In ogni insieme, purché non strettamente matematico, compare di volta in volta qualche elemento che stona, che si agita inquieto come se il luogo non fosse di suo gradimento o fosse addirittura errato. Succede in ambito linguistico, dove, per citare un celebre esempio, si è portati a inserire il pomodoro nel campo semantico-lessicale della verdura e degli ortaggi quando, tassonomicamente, appartiene alla famiglia dei frutti, oppure nei gruppi formati da diversi individui.
La legge dei grandi numeri ci racconta un fatto puramente statistico al quale ci affidiamo spesso con totale dissennatezza: sì, è innegabile che il comportamento e le interazioni di grandi quantità di dati siano maggiormente predicibili, ma ciò non significa che sarà facile ricostruire il perché di questi legami o che, ancor più emblematicamente, sarà possibile descrivere accuratamente il destino di un singolo elemento dell’insieme.
In sintesi: l’atteggiamento di una folla in risposta a uno stimolo è più facile da prevedere rispetto a quello di un singolo individuo. Questo perché la folla non è la somma algebrica dei suoi partecipanti.
Lo spirito del tempo è quindi descrivibile a partire dalle grandi tendenze oppure dai destini individuali?

Torniamo a Il costruttore, di Carlo Sgorlon. Là dove viene narrato il trionfo della speculazione edilizia, dove si depaupera sotto gli occhi del lettore un tessuto ecosistemico e comunitario che per millenni aveva costituito il retroterra dell’esistenza di milioni di persone, vivono e respirano al pari degli altri personaggi che praticano una sottile quanto istintiva forma di resistenza nei confronti del tumulto incessante delle novità sbandierate dal progresso. Sono icone in un periodo di pin-up, peccatori in luogo di omologati e virtuosi al posto di moralisti.

Carmelo

Carmelo guardò il padrone con meraviglia, come non riuscisse a raccapezzarsi. Come poteva essere che Francesco gli desse il benservito, e lo mandasse via a pedate? Lui lo aveva agevolato con un massimo di fedeltà, e adesso il compenso era il licenziamento… Non aveva forse ottenuto ciò che desiderava, anche se non lo aveva detto ad alta voce? E allora? Si erano intesi così bene, finora, anche senza parole… Perché Francesco all’improvviso diventava un ipocrita? Carmelo non lo capiva, e Francesco non poteva essere più esplicito di così.

Carmelo è un uomo siciliano che si è ritrovato nelle condizioni di dover abbandonare la propria terra per inseguire una vita degna di questo nome. Con qualche anno d’anticipo, percorre la penisola tracciando i sentieri che lo stesso Francesco Falconara avrebbe percorso con il sogno di diventare qualcuno nelle opulente regioni settentrionali.
Carmelo è un individuo che appartiene al popolo nella sua accezione più arcaica, simbolica e fattuale. È un figlio di quella classe che può essere identificata con il grande cappello di sottoproletariato rurale, ossia una persona che ha, in un modo o nell’altro, sempre avuto bisogno di badare a sé stesso, anche quando la preoccupazione principale doveva esser quella di gustarsi un biscotto al cioccolato.
Carmelo, per bocca del suo futuro datore-di-lavoro-protettore, è una di quelle anime semplici che non potrebbero sostenere le tempeste della vita senza appoggiarsi a qualcheduno di più stabile, forte e determinato. Non che sia un indeciso oppure un inetto, al contrario, possiede la tipica caparbietà del gran lavoratore e il senso di sacrificio e di abnegazione del povero, ma non misero, che conosce l’esatta estensione in termini di gocce di sudore dei campi arati in tutto il mondo. Eppure, quel che gli manca, è il privilegio ereditario delle classi colte o istruite, la capacità di dare un senso alle proprie vigorose energie, di indirizzare i propri alluci verso una dignitosa sopravvivenza quando non è l’istinto a fornire un suggerimento accettabile.
Per quest’uomo che anche in Veneto indossa sempre la sua coppola e porta fieramente i suoi baffetti scuri sotto il naso, questo antieroe che mostra di ignorare i pregiudizi che circondano chi si abbiglia come suole fare, Francesco è il conterraneo più abile e danaroso in grado di offrirgli quel cordame da tirare per far ingrossare le vele e navigare quasi a spiccare il volo dalla superficie marina.
È un fratello, se non di sangue di scelta, un compagno di viaggio, benché accetti di essergli subordinato. E come può Carmelo ripagare la stabilità che ha così guadagnato? Con la totale fedeltà, la cieca lealtà.
Con i suoi modi che sanno essere duri ma danno l’idea di non superare mai il segno – da lui ci si aspettano minacce e grandi spaventi, non violenza fisica – risolve innumerevoli problemi all’astro nascente dell’edilizia veneta. Olia quegli ingranaggi che al padrone sembrano inaccessibili, si aggira nella zona d’ombra del detto e del non-detto, trovandosi a proprio agio specialmente nella seconda.
Eppure, dopo anni di strettissima collaborazione, Francesco, che pure ha maturato un sentimento di profondo attaccamento nei confronti dell’uomo, lo licenzia in tronco comandandone l’allontanamento. Cosa teme? L’inquirente sguardo degli altri.
Teme che qualcuno possa malignamente suggerire che Carmelo sia il suo picciotto, che egli stesso sia l’ennesimo mafiosetto profugo dalla Sicilia e che tutto quel che di buono abbia fatto nasconda in sé il sangue marcio della malavita organizzata. Francesco, non un santo, non un diavolo, ma sicuramente un uomo ambizioso e opportunista, prepara una lauta liquidazione per il suo fedele amico e lo scaccia senza avere il coraggio di esplicitare i rovelli che lo hanno condotto a fare questa scelta.
Nel campo degli affari esistono solo alleati, nemici e strumenti. Carmelo, dato il suo ruolo sfumato ed enigmatico nell’organigramma dell’attività di Francesco, capisce di essere stato messo sul piatto di una bilancia e di essere stato trattato alla stregua di un foglio da ragioniere: superando le cifre in rosso quelle in verde, ecco che è diventato inutile, o peggio, un ostacolo.
La paura dell’implicito è soverchiante. Quel non-detto che prima costituiva una forma di comunicazione intima tra i due si è ridotto a un mero calcolo di entrate e uscite. Quando tutta la famiglia di Francesco si rende conto di provare una schietta mancanza nei confronti del bizzarro Carmelo è troppo tardi. Egli, tradito dal continente e tornato in Sicilia, sparisce, senza esser più trovato, avviluppato da uno dei tanti tentacoli neri della mafia.

Tarsilla

Secondo Tarsilla uomini e donne giovani avevano un gigantesco desiderio di vivere, di dormire nello stesso letto, di mangiare grandi piatti di pesce, come quelli che cucinava lei, con i sughi che sapevano di cannella e di basilico. Così le loro anime erano estremamente riluttanti a passare all’altro mondo; se la morte li sorprendeva, s’attaccavano disperatamente alla vita, come i bambini allo stipite o alla maniglia della porta, perché non vogliono andare all’asilo o alla scuola.

Tarsilla, come Carmelo, è una donna del popolo. Figlia di pescatori istriani, il suo orizzonte paradisiaco, il suo personale Giardino dell’Eden, è il Mare Adriatico esplorato in lungo e in largo dai suoi antenati per generazioni e generazioni. In lei convivono le caratteristiche della medium, della strega, della cuoca, dell’indovina, dell’amante e del nume tutelare della casa.
Fin dalla sua prima comparsa sulla scena, Tarsilla suscita in Francesco un’emozione forte e travolgente perché la nota in quanto simulacro di un’attrice lucana per la quale aveva spasimato durante l’adolescenza. Ella è una donna di una decina d’anni più grande, ha i capelli lunghi, corvini e spessi che pettina ogni mattina con le movenze di chi accarezza dei boa e possiede un’insaziabile voglia di vivere. L’amore è per Tarsilla una delle vie per esprimere sé stessa, ma anche per condividere con il prossimo quanto di più gioioso e complice esista sulla terra. Si destreggia in ogni ambiente con la dimestichezza e la promiscuità di un animale totemico: è driade nei boschi, nereide sulle coste e ninfa nella camera da letto. Per questo il suo fascino è magnetico, pare abitata dalla saggezza stessa della natura. A nulla vale la perdita precocissima del marito, naufragato proprio nell’Adriatico, o quella di una sorellina piccola, arsa viva in un incendio, ella discorre con i fantasmi e con le persone in egual misura. Conosce il linguaggio di ciò che ai suoi occhi si palesa e sfrutta il suo dono profetico per indirizzare chi la circonda.
Dopo esser stata la prima amante di Francesco, diventa, negli anni, la governante della casa in cui egli va a vivere con la moglie. È altresì la balia e l’istitutrice dei due figli della coppia, intrecciando così un rapporto di assoluta reciprocità con i padroni e la casa stessa.
Quando il più piccolo dei due, Luciano, mostra i sintomi di un disturbo riconducibile all’epilessia, che inizialmente viene scambiato per licantropia, Francesco, che pur avrebbe desiderato lasciarsi alle spalle ogni forma di superstizione, è portato a credere che l’influenza di Tarsilla abbia ammorbato la sua casa. Da angelo stregonesco del focolare, per un capriccio simile destinato in sorte a Carmelo, viene quindi trasfigurata e trasformata in uno strumento della perdizione, della malattia e del morbo sinistro della malattia mentale. Che fare per salvare la salubrità della casa? Cacciare Tarsilla.
Il piano non va a buon fine, tanto più che lo stesso Francesco non può accettare di separarsi da questa donna che nella sua mente confonde i ruoli della madre, dell’amante e dell’educatrice dei figli, ma restano la forma mentis che lo ha portato a maturare la decisione e l’offesa ingiuriosa mossa verso colei che meno meritava di essere accusata di negligenza e di mancata attenzione alle questioni famigliari.

I tempi corrono veloci. Mutano i valori, i modelli e l’aspetto di intere regioni.
In primo piano, imprenditori, politici e industriali si spartiscono in fette gargantuesche i proventi di una speculazione eccessiva e catastrofica dando l’illusione di dividere il benessere con tutti quelli che vi hanno partecipato: operai e impiegati.
In secondo piano, sullo sfondo, i personaggi che non possono essere racchiusi all’interno di una categoria. Non proletari, bensì Carmelo. Non massaie, non impiegate, bensì Tarsilla.
In un punto non meglio precisabile Francesco, con la sua solidità di costruttore minata dall’interno, che si trasforma da entusiasta accolito dell’oro grigio a disilluso detrattore di tutto quanto abbia costruito. Per lui, il razionalismo scientifico e logistico alla base del nuovo capitalismo consumistico ha fallito.
Abbandonarsi alla nostalgia gli è però precluso: egli stesso ha smantellato la via del ritorno.

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Photo by Amanda Phung
Tutte le citazioni sono tratte da Il costruttore, C. Sgorlon, Mondadori, Torino, 1996.

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