Ci vuole una certa abilità per rendere lirico qualcosa che si mostra come scarno. È facile intuire la poesia di una prosa articolata e meditativa, o meglio, l’intenzione poetica che in essa ha riversato l’autore, mentre è più difficile coglierla nel momento in cui il testo si presenta in maniera secca e schietta. Lirico e poetico, nel linguaggio comune, hanno assunto la sfumatura di “oscuro”, “astruso” e “ridondante”. Nel migliore dei casi di “artefatto” e “artificiale”, come se la scrittura potesse essere altro rispetto a una comunicazione volontaria.
Verrebbe da chiedersi, per aiutare questi amici che reputano uno stile lirico l’equivalente di una pasticca a base di melatonina se esistono delle opere che perseguono questo intento senza “appesantirsi” con le valigie della sintassi.

Un modo per viaggiare leggeri in letteratura è quello di affrontare parte della miglior prosa statunitense. Tre nomi su tutti, benché ce ne siano altri di pari valore se non superiore, quelli di Yates, Carver e Hemingway. Ad accomunare questi scrittori, per altri versi molto diversi tra loro, c’è la loro tipica cifra stilistica: una concisione, la famosa brevitas direbbe qualcuno, tanto elegante da non scadere nella superficialità e tantomeno nella banalità.
Questi tre grandi maestri della prosa in presa diretta, ossia di un dettato agile e veloce che pare riprendere la scena come se a scrivere fosse l’operatore dietro la telecamera di uno sceneggiato, non avevano bisogno di elaborate e arzigogolate descrizioni di ambienti e stati d’animo per trasmettere appieno il mood della stanza.
Uno degli assiomi di tanta scrittura creativa, materia nei nostri lidi sconosciuta come le estati fresche sul litorale laziale, è il celeberrimo e famigerato “show, don’t tell”. Ciò significa che si può raggiungere il proprio effetto estetico senza nominarlo. Funziona sempre? È la formula magica che dischiude i segreti dello scrigno della scrittura letteraria? Dispiace ammetterlo così francamente, ma no.
In generale bisogna sempre dubitare di chi è convinto di avere in tasca la risposta assoluta a un qualsiasi quesito. Tra l’altro sarebbe una chiave ben problematica da usare a conti fatti, visto che per padroneggiare questa tecnica pare ci sia bisogno di sacrificare sull’altare di Cronos almeno metà della propria vita cosciente.

Luca aveva perso il peluche all’ultimo secondo. Si sentì triste e impotente di fronte al gancio metallico della sala giochi. Pensare che aveva occupato tutto il pomeriggio proprio per soddisfare questo suo piccolo desiderio.

Luca vide il peluche cadere dal gancio metallico e raggiungere gli altri premi. Si toccò le tasche alla ricerca di altri gettoni, ma non ne possedeva altri. Strinse i pugni e a occhi bassi uscì dalla sala giochi. All’esterno dell’edificio lo aspettava il tramonto.

In quanto lettori sensibili e cortesi non mi rimprovererete la banalità dell’esempio. Proprio nella sua semplicità – mi è volata la parola icasticità fuori dalla finestra, stavo quasi per scriverla davvero! – ci mostra la differenza tra una sensazione nominata e una sensazione evocata. Il secondo esempio dà un ritmo diverso alla narrazione e mantenerla su quello spartito per tutta la durata del capitolo o del racconto non è affatto facile. Innanzitutto, si rischia di rendere la propria storia un’enumerazione di gesti e azioni, priva di qualunque spessore psicologico. In secondo luogo, bisogna fare i conti con la difficoltà di cogliere sempre quei dettagli che, evidenziati opportunamente con frasi mirate, spostino l’attenzione del lettore dove desidera l’autore. La composizione di un testo si può accostare alla prestidigitazione di un prestigiatore senza fare un torto a nessuno.

Il mago, rimestando la mano nel suo cilindro, scaglia e schicchera delle frasi a effetto che, studiate analiticamente, non dovrebbero che apparire come constatazioni sintetiche. In altre parole, una frase minima come “si voltò” può assommare tutti i tratti della suspense di un periodo più lungo e descrittivo. Allo stesso tempo, una scena intera composta solo da preposizioni minime o addirittura nominali rischia di scadere in un attentato contro i polmoni e il fiato del lettore e come un affronto al buon gusto. Il telegrafo è stata una grande invenzione, ma ci siamo evoluti.
C’è da esporre un’altra considerazione: è più difficile trasmettere con poco che con tanto. Avere a disposizione 1000 caratteri è diverso da ritrovarsi 250 cartucce spazi-compresi nella fondina. Immaginate un soldato che, in guerra, si trovi ad avere più munizioni dell’avversario a parità d’armamenti. Il soldato peggio in arnese sarebbe costretto a sfruttare meglio quello che ha a disposizione, conscio del maggior livello di difficoltà.
Ed ecco che, quando tutte queste doti si incontrano in un singolo autore, avviene l’ennesima magia della giornata: una scrittura essenziale si dimostra, infine, più profonda di una digressiva. È come confrontare un verso dell’Ungaretti scarnificatore dei versi con l’ultimo Ungaretti. Ci si trova nella condizione di affermare che sì, un verso di due parole ci ha colpiti di più, ci ha parlato dentro, ci si è impresso più di un’intera poesia rispettosa di tutti i crismi della grande arte.

Yates, Carver e Hemingway, nelle loro prove migliori, sono riusciti a raggiungere questa semplice liricità, questa illuminante brevità che si tuffa nel cuore delle cose facendole parlare in silenzio e mostrandole senza vergogna. Dovrei imparare da loro, quanto spazio sprecato per affermare un misero pensiero. 

Photo by Jez Timms

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