È la parte schizofrenica a muoversi.
Moshi moshi, dice. Come se avesse uno straccio di senso. Deve aver sentito questa espressione da qualche parte. È folle, folle, folle. Si inventa le cose, le riscrive a suo piacimento. Per strada ha chiesto se il barbone avesse il pos, perché non aveva spiccioli da dargli, e l’ha guardato come si guarda una macchia incrostata sul fornello. L’ha fatto con la mia voce e i miei occhi, maledizione.
«Allora», ha detto, «allora non meriti nemmeno l’unghia della mia carità».
Adesso parla come se sputasse, la parte schizofrenica. Come se ogni parola fosse un rigurgito, un conato di là da venire. Eppure, a volte e solo a volte, si riscopre malinconica, nostalgica, incredibilmente aperta al dialogo.
«Questa è spazzatura che profuma» risponde a un come stai.
«Ho visto che avete lanciato un altro animale in orbita» fa, noncurante.
Si scorda che è parte di un essere umano anche lui, lei, qualunque cosa sia.
«Ho visto che un re ha meno soldi di un suddito qualsiasi, e voi lo chiamate mondo sviluppato, interconnesso, globalizzato».
Ha idee strane, c’è poco da aggiungere, ma lo dice con uno sguardo. Che occhi taglienti, i miei.
Ruba i nomi delle persone che conosco, che conosce, e li stravolge a piacimento. Se ne infischia del politicamente corretto, è senza cuore e senza scrupoli. Saccheggia i miei ricordi.
Ecco che l’anziana professoressa di scienze diventa un’astronave con i bigodini e il commesso del supermercato un palloncino smilzo che non è nemmeno riuscito a diventare un cane per un bambino. Così si esprime, così mi rintrona.
I nostri amici sono per lui-lei una strana forma di batteri. Se potesse, li spaventerebbe a morte, così da non farli mai più tornare. Tutto questo nonostante la sua propensione al riso collettivo, alla risata in grado di scardinare le fondamenta più solide.
«Il cemento è uno stato mentale», sostiene.
«Le gru sono basse, per questo le vedo», afferma.
«Non sei tu a rompere la materia, è la materia a rompere te», pontifica.
Vorrei solo lasciarla. Liberarmene. Quale gioia sarebbe per me.
Forse il cuore di tutto sta nel ricordare dov’è nata, dov’è che si è generata quest’ombra sardonica. Ma come? Come scordarlo? Avvenne proprio quando mi accorsi per la prima volta che…

Taglia.

Vide passare qualcosa dietro la tenda. Un’ombra, nulla di più.
Sistemò la coperta sulle gambe e prese in mano il telecomando. In televisione stavano mandando in onda la replica di un film thriller uscito nelle sale ormai da più di dieci anni. Lo guardava senza soffermarsi troppo sui dettagli, lasciandosi trascinare dalla storia.
Quelli che vogliono fare gli investigatori e risolvere il caso insieme al protagonista non li capisco, tanto valeva farlo di mestiere! Pensava aprendo meticolosamente delle arachidi.
Durante una pausa pubblicitaria diresse lo sguardo verso la grande vetrata del salotto. Dietro la tenda vide un movimento opposto al precedente.
Sono stanca, meglio smetterla di passere le ore piccole davanti a questo affare ingombrante.
Eppure, rimase al suo posto, con la calda coperta che le copriva il bacino e le gambe e una scodellina piena di bucce d’arachidi. Sgranocchiava, cambiava posizione alle gambe indolenzite, faceva zapping nei momenti vuoti della trama, quelli in cui la sciocca vittima di turno si attardava in una situazione di chiaro pericolo.
Idiota, è palese che stia per succedere qualcosa. Guarda quel taglio di luce che proviene da un lampione scassato, il vicolo è nella penombra, sei da sola ed è notte fonda. Non fermarti, idiota. Sono le sciocche come te quelle che vengono prese.
Quel pensiero le attraversò la mente come un cavallo scheletrico al galoppo. Storse le labbra. Ebbe la tentazione di afferrare una sigaretta e di stropicciarla fino a sporcare tutto il divano.
Puntualmente la comparsa sullo schermo si fermò e l’assassino, invisibile allo spettatore per una sapiente scelta registica, gli balzò alle spalle afferrandola.
Una punta di disagio si impadronì della spettatrice, checché ne dicesse non era mai a suo agio quando assisteva a scene simili. Certo, stava succedendo altrove, in un mondo di fantasia, e quelle non erano persone vere, bensì attori. Ciononostante, sotto sotto, nel profondo, veniva colta in fallo da una sottile inquietudine. Non era mai piacevole passare una notte così, da sola, sul divano a mangiare schifezze e facendo le ore sempre più minuscole. Perché era sola, dopotutto?
Sì, si sarebbe dovuta alzare. Doveva andare in camera da letto, spogliarsi e infilarsi sotto le coperte. Cacciò via dal divano alcune briciole superstiti quando il campanello suonò. Trillò nel silenzio facendole aumentare il numero dei battiti.
Me lo sarò immaginato, maledetta suscettibilità. Sono stanca, domani ho mille impegni, devo andare…
Il suono limpido del citofono si propagò nuovamente nella quiete notturna. Uno scoppiettio di qualche secondo, massimo tre. Rimase così, sospeso, a metà strada.
Lei guardò istintivamente la tenda.
Dietro, una sagoma indistinta sembrava fare avanti e indietro, avanti e indietro.
Questo deve essere un incubo, mi devo svegliare.
Per dimostrare a sé stessa di non essere più una bambina indifesa, si diresse con decisione, le mani tremanti, verso la vetrata. Fece un respiro profondo, drizzò le spalle e scostò la tenda color mostarda.
Non riuscì a impedire che un grido le scappasse dal petto e dalla gola. Quella vista l’avrebbe accompagnata per sempre, donando nuove tinte oscure ai suoi incubi. Perché là, adesso illuminato dal fanale di un auto accostata in mezzo alla strada, c’era…

Taglia.

«Che ne dici di andare a prendere qualcosa dopo scuola?»
«Qualcosa tipo? Non abbiamo tutto questo tempo.»
«Qualcosa come qualsiasi cosa! Ai compiti ci penseremo più tardi.»
«Questo lo dici tu, ma lo sai che io non ho tutta questa libertà. E poi, di sicuro, vuoi andare a gironzolare in quel negozio di bigiotteria solo perché ti piace la commessa. Avrà quattro anni più di noi!»
«Quattro anni cosa vuoi che siano?» Rispose dopo un po’, incapace di cambiare argomento.
«Quattro anni sono tutto. Quelli che hanno quattro anni in meno di noi li chiamiamo bambini! Secondo te come ti vede lei? Dimmi, secondo te, come ti vede?»
«Ehi, ehi, calmo. Perché te la prendi tanto?»
L’altro si fermò. Guardò le sue mani sudate, incollate alle bretelle dello zaino. I suoi piedi, calzati in scarpe anonime che non gli interessavano. Il ciuffo, costantemente in rivolta, gli copriva un occhio. L’orologio al polso ticchettava e ticchettava. Passò le dita incerte sul profilo leggermente bombato della sua pancia. Poi, portò la punta dell’indice sul dorso del naso.
«Già, perché me la prendo tanto?»

Taglia.

Il colpo attraversò la carne. La pallottola, in un battito di ciglia, uscì con la stessa velocità con la quale era entrata nel corpo. Corpo che, pesantemente, cadde al suolo con un suono innaturale, sbagliato. Ecco il suo involucro, il suo stramaledetto contenitore. La parte schizofrenica, se avesse potuto, si sarebbe messa le mani nei capelli e avrebbe strappato il cuoio capelluto con tutte le forze. La sua ancora, il suo appiglio, era riversa a terra come un sacco abbandonato.
«Sei più forte di così!» Disse la parte schizofrenica a nessuno in particolare. Non sapeva di essere in procinto di sparire «In piedi!»
Allarmati da quel rumore pesante, due ragazzi delle superiori che si trovavano al di là della parete sobbalzarono. Fecero capolino dalla porta del magazzino. A uno dei due cadde una busta contenente ninnoli, action figure e fumetti. Prima ancora di dar voce alla paura che attanagliava loro le viscere, vennero congelati dal terrore. Era quella un’emozione indescrivibile che pensavano di aver già provato, sbagliando. L’uomo a terra, contorcendosi, aveva formato un cerchio. La figura che sopra di esso si ergeva impartì loro una lezione di orrore.
La macchia rossa prese ad allargarsi sotto il corpo ora inerte della vittima. L’assalitore voltò le spalle all’entrata e il silenzio venne rotto da un singhiozzo. Singolo, patetico, forte da spaccare una montagna.
«Solo un’idiota si caccerebbe in una simile situazione, non è vero?»
I ragazzi notarono solo in quel momento i lunghi capelli curati della donna di fronte a loro. La luce al neon appesa al soffitto, lunga e sottile come una spada, donava una profondità impossibile alla stanza.
«Solo una sciocca si metterebbe nei guai così.»
La donna digrignò i denti al punto da mordersi la lingua.
Rimasero così per un tempo indefinito. Poi, semplicemente, chiusero gli occhi.
E non videro il successivo, scontato, taglio di luce al neon.

…e cuci.

Dettagli

Photo by Immo Wegmann
L’articolo, modificato e integrato, era già apparso con il nome di La Guerra degli incipit, nel lontano 30/04/2022. Al tempo aveva totalizzato ben 2 visualizzazioni!

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