Provo un fascino irresistibile per gli affabulatori.
Quelle persone capaci di trascinarti dentro le loro storie che a te piaccia o meno. In quei rari momenti è come se la menzogna si fondesse al sortilegio, per parafrasare la cara Morante, e la realtà venisse messa in pausa e lasciata a scorrere in background.
Io non sono un affabulatore, ma tendo a essere logorroico. Cioè, qualora non venga sapientemente istruito sul da farsi, sono capace di attaccare certi siluri degni di un sottomarino da guerra. La mia vita, del resto, si gioca nel regno delle parole e delle loro interazioni. Quanto di meglio ho da offrire – invero oggetti modesti, ma sempre capaci di far inciampare i disattenti – è animato dalle sillabe e dall’inchiostro, dalla fantasia e dal patto narrativo che consente a un lettore di far finta, sì, come i bambini, di trovarsi sul ponte di una nave, in una foresta pluviale o nel meteorite che schiantò buona parte dei dinosauri.
Ciò significa che quando mi chiedono di parlare a un pubblico teoricamente vastissimo, qualcosa in me freme e si divincola. No, non c’è la paura di fare una figura barbina, né tantomeno è l’ansia da palcoscenico a farla da padrona. Il mio unico obiettivo è quello di non tradire quanto ho già scritto in separata sede. Sarebbe tremendo gettare discredito su un libro, ad esempio, prima ancora che possa esser letto. Ma cosa vogliamo farci, come dicevo all’inizio non sono un affabulatore. Non saprei vendere una stufa agli eschimesi, figurarsi della letteratura alle persone indaffarate d’oggigiorno.
Tuttavia, colgo queste occasioni a metà tra il festante e il guardingo, pronto a tirar fuori la rivoltella per il duello fuori dal saloon, ma con un fazzoletto bianco ben annodato al collo e pronto per esser sventolato in segno di resa. Sono contraddittorio, troppo educato per essere un ribelle e troppo provocatorio per stare in silenzio. Ahinoi, che situazione singolare!
Offro con sarcasmo partecipatissimo l’intervista in cui ho avuto il piacere di mostrarmi questa settimana. Non ricordo quel che ho detto e ovviamente non ho riascoltato mezza parola dei miei discorsi sconclusionati. Ciononostante, non ho l’impressione di aver tradito Il vicolo delle carte e per questo non mi vergogno – ne avrei motivo? – di condividere per il pubblico ludibrio le mie ciance arzigogolate e il mio faccione che, a conti fatti, mi devo tenere e quindi non ha poi troppo senso denigrare.
Ta-da! Una presentazione indegna di questo nome!
Per vedere o ascoltare l’intervista basta cliccare su questo link: Intervista.
Dettagli
Photo by Michal Czyz
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