Una storia buona è capace di attraversare il tempo e lo spazio giungendo nelle nostre mani con la linda leggerezza di un vento la cui origine è da ricercarsi in continenti lontani. Non perché la carta o il supporto digitale siano in grado di spiccare il volo e di ricercare le nostre dita per una qualche virtù divina, oppure perché la ruota karmica ha stabilito che quel Tale Grande Artista non meritava di essere dimenticato e abbandonato. Ciò accade perché, al pari del cibo che ingurgitiamo senza stare troppo a pensarci sopra, le narrazioni costituiscono una voce importante nel bilancio della nostra dieta da sapiens. Accanto a ogni prodotto, oltre al consumo calorico e alla composizione dei macro e micronutrienti, servirebbe una legenda capace di indicare anche quanto sia in grado di saziare il bisogno narrativo che ci contraddistingue.
Se una storia buona è in grado di viaggiare in modo così spericolato e formidabile, un’ottima storia è capace di passare attraverso la cruna di un ago senza destare sospiri e sospetti.

La memoria è narrativa, mentre l’archiviazione digitale lavora aggiungendo un dato a un altro, in modo cumulativo. […] La strada tracciata dalla narrazione è stretta. Vi sono inclusi solo gli avvenimenti selezionati. La vita narrata o ricordata è necessariamente lacunosa. Le piattaforme digitali, di contro, sono interessate proprio a una registrazione della vita che sia sempre più priva di lacune, sempre più completa.

Miti, leggende e racconti nascono dai ricordi. In buona misura ogni nostra azione è influenzata e sostenuta da quell’archivio cangiante e vivo che è la memoria. Quel che conosciamo e quanto andiamo dicendo sfrutta l’argilla che essa mette a disposizione, purché non si creda alle tesi innatiste che presuppongono un magazzino segreto che ci viene donato alla nascita ora dal DNA, ora dall’influenza delle maree oppure per una qualche predestinazione più difficile da identificare.
Un aspetto della memoria che spesso viene tralasciato è il suo essere eminentemente narrativa. I ricordi, qualunque sia la loro organizzazione interna, si intrecciano tra loro in modo tale da costituire un’unica storia, si accendono e vivificano a vicenda, spesso con la pessima – ma arbitrariamente deliziosa – abitudine di sovrascriversi. Le neuroscienze sono abbastanza chiare al riguardo: anche la rievocazione più nitida è intimamente fallace, imprecisa e tarlata dall’oblio. Che ciò non spaventi più della consapevolezza che dopo il giorno viene la notte, poiché non significa che siamo androidi mal programmati, bensì che tutto quanto facciamo o diciamo va a sedimentare in modo significativo all’interno della mente. A volte, quando le tracce mnestiche vengono solleticate dai sensi, poniamo caso dall’olfatto, le scintille che sprizzano da questa impressione vanno ad accendere i compari limitrofi, dandogli una bella svegliata. Ciò porta a colmare le lacune che inevitabilmente andiamo a scavare vivendo. Benché ci piaccia paragonare il cervello a un hardware e il pensiero a un software non è possibile quantificare la capacità di memoria che possediamo in termini di byte. Immaginiamo di immagazzinare tutte le informazioni relative alle nostre esperienze senza tralasciarne nessuna. Quale mole di dati ci ritroveremmo a maneggiare? Pensare che di sovente dimentichiamo cosa abbiamo cucinato la sera precedente! Ciò sta a significare che la storia personale che di noi possiamo ricostruire – e quindi raccontare a noi stessi e ad altri – è principalmente costituita da vuoti che vengono via via colorati dalle scintille dei ricordi che si connettono tra loro.
Che mi venga perdonato lo sproloquio a metà tra la scienza e l’espressionismo, considerata l’immane fatica di parlare di un argomento simile senza inciampare in qualche tranello retorico o sperimentale ho preferito sbagliare a propri discorrendone in questo modo.
Le rimembranze, quindi, sono i paragrafi della vita e il burrone che le separa i capoversi dell’esistenza. Per tornare di gran carriera all’inizio del discorso è ora legittimo affermare che miti, leggende e racconti funzionino in modo analogo e che, per rimanere davvero impressi, devono essere stretti e passare attraverso la cruna di un ago.
Cosa rimarrebbe di una narrazione qualora l’autore ne sviscerasse ogni possibilità con la perizia di un chirurgo con la passione per la macelleria? Avremmo l’anatomia di una porzione di tempo cronologico sbattuta sul bancone come una bistecca ben cesellata e dall’osso in evidenza. Materia inerte, che a qualcuno potrebbe far venire l’acquolina in bocca, ma pur sempre un oggetto che, presto o tardi, verrà consumato e dimenticato per la sua mera capacità di essere quantificato, sbocconcellato, metabolizzato e infine evacuato.
Così come un’ottima storia non può essere pesata sul bilancino di un gioielliere, ecco che i ricordi non conoscono unità di misura o scale di valutazione oggettive. Del resto, deve ancora nascere il critico artistico in grado di stilare il canone perfetto per giudicare un’opera.  

Ma i numeri non raccontano nulla. L’espressione «narrazione numerica» [numerical narratives] è un ossimoro. La vita non si lascia raccontare da una collezione di eventi quantificabili. […] Nel momento in cui ogni esperienza vissuta è immediatamente accessibile, il ricordo svanisce.

La completezza, lungi dall’essere sempre e comunque una musa da inseguire negli aulenti boschi dell’Arcadia, può provocare danni enormi come il sale in una ricetta. Nelle giuste dosi conferisce l’esatta sapidità alla pietanza, in quelle sbagliate lo rovina o per un verso o per il suo opposto.
Essere completi non significa necessariamente essere migliori o una versione aggiornata e potenziata di sé stessi. Ciò vale, ormai il leitmotiv è chiaro, anche per le storie. Un racconto completo – nel senso di incapace di generare la pur minima zona d’ombra – è un deserto dall’afa non attraversabile. Può essere frutto di un virtuosismo, certo, essere sfoggio di un manierismo ricercato e colto, ma tradirebbe quella vocazione al mistero che consente ai bambini di rimanere a bocca aperta durante il finale di una barzelletta o di una horror story ben congeniato.
È strano da affermare ma, laddove gli acquitrini della mente vengono bonificati e ricoperti di terra si impoverisce il terreno diserbandone la fertilità magica. Difatti, specie nel folclore popolare, dov’è che si annidano troll, orchi, streghe, funghi magici e ranocchi parlanti? Nelle paludi! Quanto sarebbe fuori luogo uno stregone con la ventiquattrore che prende il tram sopra quella che un tempo era stata la sua casa di viticci intrecciati e alghe lacustri? Tanto più che, avendo vissuto per decenni in quel luogo, è molto probabile che egli stesso non ne abbia conosciuto ogni anfratto e ogni esemplare. Nel momento in cui inizia la catalogazione del bioma, ecco che se ne riducono le possibilità immaginifiche.
Da dove nasce quindi l’ansia di avere sempre una nuova narrazione tra le mani? Di scrollare reel su reel, video su video e post su post alla ricerca di una sazietà impossibile? Dal fatto che si sta nuotando controcorrente, in direzione del mulinello e non della spiaggia. Gli eventi quantificabili, scambiati erroneamente per storie, inaridiscono la memoria, la rendono obsoleta, lenta e ininfluente. Ecco perché, come sopra riportato nella citazione, il ricordo svanisce: dal momento che tutto è perennemente disponibile non esiste più la necessità di conferire un senso al vuoto che ci circonda.
Cosa rimane?
Informazioni, dati e la ricerca spasmodica di aria fritta che non riempie i polmoni, figurarsi lo stomaco!

Chi si abbandona alla «molteplicità infinita delle possibilità che si offrono immediatamente» è senza destino, è privo di una «storicità autentica».

Incertezza, Lacuna, Limite e Noia. Ecco i quattro cavalieri dell’apocalisse da invocare per combattere l’incapacità di registrare l’impazienza e la frustrazione come sintomi dell’essere vivi e storicamente autentici.

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Photo by Anita Jankovic
Tutte le citazioni sono tratte dal Capitolo 3 de La crisi della narrazione, B. Han, Einaudi, 2024, Torino.

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