esporre il proprio lavoro al mondo intero può essere causa dell’interessamento di quel mondo stesso, il quale non è mai tanto affascinato quanto dal successo dei suoi abitanti. Quindi sì, esistono scrittori e scrittrici appartati e riservati che non vogliono né apparire né far parlare di sé (un nome su tutti è quello di Elena Ferrante) o che, attraverso la menzogna letteraria, depistano giornalisti e curiosi (e qui sorge subito alla mente Italo Calvino, “scoiattolo della penna” che ammetteva di fornire dati sbagliati durante le interviste per non essere mai inquadrato appieno), ma ciò comporta un notevole impegno e consumo di energie. Attività sacrosanta e condivisibile ma c’è chi, come Marquez, alla fine ha bonariamente gettato la spugna e ha concesso al mondo le sue vive parole dopo aver regalato con tanta arte quelle impresse sulla carta stampata.
Cosa non avrebbe mai voluto fare? Accettare un premio per il suo lavoro e tenere discorsi pubblici. Cosa fece? La storia ne è testimone: vinse premi e tenne discorsi. A onor del vero non molti, sicuramente meno di quelli propostigli. Ma, per la fortuna di noi lettori, ce ne sono pervenuti alcuni in volume che, ad oggi, possiamo sbocconcellare come l’oro rosso di inizio maggio (a.k.a. le ciliegie). In più, è necessario sottolineare come uno di questi discorsi, La solitudine dell’America Latina, sia a ragione considerato uno dei suoi scritti più importanti poiché, oltre ad aver accompagnato la cerimonia di conferimento del Nobel, ha anche orientato gli occhi dell’opinione pubblica su quel continente percepito sempre ai margini del proprio campo visivo. Come a dire che l’America Latina non fosse solamente il paese natale di premi Nobel, dittatori sanguinari, tribù indigene ed ex giardino delle potenze europee, ma una ben specifica costola del genere umano, un arto necessario come una gamba, un braccio, il collo. Chi si sognerebbe di ignorare un fastidioso torcicollo? Chi un braccio rotto, una vertebra schiacciata, una caviglia slogata? Nessuno. Ebbene, per quale motivo allora, chiedeva sottilmente e con la poesia sprigionata da ogni parola del discorso il grande colombiano, l’America Latina era stata gettata nel dimenticatoio della coscienza occidentale?
La cultura popolare è formata da vecchi adagi. Spesso, più li si accumula, più ci si rende conto che a volte sono in contraddizione tra loro. Si pensa che chi parla poco lo fa per dire cose sagge, è certo possibile, ma ciò coesiste con chi parla poco perché non saprebbe che dire aprendo bocca. La solitudine dell’America Latina ci dimostra tutta la benevolenza del caso: un autore che non avrebbe voluto dire, ha detto, e dicendo ha acceso le lampadine della stanza.
Esporre, in italiano, significa mettere in mostra qualcosa. Renderlo più chiaro e digeribile. Spiegarlo. Contemporaneamente, esporsi mantiene l’accezione di mettere in mostra, in questo caso se stessi, ma anche di rendersi un bersaglio, di mostrare le proprie debolezze e, in qualche modo, di presentarsi con la guardia abbassata.
Sotto gli occhi di una sala gremita e in fremente attesa, l’oratore deve fare i conti con le aspettative del pubblico e con la propria emotività. Deve catalizzare l’attenzione mentre assopisce il diavolo sulla spalla che minaccia di arrotolare la lingua e mandare tutto in fumo. È come se disegnasse dei cerchi concentrici sul suo corpo e invitasse le persone a scagliare tutto quel che possiedono, ammirazione e rispetto come invidia e incomprensione. Quindi, per quale motivo un uomo che non ha mai voluto trovarsi in una situazione simile si è prestato a questo gioco? Perché esporsi a tal punto?
Per ribadire a gran voce ciò in cui si crede. Per lottare, a parole e con i fatti, contro le disparità sociali, le iniquità storiche, il degrado e la degenerazione mai arrestata di un genere umano che tanto potrebbe risolvere se solo avesse la pazienza di armonizzare i propri sforzi.
Gabriel Garcia Marquez si esponeva, contro il disagio e le sue stesse inclinazioni, per sostenere il prossimo. Alcuni di voi penseranno che prendere la pallottola al posto di qualcun altro sia sciocco. Bene, avete la vostra parte di ragione. Nell’altra invece vivono le persone magnanime, magni animi, che sono come boccate d’aria fresca nei polmoni dell’umanità.
Photo by Roberto Huczek





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