L’assurdità è quell’amico fedele, anche troppo fedele, di cui ci vergogniamo nelle occasioni ufficiali. Del resto, è lì, con un bicchiere di champagne in mano ombreggiato da uno stuzzicadenti hawaiano, mentre si congratula con la madre dello sposo senza rendersi conto di stringere la mano del cameriere in livrea che, facendo tanto d’occhi, non vede l’ora di scappare nelle cucine per affogarsi nella salsa cocktail e tra le code dei gamberetti surgelati.
A volte, quando ci sentiamo in diritto di esercitare la nostra volontà di potenza, arriviamo addirittura a bandire l’assurdo come si fa con una norma sconveniente. Lo cacciamo di casa, bruciamo il suo rifugio tra gli armadi e sotto il tappeto, dove disturba la proverbiale polvere, e infine lo trattiamo come un turista che, fotocamera alla mano, si introduce in chiesa intromettendosi durante una funzione religiosa.
Il più delle volte, lo ignoriamo. Quando ci sentiamo in vena di follie, lo assecondiamo. Mai una volta che lo consideriamo come parte integrante e fondamentale dell’esistenza nel suo complesso.
Il prosciutto sugli occhi
Pur volendo esagerare, sarebbe difficile inventare una situazione assurda e verosimile al contempo senza pescare da qualche fatto realmente accaduto. Gli accidenti, le coincidenze e le deliberatissime scelte scellerate di alcuni individui sono più fertili della storia stessa che, benché si sia vista attribuire l’epiteto di magistra vitae, si trova imbarazzata al confronto delle stramberie della quotidianità.
A causa di un grumo labirintico di retaggi culturali e pregiudizi è difficile considerare la stranezza come la condizione di normalità della vita. Benché sia questo un ossimoro dei meno ispirati, è interessante come la coscienza etica (intesa come costrutto sociale della moltitudine) tenda a rimuovere le storture che si trova ad affrontare derubricandole a eccezioni, errori di percorso, bugs del sistema. Basta passeggiare per le vie della propria città, per gli anfratti del proprio paesino o per i tubi di scappamento delle automobili per ritrovarsi circondati da un’ambiente che pullula di idiosincrasie tanto inconciliabili da dar vita a delle mostre a cielo aperto di quanto l’homo sapiens sappia essere al contempo il più geniale e il più idiota dei microbi che popolano l’universo. Collezionare le figurine di queste gesta che si consumano in ogni secondo e in ogni luogo del pianeta dà un’idea di quanto costringiamo il caos reale ad essere né più né meno di una bertuccia ammaestrata. Benché la fisica e la termodinamica in particolare ci abbiano illuminato sul ruolo che l’entropia svolge nel cosmo, e per riflesso sulla Terra, per qualche motivo ancestrale, o più precisamente apotropaico, ci troviamo nella ridicola posizione di chi sostiene di poter dare un ordine a tutto quel che ci circonda. Di poterlo etichettare e spiegare alla stregua di una voliera di uccelli o di una serra di piante estratte a forza dal loro terreno d’origine. Non che questo sforzo sia inutile, intendiamoci. È anzi lodevole, titanico e fondamentale per accrescere di una spanna le nostre possibilità di sopravvivere come specie su questa biglia impazzita alla deriva nelle correnti cosmiche. Eppure, al di là della nostra vocazione demiurgica e del nostro intimo e puerile desiderio di stabilità – puerile in quanto proprio del bambino spaventato dai demoni che circondano il suo letto, e non in quanto sciocco – resiste la prova dei fatti e l’inevitabile concretezza delle esperienze.
Volendo fare un esercizio di memoria, si andrà a scoprire che i nostri ricordi sono popolati di assurdità e che, se la smettessimo di depotenziarne l’effetto con paternalistica noncuranza, queste infrazioni alla regola sarebbero esse stesse la regola. La scienza non si fa con gli aneddoti, sia chiaro. Ma se tre indizi fanno una prova, miliardi di aneddoti cosa fanno?
Che si apra la caccia al prosciutto sugli occhi, è tempo di gettare a terra questa maschera gustosa e un po’ unta.
L’anonimo esperto di nomi
Chi della rivalutazione dell’imprevisto e dell’assurdità ne ha fatto un’arte è stato Jose Saramago. Gira che ti rigira, dicevano gli antichi, torniamo sempre a lui. Forse perché nelle sue pagine è stato in grado di condensare con gusto profetico e rivelatorio le pulsioni più sottovalutate della psiche umana, o forse perché, come tutti, ha incontrato l’Assurdo al supermercato e ha deciso di non lasciarselo sfuggire.
Tutti i nomi non è una delle sue opere più note. C’è chi, nell’Olimpo delle sue pubblicazioni, potrebbe arrivare a definirla secondaria. Se questo giudizio può essere condiviso nella cerchia di chi studia le lettere con passione e competenza è necessario affermare che se al mondo ci fossero tante opere “secondarie” come questa la nostra sorte sarebbe più lieta.
Il libro mette in scena la vicenda di uno scritturale ausiliario di nome Signor José. Ma che cos’è uno scritturale ausiliario? Un impiegato dell’anagrafe, in sostanza, oppure l’anello più debole della catena alimentare della Conservatoria Generale dell’Anagrafe, a dirla con l’autore. Il protagonista è un uomo di mezza età senza grandi aspirazioni e obbiettivi. Vive in pochi metri quadri in un edificio contiguo alla Conservatoria, è scapolo, non ci sono parenti e amici che possono rallegrargli le giornate e il clima sul posto di lavoro è surreale e ripetitivo come solo negli uffici della piccola burocrazia sa essere. Immaginiamo un Kafka cinquantenne alle prese con dei moduli precompilati e affoghiamolo in un ambiente asfittico e censorio alla stregua della società distopica governata dal Grande Fratello del 1984 orwelliano. La premessa sembra da farsi saltare le cervella eppure, stacanovista fin nei peli tra i piedi, il Signor José porta a compimento i suoi incarichi senza un fiato, la prospettiva di fare carriera o anche solo di provare una qualche emozione di un certo rilievo. Cosa riesce a turbare la condotta di un tale irreprensibile impiegato? Una quisquilia, come tutte le attività in cui consuma la sua vita. Un giorno, mentre sta organizzando dei moduli che ha trafugato dagli Archivi – perché, a onor del vero, il buon José ha una collezione illegale di informazioni che riguardano le celebrità del suo tempo – si rende conto che un foglio sconosciuto e indesiderato ha usato uno dei moduli come traghetto ed è scappato dalla vigile attenzione del Conservatore capo per giungere fin sul tavolo della sua microbica abitazione.
Cosa può essere di tanto eccezionale? È un foglio, un altro modulo per l’esattezza, di una donna il cui nome non evoca alcunché. Deve essere un nome comune, con un cognome comune e una storia comune. Eppure, lo scritturale ausiliario viene invaso da un furore – che chiameremmo semplicemente emozione se per egli non fosse un’occasione più unica che rara – tale che si mette sulle tracce di questa donna e rende tale impegno il fulcro della sua vita. La quete è iniziata, il Signor José, animato dal dionisiaco della curiosità, si spinge fino a scoprire di essere diverso da quel che si era sempre immaginato.
L’Assurdo che ci vive accanto
La lettura di questa opera è ostica nella misura in cui si affronta un libro con il piglio del bagnante sulla riva. Per comprendere, seguire e apprezzare Tutti i nomi è tassativo prestare tutta la propria attenzione allo svolgimento degli eventi e al susseguirsi della punteggiatura. Benché l’azione non sia assente dal testo, il suo punto cardine è lo sviluppo di un concetto che, pian piano, si disvela con timidezza e reticenza. Forse, il viaggio, in questo caso, è più importante dell’approdo, nonostante sia significativo per chiudere il cerchio che viene infranto dal ritrovamento del modulo della donna sconosciuta.
Il motivo per il quale questo libro può essere considerato un’opera capitale è piuttosto sintetico: mostra con sottile e costante ironia l’Assurdo che ci vive accanto e lo rivaluta non in quanto curiosità morbosa spendibile su TikTok, bensì come spinta vitale volta alla riappropriazione del proprio tempo e, perché no, della propria anima.
“Conosci il nome che ti hanno dato, non conosci il nome che hai.”
– Tutti i nomi, Saramago.
Photo by Niklas Ohlrogge





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