Wikipedia insegna che la calancola è una pianta succulenta endemica del Madagascar. Gode di un primato singolare: è stata la prima di questa famiglia a essere introdotta in Italia. Può produrre fiori di varie tonalità e sfumature che risaltano spesso sul verde intenso delle grandi foglie sottostanti. Per crescere sana e rigogliosa ha bisogno di non essere sottoposta alla luce diretta del sole. Sembra una pianta delicata e timida ma consapevole della sua bellezza. Si espone, ma senza accecare. Mette in risalto quel che di meglio possiede senza ostentare.
È umile? Sfacciata? Sfrontata? Testarda? Vergognosa? Non ci è dato saperlo. I suoi pensieri, se ne possiede, sono racchiusi nella terra segreta sotto i petali e le grandi foglie.

Spesso è tutto un rincorrersi di sottigliezze e sfumature. Di piccole variazioni che scombussolano l’universo e di terremoti esistenziali che non sarebbero in grado di scostare il lembo più leggero di una tenda. Ci sono momenti – momenti è sempre una parola chiave, violino e volta della vita – in cui è titanico lo sforzo che necessita il semplice controllare la sveglia sul comodino per capire quando piazzarsi nel mondo. Altri in cui sostenere lo sguardo di una persona autoritaria, che per di più ha il potere di decidere le sorti del tuo destino, appare come il compito più semplice mai tentato prima.
Questione di microscopici equilibri e di interazioni che ridono della grandezza degli atomi.
Non sono visibili né tantomeno mistici, bensì il frutto dell’unione di così tante probabilità incatenate e subordinate tra loro che rischiano di assumere i connotati di un concetto pseudoscientifico o religioso. Niente di tutto ciò. Lo si può definire effetto farfalla, fisica quantistica o carta astrale per quel che ci riguarda, non è importante. Ciò che pulsa e ci fa girare la testa, ciò che ci rende piacevolmente alterati, con un piede fuori da noi stessi, è quel momento, sì, di nuovo quel benedetto momento in cui … parlare una lingua straniera è più facile che ricordare la propria.

Petali, sfumature e viaggi. Perché non tutto si divide in giusto e sbagliato. In nero e bianco. In sinistra e destra. Non tutto risponde a questo criterio ordinatore comodo quanto stretto. Nel continuum dell’esperienza – nello spettro dell’esperibilità – si naviga a vista in balia della corrente e delle onde. Non c’è una direzione, né terra all’orizzonte. Si sta / come zattere / nel mare / in tempesta.
Si sopravvive. Si scorge-strappa-strizza la bellezza di un tramonto, di un’alba, di un isolotto deserto. Si bestemmia e prega nello stesso istante per lo stesso motivo. Si azzanna la bianca scheggia del cocco sfasciato sulla roccia. Sì, lo si sfascia, senza romperlo, ché rompere è già termine troppo educato e galante.
Nel flusso, a contatto con le cose, ci si scopre. Poi lo si dimentica. Rimane il sentore che si è saputo qualcosa d’importante, prima che esso svanisse nell’indistinto dei ricordi. Si viaggia, ci si scopre, ci si trova e dimentica. La ruota compie il suo fatidico giro e ricomincia a macinare chilometri, imperniata chissà dove tra gli astri dello spazio.
Viaggiando si distruggono i contenitori: quelli da cento millilitri per superare i controlli aeroportuali della sicurezza e quelli che uniti assieme formano la pelle – il corpo. Si sfaldano i confini e ci si cresce dentro come edera rampicante. Si scava, scava, scava. Si mettono nuove radici che solo con costante cura potranno svilupparsi in piante nuove. Poi si dimentica, ancora, e piove, piove, sulle radice vecchie e nuove.
Un fiore, un olivo, una piazza di fronte all’oceano imbrigliato in un fiume.
Oceano-mare diceva il valido scrittore. Oceano-fiume diciamo noi oggi, o Tago, che dir si voglia. L’euforia di camminare sopra sassi sconosciuti. Per pendii scoscesi che dànno nel vuoto arboreo di una villa stupenda. L’eccitazione di calpestare le strade di marmo di un complesso architettonico che non si comprende appieno, quasi che una delle tante visioni allucinate di Lovecraft abbia, infine, preso davvero vita. E il sogno, l’allucinazione, il deserto è questa Lisbona in cui le parole si mischiano tra loro suonando sempre stranamente familiari e sconosciute al contempo.
L’altrove, il luogo diverso dall’ordinario e lontano dalla quotidianità, pungola come la sciabola del capitano del veliero in procinto di spedirci giù negli abissi.
– Perché tutte queste altezze vertiginose? Perché è tutto un saltare e scalare e salire e discendere per poi risollevarsi? –
Siamo viaggiatori, turisti, navigantes. Dove vogliamo e non dovremmo, dove possiamo e non … c’è un olivo che fa un po’ di ombra. È un piacere riposare questo corpo bruciato dal sole. Vicino all’albero ci sono due targhe. Un nome e una citazione. Sotto le radici le ceneri di qualcuno. Forse l’arcano lo risolve la targa, forse è il caso di leggerla.
Dice “José Saramago”.
Tra Saramago e le radici, nell’ombra di una giornata afosa, crescono ciuffi ordinati di calancole.
Calancole!
Quelle piante che provengono dal Madagascar e sono giunte anche in Italia per coronare quel loro bizzarro primato! Hanno viaggiato, come me-noi-voi, e una loro colonia ha deciso di sorvegliare il sonno di un Grande.
Petali piccoli, delicati e colorati. Foglie grandi. Radici robuste.
Va bene così. Non so leggere le rotte che le probabilità hanno seguito per giungere fin qui.
Tutti i viaggi finiscono, altri viaggi cominceranno.

Photo by Mesut Kaya

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