Le parole sono evocative per loro stessa natura. Rappresentano qualcosa che, spesso, non è di fronte ai nostri occhi. Lo portano in causa, lo tirano fuori dal covo nel quale si era nascosto e lo mettono in evidenza contornandolo di strass e brillantini. Ciò non significa che tutte le parole abbiano lo stesso impatto psicologico: alcune possono dar corpo a una sensazione in modo talmente netto da raggiungere (quasi) l’intensità di una sensazione fisica.
Secondo i sumeri le parole avevano un potere che oggigiorno definiremmo magico o demiurgico: quello di dimostrare il pieno possesso di ciò di cui si sta parlando. Come a dire che una casa non ci appartiene appieno fin quando non conosciamo il termine “casa”.
Siamo sulla china della formula magica tanto cara al vecchio Merlino.

Le etichette hanno una capacità stigmatizzante notevole. Sono spesso semplici da assimilare e facili da distinguere le une dalle altre, perlomeno in apparenza. In più, si rifanno a dei simboli noti nella comunità dei parlanti. Un simbolo muto è inutile perché rischia di scadere nell’allegoria erudita e infine nel dimenticatoio della storia umana.
Senza però scomodare archetipi, immagini ricorrenti e segni divinatori, si può porre sotto i riflettori un lemma all’apparenza banale ma che, per certi versi, caratterizza un’intera fetta della popolazione mondiale. Dopo il rullo di tamburi la fortunata entrata lessicale estratta di oggi è l’irrilevanza.

Irrilevanza è, secondo la Treccani, l’essere irrilevante (anche nelle accezioni specifiche); scarsa o nulla importanza di qualche cosa a determinati effetti. È un sinonimo di ininfluenza e tracima nel campo dell’impotenza e della disillusione.
Una domanda sorge spontanea: cosa, di quel che ci riguarda, può essere considerato irrilevante? A conti fatti nulla. O meglio, potremmo tranquillamente sfrondarci di una marea di foglie e rimanere simili a come siamo, ma resta il fatto quantitativo che qualunque cosa abbiamo fatto, pensato, immaginato o anche solo vagheggiato ha avuto un’influenza sulla nostra formazione. Il tutto non va considerato in un’ottica drastica ed estremistica: se cancellassimo un evento pomeridiano, come una passeggiata sul corso, il mondo continuerebbe a girare con una certa baldanza. A dirla tutta lo farebbe in ogni caso, anche di fronte agli avvenimenti più eclatanti. Il sistema di riferimento che qui è stato tirato in ballo non è però quello cosmico, bensì quello intimo e personale che può trovarsi nella mente di un qualsiasi essere umano.
In sostanza, benché non siamo altro che polvere di polvere, siamo tutto quel che possediamo e sì, anche un’occasione futile, anche una singola parola può avere un impatto insondabile a tutta prima. Ciò per sostenere che, a stringere, di completamente irrilevante ci sia ben poco nella vita perché tutto concorre a formare il sistema ambulante che definiamo mente-e-corpo.
Allora perché il sentimento generale, l’aria che tira e si respira, è quello di essere immersi in una melassa acidula di irrilevanza ineluttabile?

Se accettiamo che l’irrilevanza assoluta non esista dobbiamo considerarla relativa e frutto di un giudizio. Ci sentiamo irrilevanti e veniamo tacciati di irrilevanza. È diverso dall’affermare di essere irrilevanti di per sé. In quanto giudizio, che sia interno o esterno, può essere modificato e non si trova inscritto nella natura delle cose.
Alcuni fattori oggettivi, o quantitativamente rilevanti, ci inducono a ficcarci in questo labirinto senza uscita. Le prospettive per il futuro sembrano una merce venduta sugli scaffali del supermercato peggiore della zona, quello in cui gli scaffalisti non si preoccupano di nascondere i prodotti già scaduti. La capacità di sognare regredisce di ora in ora a favore di uno stoico, rassegnato e impotente individualismo. La possibilità di influenzare il mondo che ci circonda pare subordinata, e lo è, a una serie di leggi e regole e galatei stabiliti in luoghi inaccessibili ai più. La politica viene vista come un guazzabuglio incomprensibile di persone che si comportano come se il loro fine fosse quello di fare audience per non essere eliminate dal televoto (che, a essere sinceri, sembra più decisivo e meglio organizzato del voto elettorale). Comicità, tragedia, leggerezza e serietà si sono mescolate al punto da rendersi indistricabili, soprattutto nel dibattito pubblico. La maschera tragica cerca così la battuta per riscaldare il pubblico, quella comica vuole impietosirlo e fargli versare una preziosa lacrima e così via, i ruoli cambiano a una velocità tale che il libretto delle istruzioni passa per così tante mani che alla fine ciò che ne rimane è solo un volantino scarabocchiato senza più informazioni comprensibili.
All’interno di questo quadro desolato e desolante – una desertificazione dell’impegno civile in piena regola – l’unico baluardo rimasto in piedi per le nuove generazioni è quello dell’intrattenimento. Ecco un’altra parola di cui dovremmo abusare meno e sulla quale dovremmo esercitare un pensiero più critico e attento.
Trattenersi può voler dire evitare di esporre un pensiero o un’emozione, fermarsi in un determinato luogo e bloccarsi. Intrattenersi non fa che inserire queste azioni all’interno di una camera stagna progettata per evadere da Altro. Quando ci si intrattiene si è altrove, ci si trattiene in una realtà diversa da quella che si vive quotidianamente. Attenzione: demonizzare l’intrattenimento sarebbe inutile e sciocco. L’evasione è piacevole e a volte necessaria e il campo dell’intrattenimento è una grande risorsa in questo senso ma, come un po’ tutto nella vita, non dovrebbe monopolizzare la nostra attenzione cosciente. Bisogna trovare la giusta misura, sarà pedante affermarlo ma in medio stat virtus. Per di più, cosa succede mentre siamo perennemente altrove? Che il mondo va avanti e se ne frega. Che rutilante scorre a precipizio verso la prossima giornata.
Afferrati dall’indifferenza e convinti della nostra irrilevanza guardiamo la nave affondare senza esprimerci. Del resto siamo giovani, pochi e difficilmente veniamo presi sul serio. Non siamo un valido bacino di voti né un partner commerciale affidabile. Siamo spugne da spremere e accantonare alla bisogna, siamo schiavi della gabbia dorata che ci hanno costruito intorno. Anzi, di una gabbia dorata non si può più parlare, il nostro è un luna park dalle infinite attrazioni che ci tiene impegnati.
In fila, il biglietto in mano, la coda lunghissima, non ci arrabbiamo.
In fila, qualcuno sgomita, altri sfruttano una corsia preferenziale, non ci arrabbiamo.
In fila, ci scambiamo meme scoprendo di conoscere tutti la stessa battuta e gioiamo.
Ridiamo, ridiamo, ridiamo, avendo accettato, infine, quel che dicono di noi. P.S. bieco tentativo di descrivere lo stato attuale delle cose, o meglio lo stato mentale di noi giovani, nella maniera più caustica possibile. Anche questo contributo è, ironicamente, irrilevante.

Photo by Antoine Algoulvant

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