Un tempo esisteva una netta distinzione tra la vita cittadina e la vita al di fuori delle giungle di asfalto e cemento. Già gli antichi romani distinguevano l’urbanitas, ossia la raffinatezza e il buon gusto dei cittadini dell’Urbe, dalla rusticitas, ossia i modi di fare spesso rozzi e alla buona degli abitanti delle campagne. Qualcuno potrebbe interrompere la lettura e domandarsi: la città ha sempre vinto, la città è sempre stata l’obiettivo da raggiungere, lo stile di vita al quale uniformarsi per potersi dire “ce l’ho fatta?”
A una lettura superficiale della storia delle civiltà umane si potrebbe dire di sì. Eppure, quegli stessi romani, che di edilizia urbana e di cavilli tecnici da giuristi se ne intendevano assai, non condannavano del tutto la rusticitas. Alcuni, anzi, la elogiavano per la sua mancanza di artificiosità. Per il suo schietto, verace e potente desiderio vitalistico. Come a ricordare che la semplicità non è ontologicamente, pardonne, intrinsecamente peggiore della complessità.
In verità, zii miei, se andate ad Accra e qualcuno vi dice che il miglior posto dove possiate capitare è il Circle, ebbene, non si sbaglia, ma… mmm… io stesso non so come descriverlo…
«Tutti questi esseri che vanno di qua e di là sono umani? Gli uomini, tutte quelle macchine le hanno comprate…?»
Tra un bicchiere e l’altro è un racconto breve dell’autrice ghanese Ama Ata Aidoo, d’etnia fanti, al cui centro si trova la vicenda di un giovane uomo alla ricerca della sorella ormai allontanatasi dal villaggio natale da circa dodici anni, Mansa. Il titolo è tratto da un’usanza della stessa etnia fanti, quella di raccontare oralmente le storie e di affrontare i grandi temi della vita e le riflessioni sulle proprie esperienze personali, al cospetto dei propri cari o del proprio pubblico, mentre si sorseggia una bevanda, spesso alcolica.
Il narratore interno racconta utilizzando le tecniche della tradizione orale il suo incontro-scontro con la città di Accra e il suo allontanamento dal villaggio. Fin dalle prime battute è palese che qualcosa lo turba da vicino e che gli elementi che nomina strada facendo servono sia a far immedesimare l’ascoltatore/lettore, sia a prendere tempo, a tergiversare, prima di vuotare il sacco sull’esito della sua ricerca.
Il giovane non può che dirsi colpito e sorpreso dalla città: ci sono macchine ovunque, edifici alti, in cemento, in alcune strade è prevista l’illuminazione pubblica, bar e locali si offrono al viandante a ogni scorcio e il ritmo degli abitanti pare forsennato, velocizzato come dalla foga imprecisa di finire la giornata. Solo per, tra l’altro, iniziarne un’altra eguale.
Gli eccessi del progresso sono affascinanti, simili alle sirene della mitologia classica. Ricordano all’essere umano quanta strada sia riuscito a fare dacché era una scimmia al pari di tante altre. Ciononostante, il progresso, l’avanzamento della civiltà e l’influenza dei valori occidentali rendono la città un luogo senza confini precisi. Un luogo che non appartiene al territorio che occupa, una sorta di macchia, sì bella, sì eccezionale, ma che si intuisce non possa essere cancellata con il buon vecchio olio di gomito. Il narratore-viaggiatore, dal momento in cui ha messo piede in quella landa di grigio e di luce, ha attraversato una soglia che lo ha proiettato a secoli di distanza da sé stesso e dalle aspettative e speranze del suo orizzonte mentale.
«Sarebbe stato un delitto venire in questa città e non uscire il sabato sera». Mi fece notare che, dove saremmo andati, ben pochi, se non addirittura nessuno, avrebbero indossato il drappo, e quindi non dovevo preoccuparmi. Versami da bere, che la mia gola è molto secca, zio…
Quando fummo in strada, non potevo credere ai miei occhi. Tutto era chiaro come il cielo. Alcune di quelle luci erano davvero molto belle. Tutti dovrebbero vederle… e ce n’erano così tante! «Chi paga per tutte queste luci?» mi chiesi. Non potevo dirlo ad alta voce, per paura che Duayaw ridesse.
Egli è un visitatore atipico della città. Non è un turista, non è in cerca di un’occupazione e non vuole sostare ad Accra. Indossa un semplice drappo, la veste tradizionale del villaggio, ed è all’oscuro delle convenzioni che caratterizzano la vita urbana. Il suo appoggio è un uomo di nome Duayaw, un vecchio compagno di scuola di Mansa, il quale ride bonariamente della sua ignoranza e del suo sconcerto. Lo stesso proposito del giovane appare fuori da ogni logica. Come si può cercare una singola ragazza in un insediamento che ospita centinaia di migliaia di abitanti? Soprattutto, come condurre la ricerca senza avere altre informazioni che il ricordo di una preadolescente strappata precocemente al suo contesto pur di darle l’occasione di migliorare la propria condizione economica e sociale?
Il giovane, ovviamente, trasecola quando la rigida e analitica logica cittadina lo scuote e raggiunge. Egli, fondamentalmente, crede nella concatenazione dei fatti, nel semplice accostarsi di possibile e impossibile. Un compito si può fallire e portare a termine perché così vanno le cose e non perché un sistema di ordini e categorie ne ha decretato dall’alto l’inconsistenza.
Quanto scoramento entra nelle sue vene al sopraggiungere della notte. Nel periodo prediletto dagli spiriti si predispone a sopravvivere con i suoi dubbi e timori. Tuttavia, è sabato sera. In città, ciò vuol dire che bisogna uscire, andare a divertirsi, bere qualcosa e far tardi mentre il tempo scorre sui corpi come miele. Lascia, quindi, che la sua guida lo porti in un locale, il Circle, nel quale viene investito da una musica mai sentita prima, che pare promanare dalle pareti e capace di generare terremoti per quanto è intensa. In più, uomini e donne, ragazzi e ragazze, si mescolano tra loro sfiorandosi, colpendosi, frustandosi con i capelli. Quel tipo di promiscuità lo trasforma in un ingenuo e pudico spettatore, tanto è poco abituato a concepire i corpi come materia che può toccarsi.
Decide, infine, di stare al gioco. Beve quanto gli offrono e consigliano. Cerca di far suo il ritmo della musica. Quando Duayaw gli indica un tavolo al quale sono sedute delle ragazze giovani e belle, lui percepisce un rimescolio delle viscere. Sono lì, sorridono agli avventori, quindi anche a lui, si mostrano e offrono per un drink, una sigaretta, forse anche solo per una parola gentile e diversa dal solito. Balla con una di loro, quasi in trance. Non sa muovere i piedi, infatti pesta quelli della compagna. Non conosce le coreografie della modernità, né tantomeno può fare affidamento al sapere innato dei suoi muscoli. Tuttavia, balla. Perché la città è anche questo: rullo compressore che attira e schiaccia nell’abitudine. Senonché, la seconda ragazza che gli si avvicina…
«Giovane donna, è questo il lavoro che fai?» le chiesi.
«Giovane uomo, che lavoro intendi?» chiese a sua volta.
«Non lo sai?» domandai ancora.
«E chi sei tu per farmi una domanda simile? Chi sei tu, dico io? Lascia che ti dica che qualsiasi lavoro è lavoro. Tu che vieni dal villaggio, tu che vieni, chi sei tu?» strillò.
… è la sorella, che riconosce a stento tra le luci stroboscopiche e sotto il trucco di un’adulta. Il loro incontro è surreale perché ambientato dove non c’è spazio per il raccoglimento, il silenzio e la magia della riunione. Il giovane si preoccupa di quanto vede, nell’ordine del suo mondo Mansa è una prostituta, una donna di malaffare, un essere che ha perduto sé stesso concedendosi a tutto e tutti. Eppure, per lei è il fratellino a essere un’aberrazione, un reietto fuori posto, un paria e fuoricasta che non parla la lingua dei dominatori, che non intende il linguaggio del progresso e della fiducia in un futuro migliore e diverso. Tra loro solo un filo comune si tende, quello del lavoro. Il dio dei nuovi tempi è il denaro e il denaro è ciò che porta al benessere, fisico quanto mentale. E se il fine è la ricchezza, il mezzo è il sacrificio di immolarsi sull’altare del mercato. Se tanto di sacrificio si sta parlando, cosa cambia se avviene in un modo o in un altro?
Qualsiasi tipo di lavoro è lavoro… Questo mi disse Mansa, con una bocca che sembrava un grumo di sangue. Qualsiasi tipo di lavoro è lavoro… quindi non piangete. Verrà a casa per Natale.
Fratello mio, versami ancora da bere. Qualsiasi forma di lavoro è lavoro… è lavoro… è lavoro!
Dettagli
Photo by Camille Brodard
Citazioni tratte da Tra un bicchiere e l’altro in Tra un bicchiere e l’altro; Racconti africani, a cura di Cristiana Pugliese, Terra Nuova, Roma, 1989.
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