Il corriere di un’agenzia che non ho mai visto prima ha lasciato sulla mia soglia di casa un pacco curioso che sono sicuro di non aver ordinato. All’interno ci sono degli oggetti imballati che non riconosco. Li reputerei articoli di porcellana, parti di un servizio costoso ed elegante, ma sono nato dopo una certa data e questi manufatti non entrano nell’orbita dei miei interessi.
Decido di aprirlo lo stesso, in barba alla privacy del vero destinatario. Dentro ci sono dei cristalli di Boemia: calici dal fusto affusolato e dalle ramificazioni colorate sulla cupola. Belli, per carità, superbi. Storicamente interessanti, per certi versi ineccepibili, un tesoro.
Fissandoli con occhi da millennial qualcosa, però, non mi torna. Fatico a capire cosa mi trasmetta tutta questa inquietudine.
È necessario ribadire una vecchia considerazione – quanto è bello nascondersi dietro la perifrastica passiva di gusto latino – ossia che se la cultura e la controcultura vengono vendute dagli stessi individui, a volte riuniti nello stesso consorzio quando non nella stessa famiglia, si sta sempre portando l’acqua allo stesso mulino. Sia che si indossi la maglietta del Che, sia che si indossi quella dei Ramones o di Taylor Swift, si sta comunque alimentando l’azienda di turno che, pur di giungere a un profitto maggiorato, userebbe come manodopera anche i figli neonati e come pubblicità delle scene strazianti che non sfigurerebbero negli spot progresso di associazioni come Emergency o Amnesty.
È intrinsecamente negativo rifornirsi in questo modo? È sbagliato che ci piacciano tanto questi prodotti e che, inseguendo il risparmio, decidiamo di sottostare a tutte le regole imposte dal produttore (anche se si dovrebbe parlare di padrone dei mezzi di produzione ma non ci tengo a rinfocolare l’opinione di chi mi appiccicherebbe volentieri una falce e un martello sulla fronte)?
No, non lo è. O meglio, dipende da quale punto di vista si affronta la questione. Se sul piano morale i nostri passi scricchiolano – siamo consapevoli di alimentare un sistema marcio e non possiamo/dobbiamo negarcelo – su quello dell’amor proprio camminiamo quasi nulla possa scalfirci davvero. Addormentare i sensi di colpa dovuti alla consapevolezza di indossare il frutto del sacrificio di altri esseri umani è, orrore!, necessario per mantenere la sanità mentale. A questo ci ha portati la bieca acquiescenza nei confronti di qualunque panzana il consumismo ci abbia messo davanti. Quelli che un tempo erano considerati bisogni non essenziali si ritrovano oggi a occupare una posizione centrale nella nostra vita. Che siano stati oggettivamente manipolati non ci interessa. Non ci interessa.
Il tempo e l’attenzione ai rapporti scivolano via mentre la giornata pare diventare una schedule lavorativa anche nel tempo libero.
Dovremmo boicottare struttura e sovrastruttura? Parole desuete di un mondo trascorso che non significano più niente. Come esercitare una qualche influenza benefica sulle nuove masse è oltre le capacità di chi scrive. Per usare un’altra parola che sembra svuotata dei suoi significati direi che una valida, seppur insoddisfacente e infruttuosa, risposta possa essere questa: resistere.
Nelle ore di filosofia al liceo veniva spesso ripetuta una frase a mo’ di mantra: combattete contro chi sostiene che “si è sempre fatto così”.
Combattete contro l’immobilismo, la stagnazione e la regressione dei valori. Combattete contro i reazionari e i conservatori che, pur di minare il vostro legittimo diritto di interessarvi e di partecipare alla vita attiva, sostengono che di valori non si possa più parlare, che sia tutto relativo, quasi come che esistere significhi pescare un biglietto della lotteria da un contenitore bucato.
Combattete contro i canoni quando vengono cristallizzati e spacciati per entità inamovibili. Quando diventano i dogmi di una religione laica che per divinità riconosce solo la transazione economica.
Combattete contro la disillusione, il perbenismo ipocrita, l’astensionismo acritico e la grigia rassegnazione sterile del Michele de Gli indifferenti di Moravia.
Combattete contro chi vi assicura di avere intravisto i binari dietro la collina e di avere per voi i biglietti per salire su quei convogli, per prendere quei treni, per arrivare finalmente da qualche parte.
Combattete e-
Ma non significa sacrificare in parte sé stessi? Non è faticoso, troppo faticoso, stare attenti a tutto ciò?
C’è chi questa scelta se la sogna. Chi ha il privilegio di porsi questo dubbio ha anche l’occasione di agire. O quella di rimanere immobile e di continuare a vivere ignorando tutto ciò.
Si tratta di una scelta, che piaccia o meno. Di una scelta che definire inconsapevole appare una brutalità inaccettabile anche per noi.
Ho comprato del terriccio nel negozio di giardinaggio più vicino. Ho riempito due vasi e ho seminato il contenuto di alcune piccole bustine di plastica. Sono piante che non dovrebbero crescere in spazi stretti, il mio è un esperimento. Sui balconi delle altre abitazioni vedo che accade di continuo. Vuol dire che, in qualche modo, funziona.
Nell’acqua ci metterò del peperoncino in polvere, così, per provare. Sempre, per abituarle. Oppure cannella e rosmarino, chissà che non si trasformino in piante aromatiche.
Passeranno i giorni, i mesi e gli anni.
Le mie piante senza acqua al peperoncino non sapranno stare.
Una postilla senza valore alcuno fluttua dalla finestra sulla mia scrivania. Pare l’inizio di un decalogo, ma è troppo lungo per riportarlo tutto.
“Se vuoi diventare uno scrittore vero occupati di fantasy, noir, gialli e romanzi rosa.
Se vuoi diventare un personaggio pubblico occupati di porno, tendenze e animali.
Se vuoi diventare un pittore esponi su YouTube la storia dell’arte e registra audiolibri di opere fuori commercio.
Se vuoi diventare un editore seleziona ciò che corrisponde al gusto dei lettori: l’hai creato? Bene, dagli da mangiare.
Se vuoi diventare un imprenditore trova la prima nicchia vuota del mercato e inserisci la testa a costo di incastrarla. Non ci riesci? Armati di pazienza e scopri come indurre il desiderio. Funziona anche a letto, assicurato.” Ho questi cristalli di Boemia in mano. Non so dove metterli, non so cosa farne. Ogni luogo in casa li farebbe sfigurare, ogni magazzino ne vilipenderebbe le qualità.
Dicono tutti che son belli, superbi. Non mi dicono granché. Sono preziosi. Devono esserlo.
Non lo saprà nessuno, sono solo nella stanza, no?
Ecco, ne rompo uno. Un altro. Un altro ancora. Ho giusto sulla libreria un po’ di spazio per qualche coccio. Gli altri finiranno nella spazzatura.
Non lo saprà nessuno.
Forse vorrei dirlo a gran voce.
Photo by Jason D





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