A volte, scrivere vuol dire scendere a patti con la consapevolezza che si sta per lanciare l’ennesima cartaccia creativa contro lo spigolo esterno di un cestino stracolmo di aeroplanini colorati, penne smangiucchiate e rosicchiate e qualche rifiuto che sarebbe dovuto andare nel secchio dell’umido. A volte, forse addirittura spesso, la scrittura si traduce nella pungente impressione di volgere all’esterno un piccolo pensiero che doveva rimanere ben circoscritto all’interno del proprio cervello. Tuttavia, ignorare quell’impulso, quello stimolo, non sempre è facile, figurarsi se è sempre possibile. Capita che ci si trovi nelle condizioni di contribuire all’inquinamento mediatico che ci sovrasta e pilota, a quel tipo di carosello impazzito che offre più prodotti di quanti se ne possano consumare in una vita intera.
Ciononostante, l’alternativa è il silenzio. Il silenzio e un piccolo pensiero capace di detonare nell’altrettanto piccola scatola cranica che ci è stata consegnata in dotazione dalla natura.
C’è qualcosa di indescrivibilmente triste negli scrittori soli nel loro studio. Presto o tardi viene un momento nella loro vita in cui cominciano a dubitare di quel che fanno. Sarebbe forse strano, del resto, se non fosse così. Quanto più a lungo si vive, tanto più la realtà si fa incalzante, e al tempo stesso meno interessante, perché ce n’è già troppa. Davvero c’è bisogno di aggiungervi ancora qualcosa?
Il canto dell’essere e dell’apparire è un’opera dello scrittore olandese Cees Nooteboom, più volte nominato come candidato papabile per vincere il Nobel per la letteratura. A conti fatti c’è chi lo definirebbe un racconto lungo e chi un romanzo breve, ma non è il caso di andarsi a impelagare in questioni da asfittica critica letteraria. Per lanciare un semplice sassolino si potrebbe affermare che, data la presenza di più punti di vista o prospettive, una certa polifonia scaturisce dalle pagine del libro e quindi, lungi dall’essere il racconto di una singola vicenda, la storia descrive, seppur in uno spazio limitato, un mondo conchiuso degno di ricadere sotto l’appellativo di romanzo. Ma tant’è.
Il protagonista è uno scrittore alle prese con il suo mestiere, ossia… la scrittura. Egli, che in passato deve aver pubblicato un’opera importante molto discussa e apprezzata dalla critica, si ritrova nella condizione di chi non ha modo – o voglia – di replicare quel successo inatteso. Tuttavia, dopo molto tempo, riesce ad abbozzare un racconto ambientato nella Bulgaria di fine Ottocento che ha per protagonisti tre personaggi: un soldato, il suo medico e la moglie del dottore. Fin qui, tutto normale. O meglio, la situazione è apparentemente stabile, senonché le due storie – quella dello scrittore e quella del soldato bulgaro – hanno lo stesso screen time, per usare un termine cinematografico. Ciò vuol dire che il narratore interno non ci racconta per sommi capi gli avvenimenti della storia che sta provando a scrivere, bensì ce la ritroviamo sulle pagine in quanto capitoli di un’opera nell’opera, perfettamente integrali e integrati.
Lo scrittore è il creatore del soldato, ne può stabilire le mosse, i pensieri e l’evoluzione, tuttavia si ha l’impressione che i due si influenzino vicendevolmente, come se la realtà del primo stesse sullo stesso piano di quella del secondo. In più, ad aggravare i rovelli del protagonista, si aggiunge la voce cinica e pragmatica di un secondo scrittore che lo interpella di continuo sulla sua attività, prima di pontificare sul mestiere di scrivere come fosse il detentore della chiave della verità. Il lettore, quindi, si trova costantemente sotto tre fuochi diversi che gli ricordano di avere di fronte il ben collaudato gioco delle scatole cinesi.
«Continuo a non capire perché tu sia sempre pronto a immergerti fino al collo in qualsiasi stupida teoria ma non normalissimamente a raccontare una semplice storia.»
[…]
I lettori puoi metterli in fuga in due modi. Uno: con la mancanza di tecnica del mestiere. Due: non facendo che annoiarli con la tecnica in quanto tale.
Cosa succede quando i personaggi iniziano a prendere vita sulla carta e si ha l’impressione di doverne controllare i passi come si farebbe con un bambino piccolo? Il primo scrittore accompagna il lettore nella sua mente per dimostrargli cosa significhi scrivere una storia, cioè dare corpo a un illusione, a una sfida mentale tra adulti consenzienti. Eppure, per un essere umano del ventesimo secolo, è più che noto che di racconti ne siano stati scritti e recitati fin troppi, anzi, questo nostro amico potrebbe chiedersi, non a torto, è davvero necessario produrne di altre? Non ne siamo sazi?
Apparentemente no, testimoniano i capitoli del soldato bulgaro che si snodano in quella che diventa una bizzarra, decadente quanto singolare, storia d’amore. Tra l’altro, perché non limitarsi alla descrizione dei fatti, sì, all’enumerazione di eventi, parole e qualche sentimento gettato qua e là con il tocco sapiente dello chef che utilizza le spezie più azzeccate? Perché, se si sta creando dal nulla una vicenda, non la si vuole davvero rendere solo credibile e verosimile, ma si anela, si spera, si desidera che abbia la capacità di rimanere impressa, di colpire il destinatario e di stagliarsi nitida e vittoriosa sull’indistinto resto. Quindi no, non si può semplicemente raccontare la storia di un soldato che si innamora per la prima volta di qualcosa che non sia la sua patria nella Bulgaria di fine Ottocento.
Tu non hai dubbi sulla realtà dei tuoi personaggi, li hai sulla tua realtà. Se puoi inventarti qualcuno, allora qualcuno può essersi inventato te.
La vicenda bulgara prosegue, si tende, i suoi personaggi si muovono nel loro contesto spostando oggetti, cuori e aspirazioni. La vicenda dello scrittore, al contrario, stagna nelle conversazioni sottili con il suo collega il quale, il più delle volte, ottiene l’effetto di irritarlo e non di fargli compagnia. L’altro, affermato, di gran successo, capace di partorire storie con la felice facilità di un ratto, può giustamente sentirsi sicuro del suo, pertanto non può che dispensare consigli non richiesti all’amico in apparente difficoltà.
Il primo scrittore lo è davvero, in acque difficili. Questo perché pur di trovare le parole giuste per terminare il suo racconto, si trova costretto a imitare le azioni che egli stesso ha inventato per i suoi personaggi. Ebbene, ha scritto che il soldato, il dottore e la donna viaggiano verso Roma per una vacanza? Ecco, deve fare altrettanto. Egli, reale, deve inseguire la sua stessa creazione, fittizia, per dare gli ultimi colpi di ricamo a un vestito che ha sempre avuto tra le mani. Senonché, il lettore accorto potrebbe domandarsi: il primo scrittore non è in effetti un personaggio del libro di Nooteboom che sto leggendo adesso, seduto sul divano mentre il sole maledetto tramonta quasi alle tre del pomeriggio?
Quello che voglio dire è questo: per quel tipo di intellettualissimi esercizi devi avere un grande talento, e tu non ce l’hai. Io nemmeno, ma lo so. Tu invece non sai neanche questo, ed è un errore. Laggiù vicino a Pessoa si sente dolore, e lassù vicino a Borges fa freddo. Molto, molto freddo.
Lo scrittore, la storia del soldato, saprebbe come finirla. A Roma, nel luogo in cui ha lasciato in sospeso i personaggi, è pronto a dar loro il colpo di grazia, è deciso a vergare il finale. Eppure, quelle pagine che ha macchiato con sé stesso – l’inchiostro di uno scrittore è la sua anima di carbone – adesso, sul tavolino di un albergo, gli appaiono estranee, aliene. E vede loro, i personaggi, appesi a un filo, quello stesso filo che ha sempre avuto tra le mani. È orrore quel che prova, disperazione? Folle è la richiesta del secondo scrittore di pubblicare questo racconto dell’amico per aiutarlo a tornare sulla cresta dell’onda?
Forse sì, forse no, ma sono i fatti a parlare. Egli, in una stanza anonima, brucia il manoscritto che tanto lo ha fatto penare. Nello stesso momento, nella Bulgaria di fine Ottocento, tre individui, contemporaneamente, muoiono arsi dall’interno da una passionedolore dall’intensità fuori scala.
Le grandi storie sono scritte dalle grandi menti per tutta la popolazione. A volte, però, ci si culla nella possibilità di fregarsene altamente e di dar voce a un piccolo pensiero, benché timido e peregrino.
Il Primo dirà al Secondo: perdonami, ho mentito, la storia di cui ti ho parlato a lungo, be’, non l’ho mai scritta davvero.
Dettagli
Photo by Randy Jacob
Tutte le citazioni sono tratte da Il canto dell’essere e dell’apparire; C. Nooteboom; Iperborea; Milano, 2024.
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