Mutevole è questo spirito ineffabile che chiamiamo anima. Nessuno sa se esista davvero, sicuramente nessuno l’ha mai tenuta in mano. Addirittura il fuoco, elemento cangiante per eccellenza, può, pena il dolore e l’imprimersi di un marchio, essere afferrato.
Mutevole è anche questo carapace delicato e resistente che chiamiamo corpo. È facile da individuare ma, a volte, i suoi movimenti profondi sono difficili da interpretare quanto e più della mente.

Quando Ilia partì per la prima volta da casa sua fu perché s’era invaghito della fotografia di Anna, la figlia del taverniere.

Ilia è un giovane che ha appena compiuto diciotto anni. Vive nell’Italia di inizio Novecento e il padre è appena tornato da un lungo viaggio nella penisola balcanica. Da quattrocento chilometri di distanza, percorsi rigorosamente a piedi o chiedendo qualche passaggio ai carrettieri e ai contadini, ha riportato un pugno di esperienze che odorano di sudore, il ricordo di uno sconosciuto diventato fratello e una fotografia. Ilia, baldanzoso e ardimentoso come chiunque senta i tamburi della fine dell’adolescenza, beve i racconti stentati del padre e si lascia catturare dal cimelio più prezioso che ha portato con sé, una specie di antidiluviano souvenir.
Nella foto, il ragazzo scorge il disegno di tutta una vita. Il soggetto è una taverna, o meglio, l’edificio occupa la maggior parte dell’inquadratura, eppure ciò che attira lo sguardo non è tanto quella florida attività dispersa in chissà quale villaggio balcanico, bensì la figura che si sporge dalla finestra al primo piano, la ragazza con le braccia incrociate, le lunghe trecce con la punta che termina all’altezza del seno e una promessa di florida serenità, di un soffice futuro bianco come le nuvole nel cielo sterminato.
Ilia sa bene in quale condizioni versi la sua famiglia. Nessuno ha soldi da regalargli o prestargli per consentirgli di raggiungere la ragazza di cui, a prima vista, si è innamorato. Tuttavia, la madre che è donna dalla saggezza innata, come spesso accade per gli elementi di quel popolo che un tempo si chiamava minuto, spicciolo o rustico, gli confeziona una camicia nuova, gli riempie una bisaccia di formaggio e pane e lo manda con il Signore a calpestare al contrario le orme tracciate dal padre.
Il viaggio è disperatamente lungo e faticoso, marciare per quattrocento chilometri a piedi è un ottimo metodo per scoprire quale sia il reale valore delle distanze, ma anche per scandagliare la propria identità come una nave oceanografica. Quando i calcagni sono gonfi e arrossati, circondati di vesciche e screpolature, e il cuore e i polmoni litigano per le molecole d’ossigeno c’è tempo per domandarsi cosa sto facendo? Chi è questa persona che si è messa in viaggio per incontrare il volto di una fotografia?
La risposta, come accade di sovente, è io. Ma, ancora una volta, cosa significa?

Venne la ragazza, si affacciò, guardò quel forestiero. Aveva le trecce sul petto, come nella fotografia, ma non sembrava una bianca nuvola né altra cosa gentile. Ilia divenne subito triste.

È facile immaginare come sarebbe potuto finire il racconto. Dopo un lungo viaggio nel quale il giovane ha fatto i conti con la propria identità e i propri desideri, eccolo giungere in un villaggio in cui non c’è neanche la parvenza del suo amore idealizzato. Al contrario, dopo tanta fatica, la taverna locale è la prima costruzione che davvero mette a fuoco e, alla finestra del primo piano, la ragazza, che si aspettava di raggiungere, ormai cresciuta, è lì che pare attenderlo. Le trecce sono le stesse della fotografia, identico anche il vestito. Eppure, nel suo sguardo Ilia indovina una nota annoiata che lo rende triste. L’idillio e l’ideale possono essere spazzati via da un’impressione tanto volatile, da un cruccio momentaneo e, si potrebbe affermare, capriccioso? Può la donna gentile, quasi di ascendenza stilnovista, perdere le ali angeliche senza togliere il saluto al suo corteggiatore?
Sì, perché quello stesso capriccio è tanto più concreto quanto meno lo era il sogno d’amore nato dalla visione di una fotografia.
Che fare, dunque? Tornare indietro e ripercorrere tutta la strada fatta? Nossignore, impossibile. I calli sorti durante la traversata sono ancora troppo morbidi per riprendere il cammino. Ilia, controvoglia, si decide a conoscere il fratello di scelta acquisito dal padre e la figlia, Anna, la ragazza tanto vagheggiata.
Ogni indizio gli indica che quella donna è indolente, pigra e vanitosa. Vanità, la cui etimologia deriva dal latino vanus, ossia vuoto, privo di contenuto. Questa è la ricompensa del suo lungo peregrinare? Un contenitore laccato di rosso, bordato di polvere d’oro e leggero come le esuvie degli insetti?
Ilia, abbattuto, forse sconfitto, decide di non arrendersi. Si stabilisce nel villaggio, nella casa di un lontano parente, un cugino più grande con la passione forte dei distillati semplici o la passione semplice dei distillati forti. Qui, tenta di guadagnarsi da vivere onestamente e frequentando la taverna in cui ha visto rinsecchire il suo ghiribizzo. Non è del tutto escluso che torni perché in un’orfana che il taverniere ha ospitato nella sua casa egli vede le caratteristiche che tanto aveva associato alla figura affacciata alla finestra. La piccola Natascia ha tredici anni, pressoché una bambina. Ilia, però, ha dalla sua una convinzione ferrea a non dare per scontato neanche il risvolto più prevedibile della storia.
Solo che accade il tempo. I giorni si susseguono e così le settimane. I mesi giocano alla preda e al cacciatore allontanandosi nei boschi e dando vita a chissà quali creature misteriose. Ilia, influenzato dal costume del cugino, trova il modo di ingannare l’attesa attaccandosi alla bottiglia. Più alza il gomito, più Natascia sembra crescere velocemente. Ciononostante, è solo il ritmo implacabile dell’esistenza che si perpetua.

Il sentimento crudele di aver preso la sua decisione troppo tardi gli faceva salire le lagrime agli occhi, eppure non era ubriaco.

Benché abbia una pancia più voluminosa, i suoi vestiti siano ormai lisi e consunti e al villaggio lo considerino tutti un’incognita, Ilia trova il coraggio di avvicinarsi a Natascia. La bambina lo cerca con gli occhi come un colombo e nel silenzio che circonda la sua persona lo invita a farsi più vicino. Una sera, in un’occasione del tutto fortuita e causale, i due sono abbastanza vicini e nascosti alla vista da potersi abbracciare. Al tocco succede il bacio. Al bacio la consapevolezza.
Freme e trema Natascia dall’alto dei suoi quindici anni fittizi quando si accorge che basterebbe prendere la parola ed esprimere quel che sente per rendere tangibile un futuro che, nella sua situazione, avrebbe dovuto essere irrealizzabile?
Quel che si sa è come Ilia si comportò. Troppo tempo era passato ed egli, ormai, era un giovane vecchio. Ventenne, forse qualcosa in più, ma irrimediabilmente tarlato da un’acuta forma di disillusione. Lui ha viaggiato per quattrocento chilometri con una fotografia appuntata sul petto. Lei è un’orfana laboriosa che accetta in silenzio di fare la propria parte nel circo della vita. Queste due informazioni dovrebbero poter convivere. Dovrebbero unirsi e annacquarsi, confortarsi a vicenda. Tuttavia, Ilia che conosce la via del gomito alzato, si specchia e si riscopre diverso rispetto al momento in cui era partito. Sarà la barba lunga e disordinata? L’affiorare precipitoso di qualche ruga d’espressione? Non sa, non sa proprio. Percepisce solo che la scintilla è svanita, l’istante trascorso. Non gli resta che tornare da dove è venuto.
Viene accolto dalla madre che stenterà a riconoscere il figlio nel volto del suo bambino.

Non aveva più diciott’anni. Aveva fatto un viaggio senza ritorno, Ilia; e difatti, quando sua madre lo vide con la barba lunga e ispida e quello sguardo colmo di ferocia lo riconobbe appena.

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Photo by Jakub Kriz
Tutte le citazioni sono tratte da Viaggio, in Interno con figure, F. Cialente, Editori Riuniti, Roma, 1976.

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