Non mi stancherò mai di sostenere quanto i racconti siano importanti nel panorama dei generi letterari. Quelle che un tempo venivano chiamati novelle, e già da questa puntualizzazione lessicale possiamo dedurre la centralità da sempre attribuita a questo tipo di storie, sono il sostrato immaginifico che ha accompagnato la crescita e le aspettative di intere generazioni. Queste persone si sono passate il testimone tra di loro nella lunghissima maratona della specie umana, creando una ragnatela di narrazioni con al centro degli archetipi e, via via che ci si allontana sui fili secondari, delle versioni sempre più dissimili e sfaccettate.
La tradizione orale ha coltivato un universo di simboli e segni che nulla ha da invidiare all’amato Internet. Certo, è immensamente meno potente e simultanea della rete informatica, ha meno occasioni di generare dei fenomeni mondiali e globalizzati sulla bocca di tutti e, in sostanza, ha questo piccolo difetto di necessitare di tempo, tanto tempo, per sedimentare nelle menti e nei cuori, ma presenta anche un vantaggio non indifferente: ci riallaccia a una storia umana fatta di piccoli gesti e di destini comuni, di vite quotidiane, fallimenti e sogni nell’ottica di un orizzonte d’attesa che prendeva il nome di comunità.
Non sono l’alfiere della cause perse e nemmeno l’avvocato del diavolo – anche se mi piacerebbe ricoprire entrambi i ruoli al contempo, lo ammetto – quindi non è mia intenzione ribadire quanto già affermato da esimi studiosi sull’argomento “comunità che spariscono e tessuto sociale che si disgrega”, così come non voglio applicare un filtro valoriale o un giudizio morale a questo cambiamento. Dai report delle agenzie di statistica emerge che le nuove generazioni sono sempre più “tristi” delle precedenti – dove per “tristi” si intende tutta la gamma di nuovi e vecchi disagi che arricchiscono di belle pagine pulite il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – e si sentono spaesate, senza radici e disilluse.
Come si lega l’importanza dei racconti al sentimento comune di venire sbalestrati dalla vita e dalle sue interazioni primarie?
La risposta è pretestuosa, benché io ci creda davvero. L’avrete già immaginata, perciò non la nominerò.
Cosa, sto fuggendo dal confronto? Nossignori, sto andando alla ricerca di una ninnananna per il figlio della vicina perché, ahimè, non ricordo nemmeno una strofa per far addormentare il piccolo.
Povero Keret, non si merita una simile introduzione. Eppure, eccoci qua. Per chi non lo conoscesse, Etgar Keret è uno scrittore israeliano (abbiate pietà di me, non è colpa di nessuno se è nato lì) autore di numerosi libri, tra cui La notte in cui morirono gli autobus e All’improvviso bussano alla porta. Già dai titoli di queste due raccolte di racconti potremmo inferire che il tale si diverte a scendere più che spesso nel campo dell’ironia e dell’assurdo.
Le storie di Keret, spesso tanto brevi da essere contenute in un paio di facciate, sono un terno al lotto. Tutte, immancabilmente, nascono da un’idea particolare, da un concept bizzarro, che lo scrittore ha deciso di ampliare e di sviluppare fino a renderlo un episodio narrativo. Il motore di queste storie è spesso la curiosità di scoprire come potranno interagire tra di loro degli elementi che non si dovrebbero trovare vicini. Per deliziarvi con un esempio concreto si potrebbe citare il racconto Emorroidi.
Già sentite odore di capolavoro, non è vero? O forse è un olezzo non tanto gradevole, ma tant’è, prestatemi un occhio mentre chiudete l’altro. In questo breve racconto il protagonista si trova costretto a convivere con le emorroidi. Ciò lo rende intrattabile, a volte, ma allo stesso tempo gli insegna che l’irritabilità può essere contenuta e che, in ultima analisi, bisogna sempre sforzarsi per diventare la miglior versione di sé stessi. Quest’uomo, quindi, nella finzione scenica chiede dei consigli alle sue emorroidi e i token di saggezza che ottiene in cambio gli permettono di scalare le gerarchie sociali, rendendolo un uomo di successo. C’è solo un problema, più queste emorroidi vengono lasciate libere di agire, più si ingrandiscono. Ed ecco il colpo di genio, il concept bizzarro che deve aver animato le dita dell’autore: non è più un uomo ad avere le emorroidi, ma le emorroidi ad avere un uomo. Ciò significa che il racconto terminerà seguendo le vicende di questa emorroide che, fastidiosamente tartassata dalla presenza di quest’uomo nelle parti basse, scoprirà invece come convivere con lui. Come può andare a finire? Ovviamente l’emorroide scalerà la gerarchia sociale, divenendo la miglior versione di sé stessa!
Genio e follia si alternano a quadretti borghesi di indubbio valore documentario ma anche di recidiva monotonia per quanto riguarda certi passaggi fondamentali. I personaggi di Keret sono tutti in procinto di impazzire, ma la loro è una malattia spesso indotta da epifanie momentanee e realizzazioni che gli consentono di pensare fuori dalla scatola per qualche secondo. Non sono persone straordinarie che compiono imprese eccezionali, bensì individui comuni che, messi nelle condizioni di agire, sfruttano il proprio libero arbitrio per addolcire un po’ le pene dell’esistenza. Questo perché, dal più inetto al più realizzato, i protagonisti di Keret sono permeati da un’aura di fatalistica disfatta che li accompagna come un angelo custode sbronzo.
La vita, pare dirci lo scrittore, poggia le sue basi su un terreno instabile. I suoi eventi sono caratterizzati dalla volatilità delle decisioni umane, dal caso e dell’estrema capacità combinatoria di chi, per una volta, segue i propri desideri senza considerare le aspettative comuni.
Ci troviamo di fronte a un vasto panorama popolato da divorziati in cerca di una botta di vita, di genitori alle prese con bambini isterici e irrefrenabili e di nevrosi più che comprensibili che in una rapida escalation si trasformano in attentati dinamitardi al buon senso, ma anche di persone che scoprono che tutta l’esistenza è un insieme di scappatoie da poter sfruttare per sentirsi meno soli.
Da una parte del ring abbiamo la gabbia dalle sbarre elusive della vita intesa in termini contemporanei – ossia, di quel binario che pare imporre delle scelte sempre uguali che porteranno inevitabilmente allo stesso epilogo – dall’altra vive quell’humus di inevitabile assurdità che popola i nostri giorni senza nascondersi. Si mette in mostra, si auto-evidenzia, insomma fa in modo di ricordarci che quando un muro ci blocca la strada, ebbene, si può agire in tanti modi: lo si può prendere a craniate, lo si può circumnavigare come novelli Magellani e Pigafetti, lo si può ignorare e ci si può camminare sopra come se la gravità non fosse altro che uno scherzo di cattivo gusto del mondo degli adulti. Quando si finisce la lettura di un libro di Keret ci si trova di fronte a un crocevia. I cartelli recano queste scritte: “La Via sicura, confortevole e in sconto al supermercato, quella senza troppi scossoni, stabile nella sua rinunciabilità” e “La Via insicura, disagevole, e in perenne fluttuazione, quella di alti e bassi, folle nella sua irripetibile unicità”.
Photo by Vidar Nordli-Mathisen





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