L’amor che move il sole e l’altre stelle.
Il Sommo Poeta così terminava il suo celebre poema dando un colpo d’inchiostro all’ultima delle tre cantiche della Comedia. Non sorprende il messaggio aforistico incistato in queste parole che avevano tutta l’intenzione di diventare eterne, tanto che, provocatoriamente, si potrebbe affermare che non sarebbe potuto esistere altro verso all’infuori di questo per ricoprire il suo compito grato e ingrato al contempo.
Egli, endecasillabo piano che grida forte, condensa in un frutto da addentare con cura i più alti intenti di Dante: dall’amore gentile per una donna capace di innalzare la condizione spiritual-morale del singolo si giunge al perfetto amore divino di colui che tutto in sé racchiude; il movimento terrestre del poeta-protagonista si riassume e nobilita nel movimento celeste di quell’entità che svolge il ruolo di Primo Motore del cosmo, divenendo causa che si immette nell’effetto; infine, le stelle che accompagnano il cammino del peccatore umano fin dai suoi primi passi, che ne hanno coronato il trionfo sull’Inferno, l’attraversamento del Purgatorio e la conquista del Paradiso, sono la meta impossibile verso cui deve anelare questo effluvio invisibile che ci alita nel petto, l’anima…
Qui è bene tossicchiare, preferibilmente in modo sgraziato e rumoroso, per concedere al cervello di ossigenarsi e respirare. Bene, dopo aver ingerito una mezza quintalata di polvere, è lecito continuare.
… e cosa dovrebbe essere l’arte, cosa la poesia, se non la tensione sublime di questo refolo umano tendente all’infinito? Cosa se non il tentativo impreciso e ardito di cogliere l’universale dal particolare, la verità dalla menzogna, l’emozione dal mero evento? Così, attraverso l’incessante e sinuoso ancheggiare dell’amore, qui intenso in senso più ampio del mero ondeggiare carnale, si possono spalancare i portoni della conoscenza, dell’intuizione e, a leggere i ghiribizzi dell’Alighieri, anche quelli della salvezza eterna.
Ecco che amare il prossimo pare evolversi in qualcosa di diverso che suona piuttosto come conosci il prossimo e, per estensione, ciò che è prossimo, dal microbo al buco nero, dall’universo in espansione alla contrazione delle dita intirizzite dal freddo di una strana giornata di fine settembre.
Conciliante, l’amore.

Se pur Natura non mi fe’ poeta,
l’ira i versi mi fa.

Come ricorda l’esperienza diretta, non v’è un solo modo di percepire e interpretare la realtà. Lo sanno bene coloro che nella vita hanno dovuto graduare più volte le lenti dei propri occhiali, ma, a esser sinceri, con un pizzico di buona volontà appare evidente ai più. Il monocolo dell’amore è stato più volte utilizzato al fine di comprendere cosa ci stiamo a fare sul sassolino Terra, tuttavia se ne possono trovare di diversi e bizzarri in tutte le botteghe del pensiero.
Non solo i sospiri, non solo le mani che fremono giungendo al petto e poi al collo sussurrano verità inascoltate, poetiche e necessarie. Anche la rabbia e l’indignazione sono capaci di solleticare quell’area del cervello che ha la brutta abitudine di esprimersi in modo franco sulle cose.
Giovenale, famoso poeta satirico latino, lo sapeva bene, tanto più che, come soleva affermare di buon grado, la Natura non lo aveva destinato a raggiungere chissà quale vetta letteraria, eppure aveva trovato da sé un carburante adeguato per le proprie energie esplosive: l’ira.
Siamo forse giunti al punto da dover aggiungere una voce alla definizione di poesia lirica? È possibile, purché non venga omesso l’apostrofo e le corde dell’antico strumento giacciano stracciate in qualche luogo abbandonato.

Devi osar misfatti
degni della prigione o delle sabbie
di Giaro, se vuoi esser qualcosa.

Essere qualcuno, diventare qualcosa – sottinteso, di importante.
Ecco il sogno, l’ambizione, di molti abitanti del ventunesimo secolo. Ottenere un riflettore, crogiolarsi nei propri cinque minuti di notorietà e mostrarsi agli altri come se le persone non fossero più potenziali conoscenze, bensì potenziali spettatori. Quale è il prezzo per guadagnare un’attenzione di questa natura? La risposta pare scontata da millenni: osar misfatti degni della prigione o delle sabbie [mobili]. Incastrarsi quindi in un ruolo fittizio e in un’immagine alterata di sé.
Il calcolo è spudorato e di tipo prettamente strumentale: se vuoi essere considerato devi spiccare e quale modo più repentino per salire agli onori della cronaca se non quello di macchiarsi di qualche bravata? Con l’etica e la morale non si mangia, nossignori, tuttalpiù si raschia il fondo del barile spazzolato dall’allegra compagnia che, dopo aver lasciato la taverna spaccando qualche brocca, ha deciso infine di ricompensare la platea con quel gesto sempre magnanimo che è lasciare dietro di sé delle orme da seguire – o degli avanzi da masticare.

Non vien voglia di mettersi ad empire
grandi pagine in mezzo ad un quadrivio
quando portato da sei schiene avanza
in lettiga scoperta, a destra e a manca
mostra di sé facendo e in tutto eguale
a Mecenate con la pancia all’aria,
quel falsator che è divenuto ricco
e gran signore sol con quattro sgorbii
e col premer dell’umido sigillo?

Come può non venire la voglia di esprimersi, di fronte a tale scempio di umana concordia? Come sopportare il dominio conclamato della materia sullo spirito?
Quale buffonata, cianciar di spirito nel 2025! Cosa siamo, filatrici della Tessaglia? Mirmidoni in battaglia?
Giovenale non contestava esclusivamente le storture della società in cui viveva. Non si prestava semplicemente a far da grancassa a quanti osteggiavano la vita dell’impero romano dei suoi giorni. Lungi dall’essere un uccellaccio del malaugurio – anche se avrebbe accolto con un sorriso l’esser definito un corvaccio gracchiante – si esprimeva contro un atteggiamento che stava divenendo, ai suoi occhi, prassi. Ossia l’incapacità di analizzare, criticare e giudicare razionalmente quanto avveniva intorno a tutti loro. La vita quotidiana, scossa da profondi cambiamenti, stava assumendo dei caratteri diversi. Non interamente da osteggiare, non interamente da incensare. Ciononostante, la proverbiale fetta di prosciutto sugli occhi si era con delicatezza impressa sui volti di coloro che si ostinavano a credere che ogni innovazione andasse ascritta al gran vizir del Progresso e dell’Avanzamento. Quella mancanza di spirito critico – non di nuovo quella parola, puah, spirito! – veniva letta dal poeta come un impigrimento delle facoltà intellettive il cui effetto non sarebbe tanto stato quello di diminuire i manoscritti in circolazione, bensì di appiattire in modo prono e servile l’umanità a qualunque scelta fosse caduta dall’alto.
Può apparire drastica, eppure l’assenza di una voce simile sarebbe stata biasimevole.

Chi mai è dunque tanto paziente
che una città sì perfida sopporti?

Come combattere il conformismo e la malcelata omertà di scontenti e contenti dello status quo allo stesso tempo? Continuando a pungere, a rompere le scatole e a infastidire. A scartabellare carte piene zeppe di reprimende, morali, invettive e battute salaci e mordenti. Ad abbassare il tono dei nemici riportandoli su un terreno sul quale è possibile affrontarli. Rendere i problemi mostruosi significa conferirgli una sorta di immunità deresponsabilizzante, li allontana dal regno dell’azione e della riflessione trasferendoli nell’Olimpo di ciò che è fatale e ineluttabile.
Cosa? Come potremmo evitare che i pretoriani ammazzino di continuo i nostri imperatori e che le tasse aumentino a dismisura per alimentare guerre imperialiste e lontane?
Cosa? Come potremmo evitare che le intelligenze artificiali ci fagocitino al modo dei serpenti con i topolini?

Agitandosi nella tenaglia del cacciatore.

E ben sarebbe stolido riguardo,
quando ovunque s’inciampa in tanti vati,
risparmio far di peritura carta.

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Photo by Yuri Antonenko
Tutte le citazioni sono tratte da Perché scrivo satire, in Poeti di Roma, Giovenale Satire volume 1, a cura di G. Vitali, Zanichelli, Bologna, 1971.

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