La narrativa di genere, specie la buona narrativa di genere, consente agli scrittori di esplorare dei temi e dei tropi – anche comuni – da prospettive diverse e, nei casi più fortunati, inaudite. Questo perché, se è vero che gli archetipi narrativi sono già stati tutti impiegati fin dai tempi della grecità classica, non bisogna dimenticare che avere a disposizione gli stessi ingredienti e le stesse ricette non porta necessariamente alla cottura di una stessa pietanza. I palati ne sanno qualcosa, anche i più rozzi e meno educati.
Come incasellare una critica profonda al razzismo, una rivisitazione cristologica moderna e un’indagine giudiziaria al contempo? E, soprattutto, come ottenere un risultato degno di popolare la vasta fantasia umana, senza scadere nella bieca retorica e nel populismo più sfacciato e scontato? Forse, attraverso le care vecchie tavole illustrate, rigorosamente in bianco e nero, di un vecchio numero dell’indagatore dell’occulto più famoso d’Italia e del suo quinto senso e mezzo.
Cattivi pensieri è una delle tantissime storie scritte da Tiziano Sclavi per il suo personaggio di punta, Dylan Dog. In un’Inghilterra a metà tra il realismo e il gotico soprannaturale, Dylan, durante una notte particolarmente sfortunata, si ritrova a essere tamponato e sbalestrato fuori strada, derubato all’interno di una cabina telefonica e, infine, privato dei vestiti e di una parvenza di dignità eroica. Solo, vestito di stracci puzzolenti e impossibilitato a chiedere aiuto, si trova costretto a tornare a casa a piedi. Qui, sprovvisto delle chiavi, tenta di forzare una finestra per introdursi in casa. Sennonché un vicino, che non sembra nutrire nei confronti del protagonista una predilezione speciale, lo scambia per un comune svaligiatore d’interni e allerta le forze dell’ordine, non prima di averle ricoperte di insulti ai danni di presunti extracomunitari evocati di sana pianta dalla sua retrograda mente annebbiata.
La polizia sopraggiunge in un lampo e Dylan Dog viene arrestato e gettato in una cella assieme ad alcuni criminali: un rapinatore, un assassino e un presunto omicida. Qui, per far valere il luccichio del distintivo, le guardie carcerarie si distinguono in prodi azioni quali picchiare e pestare i detenuti prima ancora che abbiano sostenuto un processo giusto e previsto dalla legge. Lo stesso protagonista finisce vittima del pestaggio, tanto che sarà proprio l’intervento del medico legale a ristabilire i ruoli all’interno della storia. Dylan viene scagionato prontamente e gli altri compagni di cella proseguono l’iter giudiziario che spetta loro. Tuttavia, il presunto omicida, un uomo di colore dalla notevole stazza e i riflessi piuttosto rallentati, rimane impresso nella mente dell’investigatore grazie al suo modo di fare pacifico e bovino.
Mentre le indagini relative alla notte sfortunata di Dylan proseguono, si viene a conoscenza di un evento singolare: l’assassino della cella, dopo essere stato pestato e dopo aver avuto un breve scambio con Forrest, l’uomo di colore che ha attirato l’attenzione su di sé, ha cambiato completamente atteggiamento. È diventato un individuo tranquillo, sereno e studioso. Un esempio positivo per coloro che lo circondano, sorpresi di un mutamento tanto rapido e radicale.
A questo punto, languendo le notizie sulla notte sfortunata, entra in gioco una giovane avvocatessa di belle speranze alla quale è stato affidato il compito di difendere Forrest in tribunale. Dylan, ancora legato alle vicende dell’uomo, decide di interessarsi al processo e di aiutarla a dimostrare l’innocenza del cliente. Con pazienza, viene a galla una verità che di sconcertante non ha niente: benché Forrest non lotti per dimostrare la sua estraneità ai fatti, l’opinione pubblica, rappresentata dalla pubblica accusa, dalla giuria e dal giudice, è schierata contro di lui per il semplice fatto di essere nero. Anzi, una testimone oculare si appella contraddittoriamente al fatto che fa parte di una “razza” di persone tutte uguali, tendenti alla criminalità e al sopruso, senza accorgersi di dimostrare, con le sue stesse parole, di non essere in grado di riconoscere nell’accusato l’omicida della vittima in questione.
La vicenda giudiziaria, oltre a mettere in scena e a ridicolizzare l’infondatezza di certi pregiudizi, fa da sfondo a una dinamica ben più complessa. Perché, tra colpi di martelletto e diverbi in aula, chi non sembra sfiorato dagli eventi è proprio colui al centro dell’occhio del ciclone. Benché sia suo il destino nelle mani dei gladiatori nel foro della giustizia, egli attende, ancora una volta in modo piuttosto passivo, di ricevere il verdetto, qualunque esso sia.
Dopo alterne vicende, Forrest viene dichiarato innocente, ma non prima di sostenere un colloquio privato con Dylan, ormai convinto che l’uomo abbia il potere di allontanare i cattivi pensieri dalla mente delle persone.
Oh, no… non ho nessun “potere”… oppure ce l’abbiamo tutti… non esistono poteri soprannaturali… c’è solo la mente delle persone… e il cuore… e a volte non vanno d’accordo.
Io, ogni tanto, quando mi viene, posso aiutare alcune persone a combattere i cattivi pensieri, a liberarsene… ma sono loro che lo fanno, non io… e poi non so neanche se è un bene… non so dove vanno i pensieri, quando volano via… forse invadono altre menti, forse fanno il giro del mondo e poi tornano indietro… niente si distrugge, purtroppo neanche il male… se avessi il potere che dici, prenderei tutto il male dentro di me, tutti i cattivi pensieri di tutti gli uomini… e poi me ne andrei per sempre…
«Chi sei?»
«Non lo so… non so neppure se sono qualcuno… forse non esisto neanche.»
Forrest, che dichiara apertamente di non conoscere la sua identità, è in grado di esorcizzare le paturnie, i rovelli e i pensieri intrusivi e negativi di coloro con cui entra in contatto. Perché ne sia in grado e come lo faccia sono misteri, tuttavia l’effetto è evidente al punto da non poterne dubitare.
Qui, però, si mostra la sapienza della penna dello sceneggiatore. A problematizzare questa facoltà che di malevolo pare non avere nulla, interviene un semplice pensiero: visto che nulla si crea e nulla si distrugge, compresa la malvagità, dove vanno a finire questi spettri esorcizzati? Dove i traumi di un passato macchiato di sangue, rimpianti e rinunce? È quindi davvero un bene liberare gli individui dai loro patemi più reconditi, senza anteporre una lucida riflessione su di essi e senza consentire al singolo di intraprendere un lungo percorso di autoanalisi, accettazione e raggiungimento di una nuova – e si spera migliore – consapevolezza?
Forrest, emissario docile del bene, non lo sa. Non possiede le risposte a questi interrogativi. Lui, che si farebbe carico di tutto il male esistente pur di evitare l’ingrato compito all’umanità, è altresì consapevole che quanto allontana in modo misterioso, dovrà tornare sotto un’altra forma, prima o poi. E, concludendo la parabola simil-messianica innescata fin dalle prime vignette, proprio quando stava per essere raggiunto dalla notizia del riconoscimento della sua innocenza, una delle guardie carcerarie che all’inizio aveva pestato Dylan, troverà il modo di introdursi nella cella di Forrest e di compiere la sua nefanda vendetta nutrita di cieco odio razzista.
E la storia, come spesso accade nella realtà, termina con le lacrime di chi ha sperato nel potere della verità e con un enigma impossibile da svelare.
Dettagli
Photo by Ye Jinghan
Tutte le citazioni sono tratte da Dylan Dog, Cattivi pensieri in Verso un mondo lontano, T. Sclavi, Mondadori, 2005, Milano.





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