Ci sono vari modi di raccontare una storia. Innanzitutto, si possono scegliere media diversi, come fumetti, romanzi, poesie, quadri, canzoni, film, in più ognuno di questi ambiti possiede un arsenale sterminato di strumenti e tecniche adatte all’uso. Alcuni di essi vengono perfezionati al punto di diventare collaudati, una specie di prontuario di istruzioni che fa al caso del principiante come dell’esperto. Con l’esperienza, inoltre, si aggiunge sempre di più quel pizzico di personalità che passa sotto il nome di cifra stilistica e che rende, ad esempio, un film di Tarantino diverso da un film di Spielberg. I giovani autori, ma ciò vale anche per i più navigati, si fanno strada nel mare magnum delle varie arti tra una foresta di professionisti e una sparuta manciata di colossi. Affinano quello che è sempre, almeno in parte, un lavoro d’artigianato. Cesellano, incastrano e ordiscono sperando di trasmettere l’idea che la mente ha mostrato loro. Tentano di darle corpo in modo esemplare, nel rispetto dell’ispirazione che l’ha generata.
Vale di sicuro per coloro che hanno un’alta considerazione dell’arte mentre sarà di scarso interesse per chi la reputa uno dei tanti modi di sbarcare il lunario, di timbrare il cartellino e di mettersi la pagnotta sul piatto alla fine della giornata. Entrambi atteggiamenti perfettamente dignitosi.
Nella schiera di coloro-che-ci-provano si distinguono, nel bene come nel male, quelli che hanno intenzione di stravolgere la grammatica ben collaudata della propria arte e di rovesciarla con intenti altrettanto estetici ma che denotano un interesse anche formale.
Gli sperimentatori sono forse individui dalla natura perennemente insoddisfatta o, più semplicemente, delle persone tanto appassionate di quel che fanno che non si possono accontentare di quel che già esiste. Creano nuove vie, nuovi scorci e nuovi sentieri. Fungono da apripista e da speleologi delle profondità più oscure della fantasia. Oscure non in quanto malefiche, bensì in quanto ancora non esplorate dalla luce accecante del binomio ragione-creatività. Può capitare, anche piuttosto di frequente, che il loro piccone vada a sbattere contro una roccia troppo dura anche solo per essere scalfita, ciononostante venire a conoscenza di un vicolo cieco è pur sempre un passo avanti quando si tenta di disegnare la mappa di un luogo sconosciuto.
Il risultato del lavoro di questi coraggiosi è spesso preda delle opinioni più diverse e dissimili. Per quanti troveranno geniale una certa soluzione ce ne saranno altrettanti pronti a biasimarla. Dove si troverà il buon gusto, l’arguzia e l’ardore si può altresì scovare il ridicolo, l’insensatezza e il desiderio di distinguersi perché-sì, senza arte né parte.
Un esempio recente che si può portare all’attenzione è quello di Pig, un film del 2021, diretto da Micheal Sarnoski e che vede nei panni del protagonista Nicolas Cage. Fate attenzione perché parlerò della trama e anche del finale.
La sinossi è semplice. Un uomo vive in una casa nei boschi in compagnia del suo fedele animale domestico, un maiale da tartufo. Lo spettatore non sa niente della sua storia personale, intendo dell’uomo e non del maiale anche se sarebbe stato divertente avere informazioni anche su quella, ma capisce ben presto che un evento traumatico lo ha allontanato dalla civiltà relegandolo nel suo eremo boschivo. Dopo aver osservato qualche scena della vita quotidiana della coppia interviene il fattaccio a rompere l’equilibrio: il maiale viene rapito e il suo padrone picchiato e lasciato a soffrire sul pavimento di casa. Egli, una volta lucido, decide di intraprendere la ricerca del suo compagno a costo di avere di nuovo a che fare con il suo passato e con tutte quelle persone che ha deciso di allontanare nel corso della vita. Da questo momento, a intervalli regolari, si susseguono la raccolta degli indizi e l’incontro con le persone in grado di srotolare pian piano la matassa enigmatica che ha portato al rapimento del suino fino al, per certi versi, sorprendente finale.
Prima di proseguire con le osservazioni riguardanti il film è necessario gettare la maschera. Sì, il film mi è piaciuto e no, non credo che sia un capolavoro. Ha però un grande merito, quello di raccontare la storia non solo attraverso i fatti, ma anche attraverso l’impressione che questi avvenimenti suscitano nello spettatore. La sceneggiatura del film ha, con risultati alterni, il merito di mostrare quel che non è stato girato, di far capire qualcosa che non viene detto. È un gioco di allusioni e sottintesi, a dir la verità molti dei quali piuttosto evidenti, che si viene a creare in una narrazione dalle forti tinte surreali e paradossali.
I dialoghi di questo film meritano di esemplificare quanto detto. Perlopiù, sembrano sconclusionati. Al punto da suscitare grasse risate in alcuni momenti topici della storia, quando il protagonista sta via via accumulando le informazioni che gli servono per capire cosa ne sia stato del suo compagno. Rob, interpretato da Nicolas Cage, si interfaccia con la civiltà con il piglio del santone selvaggio, dell’eremita la cui saggezza l’ha traviato irrimediabilmente rendendolo incomprensibile per chi, nella società, ci è rimasto. Esordisce sempre con la stessa domanda, “dove è il mio maiale?”, e, non ridete già da questo momento, i suoi interlocutori non rispondono mai direttamente. Anzi, formulano delle risposte che non c’entrano niente con quanto sta avvenendo nel film. Parlano del loro passato, magari insultano la scelta di Rob di sparire dalla circolazione e si mostrano addolorati per questo o quest’altro avvenimento. Spesso li si vede in crisi, incapaci di articolare una schietta risposta monosillabica. Annaspano di fronte a quest’uomo sporco, vestito di stracci, puzzolente e con una macchia di sangue incrostato sulla fronte. Affogano nella consapevolezza, così pare, di essere ingabbiati nel ruolo che hanno deciso essi stessi di interpretare. C’è di più, come se i dialoghi non fossero abbastanza paradossali, a volte Rob, deragliando ancora una volta l’argomento principale della conversazione, si effonde in sentite tirate filosofico-mistico-moraleggianti che dovrebbero far aprire gli occhi agli altri personaggi e non hanno, al contrario, altro effetto che quello di disorientarli o indispettirli. L’assenza della comunicazione è dominante nel luogo specifico della comunicabilità. I messaggi non transitano da una parte all’altra, il canale è chiuso, ostruito e bloccato con sapienza marmottesca.
Ogni interazione ha del tragicomico. Non si sa bene se riderne o commuoversi. Non si capisce neanche, a più di metà film, dove la narrazione voglia andare a parare. È imprevedibile, in senso neutro. Non sorprendentemente bello, non fastidiosamente insensato.
I personaggi sono spaesati, tutti. Dal più solido nella sua autorevole posizione socioeconomica al più instabile sguattero di cucina. È un thriller che della ricerca di un senso che manca fa il suo messaggio più pregnante.
Rob è uno chef stellato ritiratosi dalla vita civile dopo la morte della moglie. Il suo Watson è un commerciante di tartufi figlio di un ben più grande rifornitore di tartufi (l’antagonista) in preda all’ansia di prestazione e al tentativo di dare ordine a ciò che un ordine non ha. L’antagonista si mostra inflessibile fin quando un piatto, un secondo a base di carne e un goccio di vino, non lo riporta a un momento specifico della sua vita in cui non aveva ancora perso del tutto l’occasione di avere una famiglia felice e soddisfatta. Il migliore però rimane uno chef di tendenza che in gioventù aveva il sogno di aprire un pub irlandese e che, a causa dei desideri eccentrici della nuova élite cittadina, si è “ritrovato” ad aprire un locale chic di quelli che offrono “esperienze e viaggi culinari” e non … pasti da mangiare. Il suo incontro con Rob, che lo aveva conosciuto quando non era che un aiuto-cuoco alle prime armi, lo destabilizza al punto da suscitargli una paresi facciale con tanto di sguardo allucinato nel bel mezzo di una conversazione nel suo ristorante, proprio di fronte a quei clienti che aveva deciso di accontentare a costo di tradire il suo sogno.
Dopo aver attraversato questo carosello folle giunge la fatidica risposta alla domanda del protagonista. Finalmente qualcuno si degna di porre fine alle sofferenze di questi soliloqui in compagnia.
Il maiale è già morto. Kaput, andato.
I rapitori, purtroppo, catturandolo lo hanno strapazzato al punto da ucciderlo. L’oggetto del desiderio, ciò che muove tutto il film, non è mai stato raggiungibile. Il punto, il focus, il senso di tutto quel che avviene non può che essere manchevole. Così si riannodano i fili di quanto visto: il protagonista (la ricerca di ciò che viene sottratto) si scontra con l’antagonista (che ha sottratto quel che viene cercato senza averlo mai posseduto) scoprendo che, in piena sintesi hegeliana, entrambi stavano compiendo lo stesso percorso verso una risposta insoddisfacente. Rob non avrebbe potuto riavere con sé la moglie (la ricerca che si scopre vana) e il suo antagonista, parimenti, non può cancellare di aver trattato tanto male la moglie da indurla al coma farmacologico (sempre la ricerca che si scopre vana).
Al centro di tutto un maiale.
La terza e ultima inutile ricerca.
Esiste l’incomunicabile.
Gli sforzi possono essere inani.
Bene e Male sono fratelli nei confronti della Vita che avanza, sempre e comunque.
Photo by Nick Karvounis





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