Ci sono modi e modi per prendere la vita.
C’è chi la afferra per le briglie e cerca di issarsi sulla sella della giumenta scorrazzando sulla pianura verso il tramonto e chi, invece, preferisce che il cavallo si trovi all’interno di una scuderia, con dell’ottimo fieno non troppo distante, un abbeveratoio e dei ferri chiodati di riserva per ogni evenienza. Si sa, del resto, che di viaggiatori – quindi possibili clienti – ne possono giungere tanti nei luoghi selvaggi come civilizzati del Medioevo.
Se è vero che il viaggio era prerogativa di pochi – compagini militari, rari bighellonatori, clerici vagantes, giullari e buffoni, monaci e frati – ciononostante qualcuno osava suolare le piante dei piedi con i sassolini delle infinite vie sterrate che potevano condurre sia negli immensi boschi – banditi, animali feroci, driadi, cavalieri alla ricerca della donna amata o di un secchio di metallo da usare come elmo! – sia nei minuscoli villaggi che sorgevano in ogni dove, ricchi di niente più che di una schietta, gretta e ancestrale umanità.
Per inteso, viaggiare in luoghi sconosciuti, al tempo, significava anche superare la collina entro cui sorgeva la propria casa. Ma erano tanto diversi questi esseri umani? Il loro modo di ragionare ci risulta fondamentalmente alieno e incomprensibile?
Ce un tale, qui vicino, a cui potremmo chiedere.
s’i’ fosse papa, allor serei giocondo,
che tutti cristiani imbrigarei;
s’i’ fosse ‘mperator, ben lo farei:
a tutti taglierei lo capo a tondo.
[…]
S’i’ fosse Cecco, com’ i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.
Cecco, cosa desideri dalla vita?
Lo chiedo proprio a te, uomo vissuto nella seconda metà del tredicesimo secolo, che del tuo modus operandi hai fatto una cifra stilistica ancora riconoscibile. Quali sono le passioni che ti animano, quali i sogni nel cassetto? Stupisci questi lettori moderni con una risposta inconsueta e bizzarra, che so io, di’ loro che vorresti scoprire chi viva davvero sopra la pianta del fagiolo magico, oppure che non hai mai ambito ad altro che a dimostrare che anche i draghi hanno solcato i cieli della tua Siena.
Eppure, par di capire, donne, gioco d’azzardo e cibo delizioso è ciò che prediligi. Sicuro di non voler aggiungere qualche tocco esotico, qualche stramberia medievale pronta a uscir fuori da un bestiario oppure dall’ennesima e rocambolesca interpretazione dell’aldilà?
No, del futuro Ariosto, che probabilmente avresti disprezzato come fa il tacchino col pavone, tu non hai che le donne. Cavalieri, arme e amori li lasci volentieri a coloro che sono soliti consumare gli scarti altrui. Nel fare arrosto il caro Ludovico, eccoti pronto, di fronte a un focolare allestito a un crocevia, a snocciolare qualche frase sul tuo conto. Se fossi il papa – voli basso, eh, Cecco? – saresti contento perché avresti l’opportunità di imbrogliare tutti coloro che credono ciecamente nelle tue parole. I tuoi scherzi quotidiani, di cui sono vittime amici, conoscenti e malcapitati di turno, non possono sognare di elevarsi al punto da riguardare la vasta platea a cui si rivolge il pontefice. Ma quale spettacolo sarebbe, che palcoscenico invidiabile! E cosa fanno, loro, ricchi e potenti, imporporati e imbiancati sui loro seggi tutti imbellettati? I seri, maledizione. Tu, Cecco, forse sai che la realtà non è poi tanto limpida. Che di torbido ce n’è eccome al soglio di Pietro. Eppure, sei sconvolto dalla mancanza di inventiva di chi, potendo burlarsi dell’umano e del divino, decide di fare per mestiere la grancassa. Scelte!
Passi allora, gettando nel fuoco un nervetto che ti si è incastrato tra i denti, a disquisir del potere politico. O meglio, se tu fossi l’imperatore, quindi un sovrano lontano dalla comunale società della penisola italiana del tempo, saresti ineccepibile nello svolgere il tuo mestiere. Che ti sottopongano pure alla responsabilità di stabilire la sorte degli uomini: per chi ha sbagliato la forca, per l’innocente… dopo parlerai della sorte dell’innocente. Ma non temi tu il giudizio di qualcosa di più grande? Cos’è questo edonistico pragmatismo, Cecco? Tu mi guardi con occhio bovino – in verità estremamente penetrante – e mi assicuri che nulla puoi temere dal cielo fin quando avrai dalla tua del buon vino.
Va bene, bisogna accettare questa posa da bohemien, ma nel tuo regno cosa succederebbe agli innocenti?
Facile, l’umanità si riduce ai suoi minimi termini. Bellezza e bruttezza. Convenienza e intralcio. Ricchezza e miseria. Cecco, fiero e magnanimo, non priveresti mai il tuo misero fratello di una qualche gioia terrena. Ed ecco stabiliti i termini del patto: a te le donne belle, le capriole nella camera da letto, agli altri tutte quelle incapaci di assecondare questa gioia di vibrare.
Però non dica l’omo: “E’ ho parenti”;
che s’e’ non ha dinari, e’ pò ben dire:
“E’ nacqui come fungo a ombre e venti”.
Caro Cecco, dei tuoi centocinquanta componimenti che riportano il tuo nome, sappiamo bene che alcuni non sono stati scritti dal tuo pugno. Prendi Li buon parenti, che potresti aver rubato al Niccolò Malpighi o che qualcuno ti ha attribuito per renderti un qualche onore, ti brucia il fatto di non aver immaginato per primo questi versi?
Non ti infuriare, la domanda sorge spontanea. Tu, a furia di augurar la morte ai tuoi genitori per ottenerne l’eredità, sempre pronto a dilapidare il dilapidabile mostrando poi il volto angelico di chi abbisogna di altri contanti… sembri il tipo d’uomo che facilmente si ritroverebbe a parlare con le monete per esprimere loro l’unico vero amore di cui ti senti capace. La donna sarà anche la donna – e pensare a Becchina ti fa accapponare la pelle, quella non te le manda mai a dire – ma la serenità del denaro, quella, cos’altro potrebbe generarla?
Quindi che nessuno s’azzardi a dire di avere una famiglia e dei parenti che non siano fatti di metallo e non possano essere utilizzati per comprare un cavallo. La famiglia è fatta di fiorini, di ducati, di franchi e di marchi. Senza, è come nascere nudi in mezzo a un campo sferzato dalla tempesta, è come essere un fungo lasciato in balia del vento e dell’oscurità.
Bella l’umanità che descrivi o ti mettono in bocca, Cecco!
Se tu alberghi o dài mangiare o bere,
vendi le cose, ma non tua persona;
che s’hai bellezza alcuna,
non la voler contar nelle derrate.
Chi viene al tuo albergo,
non gli tòr[re] le cose per lusinghe;
nol far ristare e lassar lo cammino.
Non vender le vivande riscaldate,
né carne ria per altra buona carne.
Poi, dopo aver nascosto le braci del fuoco e aver sollazzato la pancia con una grattata, pronto a rigirarti nel giaciglio opportunamente offerto da chi ti sta facendo tutte queste domande, ti ritrovi nella penosa situazione di condividere il dolce riposo con un altro viandante.
Si mette tra noi, è un tale dalla faccia compunta e rispettabile. Chiede permesso, se lo accorda da solo. Sembra il campione stesso della buona creanza e dell’etichetta!
È un tuo contemporaneo, si chiama Francesco e viene da Barberino, vicino Firenze, città che a te non sta poi tanto simpatica. Da bravo senese conosci la profonda filosofia del campanilismo.
Prima ancora che tu possa imporgli il silenzio, ti inizia a rintronare con massime e proverbi. Una pioggia d’aforismi e di detti sul vivere comune ti lasciano la bocca aperta e la lingua secca. Egli continua, incalza, in cuor suo pare godere del tuo sbigottimento, tanto che arriva a discorrere di un argomento che conosci bene e viene attraversato da un fremito quando s’accorge che non intervieni.
I mestieri delle donne! Quante ne avresti da dire, ma tu, stordito, taci.
Questo Francesco ti racconta che non devono vendere il loro corpo. Se sono carine, devono custodire questa virtù attendendo il momento opportuno per convolare a giuste e sante nozze. Se sono intelligenti, devono lavorare in modo onesto senza borseggiare con la seduzione o la rapidità di mano il prossimo. Devono essere, al contempo, permissive e autoritarie il giusto. Lasciar viaggiare chi vuole correre e rifocillare chi deve riposare.
Ma tu, Cecco, la palpebra calata e la lingua attorcigliata, al secondo devono di queste povere donne che ti par di non poter sfiorare, hai starnutito, nascosto una lacrima e, dando una testata al sasso più vicino, ti sei concesso un meritato oblio.
Dettagli
Photo by Anton Darius
La prima citazione è tratta da S’i’ fossi foco di Cecco Angiolieri.
La seconda citazione è tratta da Li buon parenti, attribuita con dei forti dubbi a Cecco Angiolieri.
La terza citazione è tratta dal Reggimento e costumi di donna di Francesco da Barberino.





Lascia un commento