L’anarchia è affascinante. È un pensiero che, almeno una volta nella vita, attraversa la mente di chiunque. Soprattutto quando si tratta di quel tipo d’anarchia un po’ generica per la quale vale tutto e il contrario di tutto. Abbattere il sistema costruendo un antisistema è come cambiare una sola spezia all’interno di una ricetta ben collaudata: verosimilmente non si sentirà la differenza e ci sono piccole chance che la situazione migliori o peggiori. L’idea di poter vivere esclusivamente secondo la propria coscienza, facendosi guidare dal proprio codice morale e dai propri principi è accattivante quanto utopica. Per il semplice fatto secondo cui se ognuno ragionasse, esclusivamente, in questi termini esisterebbero più di sette miliardi di leggi diverse e, nel bene come nel male, una gran quantità di esse si troverebbero a scontrarsi tra di loro.
Il risultato, non certo ma probabile, sarebbe il caos.
Allo stesso tempo irrigidire la vita in una forma regolare e immutabile è sciocco quanto cercare di pescare le farfalle con la canna da pesca. Non si può, per definizione, arrestare ciò che per sua natura tende a scorrere ignorando qualsiasi tipo di ostacolo. Il tempo, nella nostra percezione limitata (che però rappresenta tutto quel che possediamo), scorre in una sola direzione. Transita dal passato al presente e dal presente al futuro. Cercare di ingabbiare l’esistenza in un suo qualsiasi momento sarebbe come chiedere a un orologio di smettere di battere i secondi solo perché glielo si sta chiedendo con molta gentilezza. Ne sapevano qualcosa i sostenitori della Restaurazione durante i primi decenni dell’Ottocento: il loro tentativo di riportare indietro le lancette dell’Europa ebbe come effetto la nascita dei nazionalismi e il definitivo tramonto del loro tanto amato Ancien Regime.
Ma se sia l’estrema libertà che l’estrema rigidità sono impraticabili, quale via seguire? Quella delle infinite soluzioni che si aprono tra questi due punti agli antipodi.
Tralasciando il valore ontologico delle regole o della libertà è necessario, in quanto cittadini del nuovo millennio, venire a patti con dei cambiamenti che stanno scuotendo fin nelle viscere la nostra società. In altre parole, bisogna combattere la grigia indifferenza che, per dirla con Montale, non ha niente di divino oggigiorno. Una delle virtù da coltivare per essere delle persone decenti, o almeno è ciò che suppongo, è quella di essere degli individui equilibrati all’interno di un sistema equilibrato. È giusto e imprescindibile che esistano idee diverse e contrastanti in qualunque contesto ma, dato che siamo esseri umani e siamo dotati della facoltà razionale e linguistica, ogni controversia, ogni conflitto, ogni scontro si dovrebbe risolvere attraverso queste capacità e non con la primitiva arte di lanciarsi gli escrementi per affermare la propria superiorità. Questa posizione presta il fianco a una serie innumerevole di critiche. Molte, se non la maggioranza, sarebbero anche sensate e pertinenti. Vediamone una: le guerre non dovrebbero più esistere perché la diplomazia dovrebbe sostituirle in tutto e per tutto? Che idea bislacca! Che idea naif! Certo che non sto proponendo una simile idiozia (capacitiamoci del fatto di trovare idiota un simile proposito), bensì partirei dal piccolo, dal particolare, insomma da un microcosmo che sempre, in particolare a noi italiani, diletta con le sue trovate funamboliche e originali: il Parlamento.
Parlamento. Eviterò di consultare il dizionario etimologico ma così, a naso, direi che la sua origine ha a che vedere con l’arte tutta umana di parlare. Parlare, sì, quindi si tratta di condividere dei pensieri e delle riflessioni in maniera civile. Se esistesse un luogo chiamato Parlamento, e ammetto di avere qualche dubbio in merito, lo immaginerei animato da spirito di collaborazione e condivisione. Il luogo privilegiato per il dialogo e il confronto dialettico. Il posto in cui sia possibile esporre le proprie opinioni in maniera pacata e tranquilla, rispettando il turno di parola ed esigendo lo stesso rispetto per qualsiasi altro partecipante alla conversazione. Dovrebbe essere quindi un tempio del rispetto e della parola. Un luogo laicamente sacro nel quale dovrebbe essere ovvio e scontato che certi atteggiamenti non possono essere considerati accettabili. Un esempio su tutti? Lo zittire dei colleghi senza assumersi la responsabilità di questo atto, l’alzare le mani al fine di affermare una supposta autorevolezza o autorità e lo svilire un intero paese con la sola possibilità che ciò avvenga nel luogo predisposto alla discussione degli argomenti di interesse pubblico e nazionale. Sono esempi tratti dalla mia fervida fantasia, niente di tutto ciò potrebbe accadere nel nostro educatissimo ventunesimo secolo, ma facciamo finta che ciò sia avvenuto davvero. Cosa fare? Come comportarsi di conseguenza? Come fare i conti con il degrado di una classe dirigente che fa fatica a rispettare le norme di comportamento che si reputano scontate già all’età di dodici anni? Come accettare che i migliori, perché questo dovrebbero essere, siano in grado di macchiarsi di tanta pubblica infamia senza battere ciglio e, anzi, con la boria di chi sa di essere supportato da una fetta consistete della popolazione? Come ricordare al mondo che, nella battaglia tra soggettività e oggettività, l’umanità ha creato terze vie chiamate contratto, compromesso, intesa e via discorrendo?
Se il ventunesimo secolo deve essere l’era delle rottamazioni io desidero provocarvi. Fin dove siamo in grado di spingerci? Quanto siamo disposti a ignorare? Proponiamo dei punti:
1) Cancelliamo la Costituzione, pare che sia considerata al pari della carta igienica (e alcuni direbbero che quantomeno una delle due si usa davvero).
2) Cancelliamo ogni forma di trattato internazionale.
3) Cancelliamo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo.
4) Cancelliamo anche il diritto visto che, già che ci siamo, la legge del più forte appare sicuramente più spendibile in termini di marketing.
5) Occupiamoci, mentre viene smantellata ogni forma di contratto sociale, di registrare il tutto per poi fare un bel documentario da proporre a Netflix. Gli alieni ce ne saranno grati.
Photo by Rob Curran





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