Senza eroi alla ribalta, lo spettatore moderno attende che inizi la pubblicità sugli schermi. Piccoli, medi o grandi che siano. La grandezza d’animo – la magnanimità, magnus animus – pare relegata a specifiche pagine di storia che parlano di epoche lontane oppure di quelli che, con i criteri dell’oggi, verrebbero definiti criminali di guerra e insensibili carnefici. Là dove si annaspa alla ricerca di un esempio da seguire, là dove, quindi, si beve avidamente quella nobiltà d’intenti che continua a sopravvivere nelle baraccopoli del Terzo Mondo, nei campi profughi ai confini dell’Occidente e non solo e in balia delle onde di un mare inclemente, si cercano alternative per vestirsi di giallo, verde e arancione quando l’altoparlante della piazza ordina di indossare un grigio stinto e rarefatto.
Senza eroi, funamboli e spregiudicati idealisti ci si abitua all’illusione che i tempi non consentano più di esprimere quella bizzarria congenita all’essere umano che lo porta ad amare quel che è proibito o distante, a rifiutare quanto è vicino e a portata di mano e, spesso, a lambiccarsi il cervello per inventare un mondo di fantasia quando ne possiede uno già bello e confezionato che abita quotidianamente.

E Rossana?… La prima parola che mi viene alle labbra o sulla penna è «tangente»: una linea che, venuta di lontano, avesse toccato questo cerchio chiuso in un sol punto, per un solo attimo, e fosse fuggita via per i secoli dei secoli. Sarà buffo paragonare una donna a una tangente, ma tant’è.

Si può vivere in funzione di un momento, inseguendo una sensazione giunta per caso, così, in modo volatile e imprevisto? Ci si può innamorare a prima vista di una ragazza il cui pregio è quello di spostarsi una ciocca di capelli dietro l’orecchio mentre batte sul registratore di cassa uno scontrino come tanti, infiniti, altri? Si può stravolgere una vita intera, fatta di secondi ruzzolati sopra minuti scaraventatisi sulle ore, perché un desiderio peregrino, figlio dell’ora-ora-ora!, ha deciso di far scintillare tutte le viscere come non accadeva da tempo immemore?
Una mente razionale potrebbe chiedersi: c’è una morale nel desiderio? La risposta potrebbe giungere sottoforma di versi sibillini quanto arcaici. La morale è già sovrastruttura, il desiderio è istintuale, immediato, irrequieto. La morale è l’ancora gettata tra le onde per non navigare a vista e studiare la rotta nei minimi dettagli; il desiderio è la forza della corrente che può essere assecondata oppure ostacolata.
Forse, a esser sinceri, una morale nel desiderio può anche ritrovarsi, un po’ come nelle ostriche si scovano le perle, ma quel che importa è altro: quell’impulso, quel segnale, quel messaggio dall’altrove è giunto. Quel pensiero ha attivato neuroni e muscoli, ha rimescolato viscere. Ciò vuol dire che, in qualche modo, bisogna farci i conti. Non può essere ignorato, né tantomeno depositato in un armadio sottoforma di scheletro o spinto sotto al tappeto come polvere.
Una mente sensibile potrebbe qui intervenire e domandarsi: c’è un desiderio nella morale? Posso io, che ho tanto costruito per essere quel che sono ora, gettare tutto al vento per l’emozione di un istante, per la luce di un abbaglio? La risposta potrebbe qui venire depositata sulla sabbia di una spiaggia, disegnata a mo’ di zampette di uccelli marini. E se essere umani significasse, in fondo, non ritirarsi e caricare e quindi accettare il rischio di spaccarsi la testa pur di soddisfare quell’attesa, quell’aspettativa senza nome che ci spinge a ricercare un appagamento impossibile?
Verboso, concettoso, barocco!, grida la mente razionale.
Ingrato, maledetto, bohemien!, rincara la mente sensibile.

Per lui lo scherzo del vino del miracolo, chiamato col nome del famoso vino della sua terra [il verduzzo], era sì uno scherzo, ma conteneva il più lancinante dei suoi desideri, quello di assistere a qualcuno dei miracoli di Gesù. Per essere vissuto ai tempi del Taumaturgo di Nazareth avrebbe accettato di rinascere anche come asino, rana o serpente. Gli sarebbe bastato assistere al prodigio di Cana da una fessura di una roccia, o dal buio di una stalla, o dalla superficie di uno stagno, e poi sarebbe morto felice.

Se qui ci fosse un prete sui generis, come il Vogrig sgorloniano, appassionato della parola del Signore quanto del dibattito e dell’attivismo umanitario, scoccherebbe scintille dagli occhi alla vista del modo in cui l’homo sapiens conduce il suo corpo nel mondo attuale, tale e quale a quello di uno zombie. Un individuo che della rinuncia ha fatto un’arte tanto sofisticata ed elegante da riabilitare e inflazionare anche una malattia come la depressione. Da incipriare il narcisismo e farlo bello per il gran gala dell’ingresso in società. Ed è tutto un’esistenza di qua ed esistenza di là, consapevolezza di giù e di su, un lavorio continuo, uno scavo senza requie all’interno di quella materia plastica che nel cranio dà luogo a magie e colossali, idiote follie.
Perché quel mezzo diventato messaggio e poi silenzio – lo schermo piatto che appiattisce! – è il vuoto delle coscienze e la morte della diversità intesa come libertà di esprimersi nell’unica vita dataci in onerosa concessione.
Sfruttando il tono della predica apocalittica, quel pazzo don friulano sarebbe partito alla volta delle nuove frontiere – forse quelle spaziali? – per affermare nuovamente il potere non vittimistico di potersi imporre sugli eventi senza subirli come morbida argilla.

Ecco cos’è: la pioggia si è interrotta, l’aria è asciutta, eppure, solo una ventina di metri più là, dove il tunnel si spezza, l’acqua riprende come nulla fosse, schiantandosi a terra con violenza. […]
Allo scoccare dell’ultima parola, imboccano il tunnel e prendono la rincorsa. Il muro d’acqua è lì.
Ci si buttano dentro con foga, corrono e ridono.
Ridono di tutto ciò che non sanno e che li aspetta dall’altra parte.

Tanti, indefiniti, sentieri si aprono di fronte a chi ascolta le irragionevoli pulsazioni di un corpo vivo alimentato da un cuore in moto. Sentieri, non binari, perché vanno tracciati nella giungla, nella foresta equatoriale, a colpi di machete e non seguiti come marionette da strapazzo.
Se una giovane donna, fuggita da casa perché oscuramente repulsa dal proprio ambiente e dai propri ottimi genitori, si trova ad accompagnare con l’ombrello le persone nei giorni di pioggia, per mestiere, senza imbarazzi di sorta, perché questo è quel che le piace, quel che consuona con il suo maledetto spirito che non la desidera incastrata dietro una scrivania: ben venga. Che la sua infatuazione per un giovane pugile dalle doti comunicative misere la porti non dove vuole essere condotta, ma dove non sa di poter arrivare. Che il suo ombrello possa riparare la testa dei clienti più assurdi, di coloro che la vedono come una specie di casta e umile prostituta tanto quanto di quelli che durante la giornata hanno eretto imperi grazie al denaro sporco, salvato la vita di un gatto arrampicatosi su un albero oppure indovinato nel rumore del vento che, per qualche motivo insondabile, non sarebbero mai stati più felici di quando avevano ricevuto per sbaglio un’ordinazione errata in un ristorante.

Perché, forse, essere umani vuol dire anche farsi abbagliare e spaccarsi e fallire. A volte anche definitivamente.


Dettagli

Photo by Thomas Kinto
Tutte le citazioni sono tratte da
1) Tre racconti, T. Landolfi, Adelphi, 1998, Milano.
2) Il costruttore, C. Sgorlon, Mondadori, Torino, 1996.
3) Le parole della pioggia, L. Imai Messina, Einaudi, Torino, 2025.

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