Una poderosa inventiva. A volte, è quanto basta per volare con la fantasia e alleggerire il proprio corpo fatto di carne e sangue. Ci sono dei momenti in cui è faticoso portarlo in giro, come se senza guinzaglio e la giusta convinzione diventasse inamovibile. Quando ciò avviene si intravede uno spiraglio nell’evasione. Evadere non significa solo fuggire o scappare, ma anche creare una via d’uscita. Non è quindi solo un avvenimento passivo o al limite un’azione remissiva. Può significare scavare con le unghie e con i denti affinché dal muro si intraveda una luce. Uno spioncino piccolo e timido che promette la leggerezza che verrà.
Ci si può domandare da dove nasca l’impulso di scrivere una storia. Le possibili risposte sono innumerevoli e difficili da organizzare gerarchicamente: non si dividono in volumi come le uscite di una collana in edicola.
Una persona potrebbe sedersi al tavolino di un bar e scrivere i propri ricordi sopra i tovaglioli di carta per evitare che vadano persi. Narrando di sé stessa, in modo schiettamente autobiografico, si ricostruirebbe andando a plasmare la propria identità in un oggetto visibile e non più volatile.
Un’altra potrebbe architettare una storia per esprimere le proprie idee sul mondo. Narrare la vita inesauribile che tracima da ogni bordo, che tutto sommerge e pian piano livella, come un’imparziale, clemente e crudele divinità antica.
Qualcuno potrebbe scrivere per denunciare un sopruso oppure per testimoniare un atto di sovrumana generosità. Si potrebbe dedicare la vita alla raccolta di documenti al solo fine di comporre la biografia perfetta, così da lasciare in eredità al futuro le vicende di un individuo sopra le righe ed eccezionale. Al contempo si potrebbe manifestare tutto l’odio, l’amore, l’inettitudine, la bellezza, l’impotenza e la grandiosità di un evento, di un’emozione fuggevole e di un fugace pensiero.
Tuttavia, questi esempi giungono in un secondo momento, rappresentano ciò che dà vigore alla penna o alle dita che ticchettano sulla tastiera.
Come scegliere, però, l’istante in cui tutto può nascere? Quando affermare, di fronte a sé stessi, che sì, questo è lo scorcio, l’attimo, in cui arrestare il torrente impetuoso della vita – reale – per costruirne un’altra – virtuale – ?
Cosa comanda, perché la risposta sembra da trovare negli imperativi e negli ordini imposti da parole come istinto, vocazione, missione, ispirazione e intuizione, di abbandonare la pienezza della vita vissuta qui-e-ora, fatta di alti e bassi, di vittorie schiaccianti e clamorose sconfitte, per farne una fotografia che sappiamo tutti essere parziale?
Cosa, infine, conduce un essere umano sulla via della descrizione di un atto e non nel suo godimento immediato? Che è come chiedere perché narrare di un personaggio che mangia un fresco gelato durante una calda giornata estiva quando la porta del gelataio più vicino dista neanche trecento metri dalla scrivania.
Naomi Ishiguro è una figlia d’arte. Il padre, Kazuo Ishiguro, è stato insignito del premio Nobel per la letteratura nel 2017 ed è uno dei più grandi scrittori viventi. È facile lasciarsi andare a malevole supposizioni quando si trova, magari esposto sullo scaffale più visibile della libreria di fiducia, un libro confezionato dal parente di una grande penna affermata in tutto il mondo. Sorge il dubbio che sia stato sponsorizzato e pubblicato esclusivamente per quel cognome che tanto lustro porta alle cronache letterarie del nuovo millennio. Questo sospetto, benché inutilmente insinuante, è fisiologico. Ciò che non è naturale è, invece, cedergli le redini delle nostre decisioni. I pregiudizi hanno una ragion d’essere, ma piegarsi a essi è come giudicare il fantomatico libro dalla sua copertina. Ciò per affermare che, nel caso di Naomi Ishiguro, ci troviamo di fronte a una scrittrice con la s maiuscola, dotata in gran quantità di quella “poderosa inventiva” capace di aprire dei varchi nella vita quotidiana e di far viaggiare mente e corpo in lunghi itinerari fantastici.
Vie di fuga è il titolo della sua opera d’esordio. È una raccolta di racconti squisita, le cui trame sono a tal punto accattivanti da conquistare il lettore dopo averne letta la striminzita sinossi.
Un bambino di dieci anni si trova sulla spiaggia in vacanza con la madre e il suo compagno. Entrambi gli adulti sembrano sfioriti prima del tempo, passivi e inattivi come una foglia secca che ondeggia in un vaso riempito dalla pioggia. Il bambino è però dotato di una spiccata maturità e di una forte sensibilità che lo porta, prima del tempo, a preoccuparsi di chi lo circonda come farebbe un adulto responsabile e generoso. Allo stesso tempo, un ragazzo a metà dei venti, che per vivere consulta le mappe astrali dei suoi clienti e si presenta come un indovino, conosce, nella stessa spiaggia, una donna matura che sembra interessata a lui. Cosa nascerà dall’incontro di un bambino che sogna di far sparire il male dal mondo diventando un mago e di un giovane hippy sbandato che come un mago si abbiglia e cerca di affrontare il mondo da un punto di vista non convenzionale?
Un uomo scopre come dare un deciso strattone alla propria esistenza. Benché non abbia mai fatto uso di sostanze eccitanti, decide di introdurre il caffè nella propria vita. Con il passare del tempo capisce di aver manomesso le lancette del suo orologio biologico in modo geniale, tanto che quello che gli richiedeva delle ore adesso gli occupa solo dei minuti. Di mansione in mansione, di giorno in giorno, crea uno scarto sempre maggiore tra il tempo guadagnato e il tempo impiegato per sopravvivere. In lui nasce al contempo il desiderio di ottimizzare al meglio tutto questo surplus, questo profitto temporale, per non sprecarlo come sembrano fare tutte le persone intorno a lui. Riuscirà anche a intrecciare una relazione sentimentale con una bella ragazza che fa la cantante e che affronta la vita con tranquillità e leggerezza. Eppure, la costante accelerazione esistenziale del protagonista, unita alla sua fame incontrollabile di ordine, lo porta a incasellare ogni oggetto in una specie di cassapanca mentale prima ancora che questo oggetto entri effettivamente nella sua vita cosciente. Il tempo, nelle sue mani, si sfibra. I pensieri inaridiscono, le convinzioni si strozzano. Tutto l’esperibile si metabolizza in poche parole che è costretto a segnarsi sulle note del telefono per evitare che gli sfuggano del tutto. Cosa resterà di lui alla fine di questa corsa inarrestabile guidata dal consumismo più sfrenato e da una società rutilante che pare schiacciare ogni vita in un piatto codice a barre?
Che alla base dell’invenzione letteraria ci sia un fondo di speziato disagio?
Naomi Ishiguro domanda questo e tanto altro, con una sensibilità e uno stile avvolgente che denotano le sue incredibili qualità di fine osservatrice. È il caso di recuperare il senso pieno dell’espressione figlia d’arte.
Questa gente che ha un nome tecnico per ogni minuzia del mondo, vi dico, non ha un briciolo di poesia nel cuore.
– L’Acchiapparatti I
Non mi piace rischiare e ho lavorato troppo per tutta la vita (il mio curriculum rasenta la perfezione, a parte quella stima per eccesso della mia conoscenza di Excel) per buttare ogni cosa al vento. Credo che, quando si gioca d’azzardo, il banco vince sempre.
– Accelera!
Photo by Linh Nguyen





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