Il viaggio è un confondersi di dimensioni. La sicurezza e la certezza, per quanto presunte, appartengono alla staticità. Alla statua che, prima idea, poi scalpello, marmo e sudore, è diventata un oggetto, bellomonumentale, maestosograndioso, un oggetto. Nel movimento risiedono la croce e la delizia dello stare al mondo: la paura del crollo, l’eccitazione del volo. Se di euforia non ci si può riempire la pancia tanto vale spiccare un salto con le ali di carta di un qualche ingegnere rinascimentale. S’atterrerà e ripartirà. Si cadrà, si ricostruirà.
Tanto la vita è piena di torri dalla cui sommità gettarsi.
Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi
– Sepolcri, Ugo Foscolo
Ovunque si vada, il divino accompagna i passi commentando i moventi e le ragioni di chi parte. Si tratta di un divino che non conosce divinità, di un’entità che di sacro non possiede che il rispetto del silenzio, dei tumoli, le tombe. È la memoria che sospinge gli sforzi di chi voga in un torrente. Memoria che si fa muscolo, forza motrice, e spirito, la nozione appagante per quanto scontata che sì, cavalcata la rapida, sì, domata l’onda e irretita la gravità, alla fine ci saranno la foce, il golfo, la salvezza.
Si cade inesorabilmente dal trampolino celeste. Atomi, questo siamo alla nascita, che schizzano assieme in un corpo e gli danno potere. Nasciamo soli eppur gridiamo, ululiamo ben sapendo, noi che ancora niente vediamo, che c’è qualcuno disposto ad ascoltare. Che ogni neonato non sia l’anello di una lunga catena che ancorati ci tiene al suolo impedendoci di fluttuare via?
È lì, paffutoalieno, lì, paonazzo e serio, tragico!, si dispera eppure è in compagnia. Non sa di aver già creato, di essere già poeta, artista, navigatore. Un ricordo, ecco cosa. La ricorrenza della nascita e la conservazione della specie. Tutti applaudono colui che non può sentire. Piange e non sa di essere contento, ché se lo sapesse non piangerebbe. Piange perché qualcuno è lì ad ascoltarlo.
E perché non dovrebbe esserci?
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? Perché di tanto
inganni i figli tuoi?
– A Silvia, Giacomo Leopardi
Si cammina tra selve e campi. Poco importa che siano di cemento, nulla vale che sia armato. Si è testimoni di un allontanamento e di una distanza che appare siderale: la natura è fuggita e noi con lei, ma in opposte direzioni. Tanto bene ci avrebbe fatto pazientare e modulare i nostri ritmi sui suoi. Abbiamo avuto questa idea sconsiderata, questo umile ardire, di far da noi il nostro destino. Di sbagliare perché sì e di essere liberi nel fango e nell’acqua termale, tra il lusso di un buffet e le vie secondarie di una baraccopoli. Che questa scelta ci abbia resi invisi a qualche sguardo che vien da lassù? Oh no, abbiamo ormai capito che, semmai, a giudicare quel che operiamo è la memoria e niente più.
Perché si cammina ancora tra selve e campi? Non basta che siano di cemento, non è abbastanza che sia armato. Natura, non ci avrai mica ingannato? Alla fine di un sentiero c’è sempre una meta. Un viaggio è fatto per essere attraversato, benissimo, ma anche concluso. Come si cresceragiona su quel che scorre e sfugge alle dita? Non si cattura così un pesce prezioso. Natura, siamo poi, per te, speciali? Non siamo alla stregua del muschio senza licheni e dei funghi senza micelio, vero? Che tu non risponda, adesso, appare sotto una luce diversa. Non hai tratto nessuno in inganno. È più semplice ancora l’inghippo.
È che mai, in realtà, hai promesso.
Intesi allora che i cipressi e il sole
una gentile pietade avean di me.
– Davanti San Guido, Giosuè Carducci
C’è poco da fare, soddisfiamo questo involucro per piacere. Piacere d’amare, d’avere, di soddisfare. Sono istinti senza complemento oggetto, frasi a metà, che un qualsiasi maestro cerchierebbe di rosso. A forza di completare scarpinate abbiamo rinvigorito il tono muscolare. Siamo migliorati e adesso per chi non ha raggiunto questo meritevole risultato s’impennerà ancora di più la salita. Sole, tu che sei uno spettatore d’eccezione, cosa hai imparato su di noi? Quale consiglio daresti a un’anima votata al progresso, al perfezionamento, ma che, di tutta posta, ogni qualvolta si fermi a riprendere fiato, si ritrova stanca o smarrita o più debole di prima? Tu che sei forza celeste. Tu che sei vita e condizione di vita. Tu che … qualcuno di noi, di questa specie bislacca e regale, sostiene che morrai. Che prima o poi ti spegnerai. Non disturbarti a rispondere, non darci consigli.
Adesso ci dispiace solo d’averti disturbato.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! D’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
– X Agosto, Giovanni Pascoli
Che sia intrinseca la fatica di vivere? Che sia una tappa obbligata, necessaria, per affermare a tutti gli effetti esistiamo? Un’ironia all’apparenza leggera ci dice che in questa Terra sferica, seppur in modo imperfetto, che sta sospesa tra pianeti, stelle e orbite non esiste vera serenità. Tutto, intorno, è soave: l’abbiamo chiamata musica delle sfere, armonia celeste, addirittura pace. Come se nelle distanze infinite dello spazio ci fosse solo un punto capace di concepire il dolore, un solo granello di polvere cosmica maledetta. Su quel castello di sabbia che il vento solare prima o poi farà crollare, stiamo. Non c’è tragedia nella bellezza delle stelle cadenti, non c’è attrito. Sappiamo che la loro massa in quel momento conflagra e si riduce, ma la pesantezza di quel processo ci è troppo lontano. Vediamo una luce che cade dal cielo e ne sorridiamo.
Se è vero che il Cielo è sereno, se è vero che è la sede dei nostri avi migliori, se è vero che costituisce la stragrande maggioranza del creato, c’è poco da fare, suona come una beffa mortale.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
– La pioggia nel pineto, Gabriele D’Annunzio
Non è il viaggio della carne nello spirito, né quello dello spirito nella carne. È un’escursione con lo zaino in spalla e la borraccia piena d’acqua fresca. Non è la sofferenza dei massimi sistemi, ma l’essersi sbucciati la caviglia scivolando su una roccia. Non c’è una Natura matrigna. Non c’è un Cielo custode. C’è l’acqua ossigenata sul taglio, la schiuma, il bruciore.
Che piova quindi! Piova senza riguardi. Non tutto è un segno, anzi. Che piova e si cibi la terra e rinverdiscano i campi. Che il diluvio si abbatta sulle rocce rendendole ancor più scivolose. Il viaggio, questo viaggio, è una proliferazione, un’invasione d’intenti. Se non ci soddisfacesse questo modo di essere umani, varrebbe la pena tentare di ricordarsi bambini. Che si pianga, è pioggia!, senza sapere bene perché e che si gridi, sono tuoni!, per il puro gusto di essere ascoltati.
Dal folto del bosco usciamo, bagnati da capo a piedi e felici.
Se il Tutto si conoscesse, non si avrebbe l’esistenza. Se anche per lui ogni azione è una scoperta, saremmo ben sciocchi a riporre lo zaino, la borraccia e la testa.
Photo by Markus Spiske.





Lascia un commento