I.

Non ha l’ombrello con sé.
Il cielo rovescia secchiate d’acqua che si accumulano in tante minuscole correnti che costeggiano i marciapiedi. Fino a poco prima era sereno, limpido, tanto che le nuvole bianche lo punteggiavano in modo quasi irreale. L’uomo viene bagnato da una prima goccia che gli tocca la nuca, scende lungo il collo, attraversa la schiena e va ad asciugarsi sulla maglietta. Dopo la prima ne seguono altre, ma non dà l’idea di farci caso.
Il semaforo, nascosto dal fitto temporale, brilla di rosso. Sempre più persone si radunano all’incrocio, sempre più persone si lasciano colpire dall’acqua.
«Chi l’avrebbe detto? Già, chi l’avrebbe detto?», una donna con una busta della spesa in mano sorride guardando un piccione che si ripara sotto il tetto di plastica di una fermata degli autobus. «C’era il sole, poco fa. C’era il sole, non è vero?»
L’uomo resta in ascolto, tende l’orecchio. Un lampo colora di bianco le nuvole grigie, perché di nero non si può parlare, e il tuono che lo segue fa tremare le vetrine della pasticceria dell’angolo.
«Sì, signora. C’era il sole. Mi pare ci fosse il sole.»
La donna si è allontanata. Ha posato la busta nello scompartimento posteriore di un passeggino e ha voltato le spalle all’incrocio. In quel momento, il semaforo sposta il suo occhio luminoso più in basso ed è verde ora la pozzanghera che si allarga sotto i piedi dei passanti.
L’uomo non sospira, né tenta di coprirsi la testa. È fradicio al pari degli altri e perciò inizia a fischiettare, attirando lo sguardo incuriosito di chi gli sta al fianco. Le sopracciglia di uno dei tanti sconosciuti che lo avevano ignorato fino a quel momento, adesso, sembrano metterlo a fuoco per la prima volta. Quando lui è nel campo visivo si muovono, ondeggiano, si spezzano e riformano cambiando l’espressione del volto che le possiede. Le labbra, però, sono immobili. È quindi difficile stabilire quel che si muove all’interno della bocca. Lui continua a fischiettare, meglio fischiettare che tacere e farsi sovrastare dal rumore della pioggia.
Prosegue a camminare. Aggiunge a un passo il successivo, a un metro il seguente. Sotto un pergolato fatiscente, di plastica e lamiera, un gruppo adolescenti si tocca le spalle, si scuote e si ride in faccia, sul naso, schiumando vitalità. Lì, decide di fermarsi lì. Di attendere che la tempesta si allontani. Mette le mani in tasca, si allunga sull’unica sedia disponibile e sente il classico rumore di un tessuto che si sgonfia e distende quando viene premuto, da bagnato, sopra una superficie solida. Il suo corpo, i suoi vestiti? Ma cosa importa?
«Carlo?», chiede una voce di donna che proviene dal gruppo di adolescenti.
«Sono io.» risponde l’uomo, le cui guance si imporporano.
«Scusa, scusa.» La donna, ora vicina, schiude le labbra, batte i denti e ride. «Scusa, scusa. Ma che risposta ridicola. Scusa. Ciao, Carlo.»
Carlo si sprimaccia i pantaloni, si gratta la fronte corrugata con il pollice.
«Ciao Nancy. Quanto tempo.»
«Non mi chiedi come sto?»
«Sai che non mi era venuto in mente? Non scherzo.»
«Così come non ti era venuto in mente di prendere un ombrello? Piove da due giorni, mi pare.»
«Non me ne ero accorto.»
«Che vuol dire? Che vuol dire che non te ne eri accorto?» Ripete le parole e ripropone la risata. Ride come se mangiasse, sgranocchiasse delle noci. «Dove stai andando? Magari facciamo un tratto di strada insieme. Come ai vecchi tempi!»
«Ma ai vecchi tempi non mi chiamavi Carlo. Chiamami come allora e potrei accettare.»
Non passa un’ombra sul volto di Nancy. Si scosta la sciarpa con due dita, sistema il cappello e si guarda la punta dei piedi. Infine, si picchietta la tempia con fare divertito.
«Olrac! Al contrario, ho buona memoria. Quindi, che ne dici? Dove stavi andando?»
«Ti sembrerà ridicolo, ma non lo ricordo.»
«Ridicolo? Ormai è esasperante!»
Carlo si stringe nelle spalle. La pioggia si rovescia imperterrita. Riprende a fischiettare.

II.

«Ti avevo o non ti avevo promesso che avremmo viaggiato insieme?»
«Ma come te ne esci? Me lo avrai detto dieci, quindici anni fa. Andavamo ancora al liceo.»
Nancy storce la bocca in una smorfia infantile. Batte i piedi sull’asfalto sprizzando zampilli.
«In barca, avevo detto. O no? Lo avevo detto?»
«Lo avevi detto. Ne dicevi tante di cose. Davvero tante. Le hai più fatte alcune delle cose che dicevi?»
«Sai come vanno le cose. Come va la vita quando succede. Si dice molto e si fa quel che si può. Tu, sì, tu ne dicevi meno, ma scommetto che non per questo ne hai ottenute di più.»
Carlo rallenta il passo. Si ferma sotto l’insegna di una farmacia. La vetrina rimanda l’immagine distorta di un individuo con il camice bianco. Più scorrono i rivoli d’acqua sul vetro, più la sua figura si fa liquida, si forma, distorce e poi torna unita, definita e leggibile.
«Allora, lo facciamo o no, questo viaggio?»
La donna si trova già a un centinaio di metri di distanza. Pare che la pioggia abbia deciso di risparmiare solo i pochi centimetri quadri occupati dal suo corpo. Indica un oggetto che sfiora il bordo del marciapiede. Si trova nella corsia d’emergenza, no, sopra le strisce bianche e blu che delimitano i parcheggi per le automobili. L’oggetto ha un albero e una vela incastonate tra rozze assi di legno.
«Ti muovi, o no?»
«Sei stata veloce e quella…»
«Quante storie. Vuoi salire sulla barca o no? Te l’avevo promesso e guarda, con questa pioggia, è il tempo ideale.»
Carlo si guarda attorno. I volti dei passanti sono impassibili. Non è vero, sono solo le espressioni di chi conduce la propria quotidianità. Chi incrocia il loro sguardo sorride di circostanza e passa oltre. Vedono la barca, o per meglio dire la zattera, e arricciano il naso come genitori orgogliosi e preoccupati per le stramberie dei figli.
Carlo afferra la mano offerta da Nancy. Si issa sul legno e si stringe all’albero mentre la vela gli solletica i capelli bagnati, attaccati alla fronte.
«Il vento è poco, ma l’acqua è tanta.»
Carlo non chiede spiegazioni. Ascolta e rimane in ascolto. Qualcosa gli si muove in gola, ma lo ricaccia in basso, nelle profondità delle sue viscere. Tuttavia, quando iniziano a muoversi, quel qualcosa risale impetuoso e si trasforma in un rantolo. Un rantolo che assomiglia terribilmente a un grido. Ed è euforia, ed è entusiasmo, ed è, per un momento indefinibile del tempo, eterno anche se caratterizzato da un inizio e una fine. Solcano la via di cemento a passo d’uomo, poi il vento impone una sterzata e un’accelerazione.
«Ho fatto bene a non portare l’ombrello.», dice.
«A cosa servono gli ombrelli?», risponde lei mentre tiene saldamente in mano il proprio.
Gli schizzi raggiungono i tergicristalli delle auto e i cassonetti dell’immondizia. Ignorano i gesti compassati di un vigile urbano e sfilano alla destra di un SUV in attesa che il semaforo gli faccia dare gas, di nuovo. Un cane di grossa taglia, un alano?, abbaia giulivo nella loro direzione, scodinzolando energicamente. La padrona, padrona di che?, lo strattona debolmente e lui comunque non si gira, metà corpo segue il guinzaglio e l’altra metà guarda la zattera divorare i metri sull’asfalto. E sulla zattera, sotto la pioggia, un uomo e una donna con la lingua all’aria che provano a bere il sale. Quale sale, che sale?

III.

«Olrac, stiamo viaggiando. Stiamo volando, navigando!»
«Me lo avevi promesso, no?»
«Ti avevo anche promesso di ballare e non abbiamo mai ballato.»
«Eravamo giovani, adolescenti.»
«E i giovani, gli adolescenti, non ballano?»
Carlo si accarezza il mento glabro. Starnutisce aria con vigore.
«Cosa guardi? Pensavi ti sarebbero usciti i coriandoli dal naso?»
«È strano parlare cercando di essere aderenti.»
«Aderenti? Ti è finita un po’ di pioggia nel cervello?»
«Aderenti a quello che si intende.»
«Del tipo?»
Il mistral porta la zattera a compiere un rigido testacoda. L’albero scricchiola e la vela si piega innaturalmente, quasi ignorando le leggi della fisica. Poi, la bonaccia. La bonaccia e il confine della città. Le ultime macchine, gli ultimi palazzi, le prime colline.
«Sono felice di essere su una zattera nel bel mezzo di Roma. In quella che credo essere Roma. Deve essere un sogno, ci sono poche altre spiegazioni.»
«Si vede il cupolone. È Roma.», risponde, con piglio saggio, Nancy.
«Che sia o meno Roma, non importa. Importa dirlo ad alta voce, che non sembra Roma e, invece, sembra un sogno. Importa dire che sono felice, o no?»
Carlo corruga la fronte, all’improvviso porta le spalle in avanti, si chiude, ingobbisce.
«Come sei strano, certo che importa. Guarda, siamo quasi arrivati!»
«Avevamo una destinazione?»
«Lì, guarda! Siamo praticamente arrivati.»
Carlo, al di fuori di un cavalcavia unto di pioggia, non vede niente. Una macchina dal tettuccio scoperchiato? Una bicicletta senza ruote? Un frassino innaturalmente alto e ramificato?
«Aspetta, prima di arrivare.»
«Che c’è?»
«Ci potremmo baciare. Sulla zattera, sotto la pioggia.»
«Sei impazzito? Non ci vediamo da una vita!»
«E cosa significa? Siamo qui, ora. Possiamo essere aderenti. Cosa sono due labbra che si toccano?»
«È un bacio e i baci…»
«Continua.»
«Se li danno le persone che sono unite, stanno insieme, attraversano momenti… ma perché mi sto giustificando?», non rompe noci con la sua ultima risata.
«E non siamo insieme, adesso, uniti? E cosa sono, ripeto, due labbra che si toccano?»
«Ma non abbiamo quel tipo di relazione! Non l’abbiamo mai avuta! Siamo sconosciuti, adesso, ormai.»
Carlo sente il legno delle assi risuonare dall’interno. O meglio, rompersi dall’interno. No, no, no. È solo la corrente. La corrente di una pioggia di due giorni.
«Quindi due labbra si possono toccare solo se c’è un certo tipo di relazione? Anche se in quel momento sembra esserci un altro, più alto, tipo di relazione?»
Nancy indica un ramo. Una volta vicina gli si accosta, ci sale. Appollaiata su di esso appare come una regina selvatica. L’ombrello, nella sua mano, stona terribilmente.
«Sono arrivata.»
Ma c’è una Nancy ancora sulla barca, l’immagine residua che in pochi secondi non potrà che svanire. Carlo osserva le due figure, il fantasma e la regina. Sogno o non sogno, non vuole rimanere fermo. Si lancia con trasporto sullo spettro e le loro labbra si incontrano davvero. Per un secondo o poco più è aderente. Chissà cosa vuol dire. La sagoma sbiadita ricambia l’emozione sotto lo sguardo vigile e preoccupato della Nancy sul ramo. Le passa un messaggio tra le iridi, ma non lo esprime.
Infine, lentamente, si placa la pioggia. Il legno sbatte al suolo, alcuni pannelli si staccano e allontanano. Nessuna parola è adatta alla situazione, ma Carlo vuole dire qualcosa. Il sole, con coraggio, fa capolino e si riprende la scena.
«Per quanto ha piovuto?»
«Che strano che sei, non ha mai smesso.»
In un frullio di ali, la regina selvatica vola via.
Carlo, sulla via del ritorno, fischietta per ammazzare il tempo. Ogni volta che le sue labbra si toccano sente il gusto inconfondibile del sale.


Dettagli

27 Dicembre 2025, al risveglio avevo questo sogno tra le dita. Si chiede scusa ai lettori per l’arroganza che ha portato un giullare a reputare importante uno scorcio onirico.

Photo by michael podger

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