Immaginiamo una linea orizzontale. Aggiungiamo dei corti segmenti verticali per ottenere quello che potrebbe essere considerato un righello (ché chiamare scala graduata già fa rizzare i peli sulla schiena). Ora, immaginiamo di posizionare all’estrema sinistra Chuck Palahniuk e all’estrema destra uno tra Raymond Carver o Jack Kerouac. Al centro di questo spettro – si parla sempre più di spettri e sempre meno di fantasmi – chi troveremmo?
Charles Bukowski.
Questa è, in tutta onestà, un’approssimazione indegna. Ma tant’è, ormai la linea l’avete immaginata, sarebbe un peccato sprecarla senza trovarle una qualche utilità.

Bukowski, prima ancora di essere un autore letterario, è un simbolo. Sta per qualcosa. Rappresenta un concetto astratto ancor prima che si parli della sua poetica in generale oppure delle caratteristiche di questa o quest’altra delle sue opere.
Nella mente scampanellante di coloro che riconoscono il significato di quella strana parola dal sapore dell’est Europa subito si affacciano foto, ritagli di giornale, apparizioni televisive in cui un uomo – che pare proprio essersi lasciato andare – decanta con toni tra l’apocalittico e il vitalistico le virtù più turpi o i vizi più prelibati di una società, quella che va dal secondo dopoguerra fino agli anni Novanta circa, che possiamo a ragione considerare la mamma sciancata di quella corrente. Ma sì, un uomo nel suo abito liso ma lavato per l’occasione – le cui pieghe dimostrano che il ferro da stiro altro non è che un’invenzione diabolica del capitalismo più sfrenato – capace di giungere al nocciolo delle questioni con una rapidità fulminante dopo aver disseminato per la stanza una fitta serie di imprecazioni, parolacce e sacramenti d’ogni tipo. Per completare il quadro dovremmo aggiungere anche qualche immancabile bottiglia di scotch, di whiskey – da notare che chi scrive non sa nemmeno se siano sinonimi – e di vino dolce, accompagnati da qualche cipollina verde, magari un pezzo di formaggio non meglio precisato e una finestra che dà immediatamente su una strada di città dall’olezzo tutto peculiare composto da gas di scarico e gas naturalmente prodotti e concessi al mondo dalla stessa umanità. Si tratta quindi di un fardello pesante da portare sulle spalle, una croce fatta di sfrenate passioni, di libidine malcelata e straripante, di istinti bassi e alti confusi nel fondo dell’ennesima damigiana vuotata e di quell’ironia dissacrante che per portare a galla le contraddizioni e le storture dello status quo giunge infine sul terreno del deprecabile, dell’immorale e del francamente disgustoso.

Tutti gli abitanti di Los Angeles lo fanno: corrono come se avessero il fuoco sotto il sedere in cerca di qualcosa che non si trova. Si tratta fondamentalmente della paura di affrontare se stessi, si tratta fondamentalmente della paura di essere soli. Invece a me fa paura la folla, la folla che corre col fuoco sotto il sedere; la folla che legge Norman Mailer e va alle partite di baseball e taglia e innaffia l’erba del praticello e si china sul giardino con una paletta.
– Appunti di un suicida potenziale; Compagno di sbronze.

Lo status quo. L’ordine sociale. Chissà, il conformismo e il perbenismo. La rispettabilità di matrice borghese, o meglio, di quella medio-alta borghesia che si può permettere le agevolazioni, le semplificazioni e le nuove comodità del cosiddetto progresso. Una realtà dei fatti, osservando la quale ci si può ritrovare in un appartamento privo di libri, ma riscaldato dai termosifoni; pieno di croci di legno e idoli di santi e patroni laddove la culla potenziale viene sostituita da una cuccia potenziale.
Oltre, sia sotto che sopra, si trovano altri universi. Luoghi costituiti perlopiù, a un’occhiata fuggevole, da estreme conseguenze e radicalismi incomprensibili. Spazi in cui le persone hanno sviluppato un linguaggio diverso – che ad alcuni pare barbarico e altro non è che adattamento per la sopravvivenza – che fa delle azioni le sillabe più importanti dell’alfabeto. Certo, non è negata la parola, così come non sono negate le esperienze della comunicazione e della condivisione, ma la velocità con cui reagiscono i muscoli supera sempre, o quasi, quella del pensiero che si traduce in lettere sputate dalla lingua.
Ci sono la noia e la frustrazione, l’irritabilità e l’irrazionale.
La noia di chi deve fare i conti con le tasche vuote in un parco giochi in cui anche l’atto di respirare ed espletare le funzioni primarie viene accuratamente contabilizzato. La frustrazione di chi sente nascere un impeto furioso a cavallo di sterno e petto e non può fare altro che vederlo mentre prende il possesso del corpo dagli alluci fino all’ultimo pidocchio in testa. L’irritabilità di chi, di fronte a un pezzo di carne trattato come corpo o viceversa, sente che lo stomaco gli rode come gli cervello e che l’unica via d’uscita da questo labirinto è il gesto eccezionale che diventa norma, la follia del singolo che si specchia nell’isteria di massa di altrettanti singoli isolati. Infine l’irrazionale di chi sfoga il bene nel male e il male ancora nel male, in modo tale da creare un circolo vizioso in cui un anziano barbone può sì accettare di essere deriso da un gruppo di giovani aitanti, belli e maleducati, ma non può sostenere, proprio non può, il pasto caldo offertogli da una donna che non vuole nulla in cambio. Per questo, infatti, l’uomo che vale un dollaro e venti centesimi muore dopo aver rovesciato il brodo fumante fuori dalla finestra.
Quantomeno resiste una consolazione, l’arte! Sì, la letteratura con i suoi orpelli, le sue evasioni e promesse di gloria, vicinanza e reciproca comprensione!
Macché, si è tutti di una pasta sola e la materia prima è scadente. Del resto i grandi poeti muoiono tutti in grandi pitali di merda.

Passai accanto a duecento persone e non riuscii a vedere un solo essere umano.
Una pioggia di donne; Compagno di sbronze.

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Photo by Foad Roshan.

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