Con un filo di tessuto in mano
mi chiedo perché hai avuto fame
proprio di me, proprio con me.

Si apre la danza con una terzina, non sappiamo se ce ne saranno altre. Non contiamo le sillabe e non ci occupiamo di versi sciolti, tanto – è opinione diffusa – senza rime non esiste poesia. Che gli endecasillabi e i novenari riposino sulla credenza accanto al servizio di porcellana buono e all’action figure, firmata e gradata, che più di esso vale. Lasciamo stare la critica, annacquiamo la metrica e seminiamo la retorica. Facciamo altro: immaginiamo.

Un uomo cammina per strada.
Come è vestito? Non lo sappiamo. Dove sta andando? Nemmeno. Che poi ci sia una vera e propria strada sarebbe tutto ancora da dimostrare. Tuttavia, un contesto dovremo pur darcelo. Ecco quindi, repetita iuvant, un uomo che cammina per strada.
Di tanti elementi che potrebbero attirare la sua attenzione si concentra su un filo di tessuto che si ritrova tra le mani. Verosimilmente l’ha cacciato fuori dalla tasca, eppure non sembra appartenere ai suoi pantaloni. Quand’è che ci si appiglierebbe a qualunque cosa pur di non abbandonare quel che si sta facendo? Parliamo di un gioco, di una guerra, dell’amore?
Il nostro protagonista – sfruttando l’ardore della prima persona, di questo io che smuove sempre nelle viscere di chi legge sensazioni sopite – si chiede perché qualcuno abbia deciso di avere fame proprio con lui e di lui.
Misero bottino, per il momento. Un uomo cammina e nessun lampione potrebbe mai illuminare il percorso che i suoi pensieri stanno intraprendendo. Quali armi possiede contro il grande ignoto? Un fragile filo.

È tardi e dalla tua finestra
si intravede una lampadina
di luce nuda, luce vera.

Ecco la via che si palesa – stavolta nella seconda persona, oh, tu! – per venirci in aiuto.
Fuori da un edificio, al livello del marciapiede, il nostro uomo ha vagato tanto a lungo da far scendere la notte – è tardi, del resto – e adesso è fermo a contemplare il riquadro di una finestra. Che aria tiri risulta impossibile stabilirlo. Ostro, libeccio, scirocco? Fa caldo o fa freddo? Dovremo riempire questo vuoto con un trucco di magia.
Il rettangolo brilla. Fa capolino non tanto la luce in sé, quanto la testa di una lampadina. Il bulbo, lungi dall’essere vestito da candelabro o da lampadario, si mostra come il suo creatore l’ha inteso, modellato e poi rifinito. Ciò che ne scaturisce è un colore senza mediazioni e senza filtri. Una sfumatura che porta a profferir parole maledette come puro, genuino e sincero.

Ecco un uomo uscir disinvolto
dal portone bianco dell’edificio:
ma tu non ti sporgi dal balconcino.

Caro protagonista, più che un filo, par tu abbia in mano un cerino.
Osservi uscire dal palazzo un uomo che dà l’impressione di possedere il mondo intero. È tronfio, il suo petto è largo e le spalle voluminose. Calca il terreno con l’energia di chi non deve dimostrare più nulla. Anzi, è probabile che se vi scambiaste uno sguardo ci sarebbe un luccicore selvaggio e sazio all’interno di quelle pupille.
La sua uscita di scena avviene attraversando un sipario bianco … che sia il riflesso della lampadina di quella finestra? Ma, soprattutto, perché ti trovi qui? Che legame ha con te questo signore?
Finalmente ce lo comunichi! La persona con cui stai dialogando nella tua mente, l’affamata, questo tu al quale ti rivolgi … non si sporge dal balconcino.
Quindi quest’uomo disinvolto, alla fin fine, il mondo non lo stringe tra le dita come la sabbia di una clessidra. Avrà consumato il suo intento, ma non ha colpito nessun cuore.

Succederà ancora, lo so bene,
mi inquieto, mi disfo e mi amo –
al pensiero di quel che sei.

Questo gioco delle parti non avrà fine.
L’affamata continuerà ad accendere la sua lampadina per gli uomini che nel palazzo dal portone bianco entreranno. Il protagonista non solo ne sembra consapevole, ma ne accetta le conseguenze e le implicazioni. Si può davvero?, pare il caso di domandarsi.
Che sappia quel che avviene nell’appartamento è poco importante. Smania, si inquieta, ma al contempo si ama, si apprezza. Nella contraddizione del suo sentimento si scopre vivo e per ogni dubbio che affiora nella sua anima si rivela un nuovo motivo per camminare ancora verso quella finestra illuminata.
Il pensiero di quel che lei è … fonte di arrovellamenti e di ascensioni. Sangue che scorre nelle vene, globuli rossi impazziti e pompati dalle arterie che si riversano in ogni centimetro cubo del corpo.

Io, non disinvolto, da te ritorno,
io, ancora affamato, convinto
che tu per me ti sporgerai.

Amico – perché ormai possiamo definirti così, non è vero? – un po’ ti comprendiamo e un po’ ti compatiamo. Tu che, per tua stessa ammissione, tanto disinvolto non sei, tu che, con un ribaltamento, da oggetto della fame ne sei diventato soggetto, puoi davvero convincerci di avere delle qualità che gli altri non possiedono? Perché, proprio per te, lei dovrebbe sporsi, mostrarsi e affacciarsi?
Perché dovrebbe compromettersi, fare un’eccezione e cingere il tuo capo con una corona d’alloro quando altri poeti e amanti sono stati in grado di dimostrare la loro valenza?
Tu, in fondo e in-fine, chi sei?
Solo un innamorato che non si vergogna dalla sua Signora delle Camelie, né tantomeno del suo stesso amore compromesso – e non compromettente! – per lei.
Cosa c’è stato davvero tra di voi?
Bisognerà tornare alla prima terzina, al filo di tessuto e alla fame.
Non basteranno per uscire dal labirinto.

Dettagli

I versi appartengono alla poesia Camelia, del sottoscritto. Evitiamo furti, ve ne prego, non c’è nulla che meriti di essere rubato.
Photo by Mourizal Zativa

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