Esiste un’annosa diatriba che riguarda due dei concetti più antichi del mondo: la forma e il contenuto. C’è chi, oggi come un tempo, predilige la prima e chi la seconda. Le epoche storiche e i movimenti culturali che le hanno caratterizzate hanno dato la palma ora alla struttura, all’organizzazione formale, alla retorica, ora ai valori, ai principi, ai sentimenti e alle idee espresse da una qualsiasi opera. E, beninteso, non si parla esclusivamente di opere d’arte.
In rare occasioni qualcuno ha paventato un compromesso scontato e rivoluzionario al contempo, ossia l’ambizione di unire queste due acerrime nemiche in un’idea sola, nuova, capace di sintetizzare il meglio di entrambi gli schieramenti. Come a stabilire la fusione delle rose di due formazioni calcistiche di per sé forti e antagoniste ma, insieme, ancor più competitive. I tifosi, così come gli storici della cultura, spesso storcono il naso di fronte a simili esiti.

Il Balli si commosse rumorosamente. Scopriva che nel defunto scultore l’artista era esistito fino all’abbozzo e che l’accademico era sempre intervenuto a distruggere l’artista, dimenticando le prime impressioni, il primo sentimento, per non ricordare che dei dogmi impersonali: i pregiudizi dell’arte.
La citazione è tratta dal romanzo Senilità di Italo Svevo, forse il più grande scrittore in lingua italiana del primo Novecento e, se non il primo, sicuramente nel novero di coloro i quali hanno sprovincializzato una letteratura sì florida, sì d’alto spessore, ma altrettanto di frequente lontana dalla produzione europea e dai fermenti culturali più avanzati e progressisti.
È utile contestualizzare il momento in cui questa citazione appare. Stefano Balli, uno scultore amico dell’inetto protagonista Emilio Brentani, sta conversando con egli e la sorella Amalia nel loro salotto. È lì per prevenire le accuse legittime che Emilio sta per rivolgergli; del resto, la sera precedente, in barba al consiglio chiestogli, Stefano ha cercato di sedurre con il suo carisma e il suo modo di fare da uomo forte e sicuro di sé l’amante di Emilio. I medici lo consigliano, Stefano lo mette in pratica: Prevenire è meglio che curare. Per questo si avventura nel piccolo salotto di casa Brentani e scaccia gli sbadigli con dissimulazione mentre Amalia cerca di rendersi amabile e piacevole ai suoi occhi. Per questo sopporta il grigiore di un pomeriggio che avrebbe potuto trascorrere in altri modi più elettrizzanti in questa Trieste sempre caratterizzata da belle giornate che si riscoprono, dopo il tramonto, brevi, tristi e indifferenti. Stefano, quindi, da abile narcisista e people pleaser, scriveremmo oggi in un post di Instagram, proprio non riesce a non stare al centro dell’attenzione, in particolar modo quando è presente una donna. Durante la sua continua dissimulazione, nella quale riesce anche a far passare, come suo solito, l’amico per un individuo senza spina dorsale e molto remissivo, comincia a schiccherare degli aneddoti sul suo passato che dipingono un’autobiografia eccentrica e sorprendente. Forse Stefano Balli, personaggio fittizio figlio di un mitteleuropeo chiamato all’anagrafe Aron Hector Schmitz (alias Italo Svevo, suo nome d’arte), non sa di ricordare da vicino un altro esteta dalla “vita inimitabile”, stavolta in carne e ossa, il buon Gabriele D’Annunzio. Sta di fatto che lo scultore, nel bel mezzo della sua apologia così artisticamente costruita, decide di condividere uno stralcio fondamentale della sua vita che così bene rappresenta quella fortuna dei vincitori che il povero Svevo ha sempre ammirato da dietro la vetrina dei dolciumi. Tanto per fare un’incursione nella sua biografia: Svevo, per anni ignorato dalla critica e dal pubblico, venne scoperto dopo la pubblicazione della Coscienza di Zeno grazie all’intercessione di personaggi del calibro di Eugenio Montale e James Joyce, nel momento in cui aveva formalmente accettato di non condurre la vita del letterato, dello scrittore, insomma dell’umanista, obiettivo che lo aveva assillato per lungo tempo. Quale beffa gli ha riservato il destino? Quella di concedergli una meritatissima vittoria. Un trionfo eclatante, rispetto agli standard a cui Svevo era abituato. Quindi, deciso a intraprendere davvero la vita dello scrittore per dedicarsi alle sue creazioni, iniziò a scrivere con più costanza. Ecco, morì poco dopo a causa delle ferite riportate in un incidente stradale. Nel 1928. Ripeto, nel 1928. E inizialmente i medici avevano sostenuto che le sue condizioni non sembravano nemmeno gravi. Italo Svevo non è era un inetto, ma la sfortuna con lui giocava a freccette.

Questo è il momento in cui ci si rende conto che le espansioni hanno lentamente deposto l’argomento principale. È meglio raccogliere le assi di legno gettate sulla sabbia dopo il naufragio del tema originale. Cosa racconta in questo aneddoto Stefano Balli?
In un giorno della sua gioventù si trovava a Milano. Qui, per dare il giusto commiato alla carriera d’artista, aveva deciso di visitare la mostra di uno sculture da poco scomparso. Si trovava con un amico colto e colse quindi l’occasione per demolire le opere lì esposte senza mitigare il suo giudizio nel rispetto del defunto. Il discorso prese una piega parossistica fin quando, proprio nell’ultima stanza, comparve l’ultima opera dell’illustre compianto. Una scultura lasciata incompiuta, interrotta dall’azione democratica della morte. Di fronte a questo gesso lavorato, sì, ma allo stato di abbozzo, Balli riconobbe tutte le qualità del morto che, fino a un secondo prima, stava distruggendo senza pietà. In lui l’arte era viva e potente ma qualcosa, l’accademismo, ne aveva strozzato le vene e tarpato le ali. Il contenuto, così limpidamente originale e interessante, era stato soffocato a forza dalla forma. Da un lato Balli elogia la vita che scorre impetuosa e l’arte vissuta come ispirazione divina e intuizione squisitamente umana, dall’altro, ripudia la stasi e l’artificiosità di un modello seguito pedissequamente, capace di snaturare quel che di buono c’è nella natura dell’opera d’arte. Che sia il vecchio scontro Natura-Cultura di rousseauiana memoria? Chi può dirlo. Questa non è che una delle tante testimonianze possibili.

Come andò a finire questa gita al museo?
Il discorso del Balli venne apprezzato così tanto da un anziano spettatore della scena che decise di inserire il giovane nel suo testamento per lasciargli in eredità le ricchezze accumulate nella sua vita da agiato e conformista borghese.
La fortuna bacia i camaleonti, a quanto pare. Si suppone che Svevo abbia invidiato questa capacità trasformista. Si suppone solamente, per carità.

Photo by Artyom Kabajev

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