La disciplina che, soprattutto nell’età classica greco-romana e nei periodi storici che di essa hanno fatto il proprio nutrimento principale, si occupa dell’arte del saper dire e scrivere con efficacia per persuadere si definisce retorica. Oggigiorno questa disciplina è più famigerata che non famosa, tanto che, all’interno dei vocabolari, subito dopo la definizione si può scorgere un secondo senso spregiativo che consiste nell’indicare un atteggiamento verboso, prolisso, attento alla forma per quanto carente di contenuto. Ha subito, in un certo modo, la stessa sorte dei sofisti e di quei discorsi arzigogolati che nascondono trappole e fallacie logiche in loro “onore” definiti sofismi.
È sicuramente una spia della contemporaneità notare l’ambivalenza che ammanta la retorica: da un lato dovrebbe rappresentare il trionfo della razionalità, del ragionamento logico, analitico e consequenziale, dall’altro non viene in alcun modo incentivata per il timore che il linguaggio stesso diventi un’arma troppo ingannevole nelle bocche degli esseri umani. È un’idea che del peregrino ha poco, benché assomigli al divieto di possedere e usare un coltello da cucina con il timore che possa essere usato per commettere un’aggressione, poiché chi poco si intende di composizione del discorso, orale quanto scritto, poco sarà abituato a scovarne le effettive trappole.

Paglia e retorica

La mia vita è consistita nel verificare questa negazione della conoscenza umana e le foto dei miei campi sono la prova degli effetti del negare la conoscenza umana. Siccome nego il valore della conoscenza umana, di conseguenza nego anche il valore della scienza. Ci sono persone nell’ambiente scolastico che cominciano ad interessarsi alle mie idee.

Se ci trovassimo all’interno di un testo che parla di geometria si sarebbe potuto dire: procediamo con una dimostrazione per assurdo.
La citazione è tratta da un testo intitolato Lezioni italiane, a opera di Masanobu Fukuoka, un notissimo personaggio giapponese difficile da incasellare sotto un’unica bandiera. Fonti alla mano, viene definito un filosofo, un contadino, un proprietario terriero e un fitopatologo. È salito agli onori della cronaca nel pieno Novecento per quella che definì la rivoluzione del filo di paglia, ossia un compendio di tecniche agricole che si allontanano dall’utilizzo di prodotti artificiali per promuovere un’agricoltura naturale. L’obbiettivo, per quanto ne può capire qualcuno con una conoscenza eminentemente marginale del mondo dell’agricoltura, è quello di invertire la rotta della modernità e di incentivare una visione naturalistico-ecologica dello sfruttamento del terreno. Ecco che i diserbanti, i fertilizzanti chimici, gli insetticidi, ma anche le stesse tecniche di aratura e spigolatura moderna che presuppongono l’utilizzo di macchinari quali i trattori e le trebbiatrici, diventano degli strumenti da evitare, di cui non servirsi affatto. L’agricoltura tradizionale proposta da Fukuoka si baserebbe sulla conoscenza delle caratteristiche del terreno in questione e su un minimo intervento da parte degli esseri umani. Non per altro le sue idee si sono spesso raggrumate nell’espressione agricoltura del non-fare. Ciò, a detta dell’autore, sarebbe possibile anche sfruttando la resilienza degli ecosistemi corroborata dalla reintroduzione di specie vegetali e animali, come il trifoglio, vari tipi di leguminose, oche e carpe, capaci di gestire la proliferazione delle tipologie infestanti e invasive e di impedire la riproduzione dannosa di insetti capaci di rovinare il raccolto.
Lo scopo parrebbe essere quello di restituire valore e centralità alla terra, in netta contrapposizione con lo stile di vita cittadino che caratterizza sempre più tutti i continenti. In più, la sua rivoluzione prende piede da una serrata e appassionata critica del capitalismo consumistico che fa del capitale, del profitto e delle leggi di mercato la nuova religione del tempo.
Benché alcuni dei suggerimenti teorici proposti dall’autore siano interessanti, quantomeno sottoforma di esperimenti mentali, specie per i più scettici oppure per coloro che di agricoltura si intendono davvero, qui non si vuole difendere un partito, bensì analizzare il tipo di comunicazione adottato per diffondere questi principi.
Già nella citazione proposta in precedenza alcuni elementi spiccano nettamente: il rifiuto della conoscenza umana, cioè del rigoroso sapere scientifico, l’utilizzo dell’aneddotica come fonte di una conoscenza alternativa e migliore, l’utilizzo di parallelismi e sillogismi e, infine, un’autoinvestitura con lo scopo di fornire autorevolezza a quanto si sta affermando. Un discorso improntato su queste caratteristiche, con termini odierni, può essere definito populistico, reazionario e antiscientifico. Non vuole essere un’opinione, bensì una descrizione, tanto che, chi scrive, tenta di astenersi da ogni forma di giudizio. Pur nella consapevolezza che fallirà nel suo intento.

Tra persuasione e fanatismo

La bellezza, la verità e la bontà sono unite nella natura; in quello che l’uomo fa invece si dividono. Per esempio, l’alimentazione di oggi è falsa e non è bella. È possibile produrre artificialmente la carne, il latte e la verdura. A Tokio, nei negozi, si trova molta roba da mangiare, ma niente che possa mangiare io: sono tutti prodotti fatti molto bene, ma falsi.
La Filosofia avrebbe il compito di tenere sotto controllo, e mettere la museruola alla conoscenza umana, invece ora è diventata sua serva. La Filosofia dovrebbe servire Dio. Potrei dire che Dio è natura, ma non la natura che pensiamo con la testa e vediamo con gli occhi.
Budda e Gesù hanno detto “Sii idiota, non pensare”. La conoscenza non sta nel conoscere, ma nell’essere semplici e idioti.

Il modello di comportamento, o meglio, lo stile di vita qui proposto, si ispira a ben definite correnti irrazionalistiche camuffate da buon senso comune e da dati di fatto. Come è possibile ottenere un risultato simile? Mescolando i due ingredienti senza soluzione di continuità, ovverosia dando l’impressione che le due posizioni non siano poi tanto dissimili l’una dall’altra.
Innanzitutto, il periodo inizia con un assioma perentorio indimostrabile, ma dato come certo e assodato: bellezza, verità e bontà sono unite nella natura. La frase viene utilizzata come un cavallo di Troia per sfondare, fin dall’inizio, i cancelli di un reciproco intendimento scientifico. Come se non bastasse, l’autore è altrettanto severo nel giudizio delle azioni umane: sono questi esseri gli artefici della divisione di queste tre entità che, in natura, si trovano unite – uno e trino, a qualche lettore ricorderà qualcosa, così come l’esemplarità di un peccato originale della specie umana.  
Il discorso prosegue alternando fatti incontrovertibili – è possibile produrre cibo artificiale; a Tokyo ci sono numerosi negozi nei quali comprare prodotti di ogni tipo – ad affermazioni di carattere aneddotico-misterico – l’alimentazione di oggi sarebbe quindi bella, ma falsa – che tendono a confondere appunto le convinzioni personali, pertanto idiosincratiche, con l’oggettività di un fatto nudo e crudo. Inoltre, con fare ieratico da saggio guru, l’autore conclude il pensiero stabilendo la norma da seguire, benché sottilmente. Non scrive niente che non possiamo [noi] mangiare, bensì niente che [io] possa mangiare. È un’esca retorica, un modo per ammiccare al lettore comunicandogli quale sia la strada da seguire.  
Successivamente giunge il carico da novanta di ispirazione cristiano-buddhista, condotto sulla via del principio di autorità. Ossia, non è Fukuoka, l’autore del pensiero, a dare valore a queste idee, bensì sono già tutte racchiuse negli atti e nelle parole di personaggi ben più illustri, come Budda e Gesù, i quali non verranno di certo contraddetti dal lettore, non è vero? Ciò viene sostenuto affermando che la conoscenza umana [razionale; ergo analitica e scientifica] va dimenticata e sostituita con un altro tipo di conoscenza [irrazionale; ergo alternativa e mistica] di cui l’autore si fa portavoce e, con buona pace del vocabolario, profeta.

L’idea perciò non deve essere quella di inventare delle varietà col cervello umano ma lasciarle coltivare dalla natura stessa. […] Quando si fanno degli errori nel modo di coltivare i campi, anche la cultura della città viene fondata su questi errori. I commercianti che diventano politici sono il segno oggi che si è coltivato male la terra. La causa di questi problemi è ai vostri piedi, è il fatto che i contadini non hanno saputo coltivare la terra. L’errore è cominciato quando il contadino si è messo a coltivare mais e a piantare vigne per far soldi. Una volta entrato in questo schema mentale, tutte le strutture umane hanno provocato la distruzione della terra, la quale è stata sacrificata alla bramosia e ingordigia umana.

L’impiego di frasi brevi e paratattiche, cioè prive di subordinate, aumenta l’effetto scenico e soprattutto le presenta come dogmi, verità indiscutibili e autoevidenti. In più, la perniciosa generalizzazione crea una netta distinzione tra un noi illuminato e giusto e un loro nella migliore delle ipotesi solo addormentato e confuso dalle chimere della conoscenza e dalla hybris di comprendere l’ambiente attraverso il linguaggio della scienza. Tale procedimento retorico è quindi polarizzante, ma il lettore contemporaneo ne è fin troppo avvezzo per portare chi scrive a dilungarsi su questo punto.

Preme qui, infine, per dovere di chiarezza, rilevare che il contenuto espresso non viene necessariamente squalificato dalla forma impiegata.
L’idea, poniamo caso, di una terra sfruttata e dilaniata dalla brama arrogante di un gruppo di arrivisti arricchiti e senza scrupoli non è poi lontana da alcuni fenomeni ai quali assistiamo quotidianamente. Così come le criticità sollevate circa l’allevamento intensivo, l’agricoltura di mercato e le nuove tendenze dell’alimentazione non sono da bollare come follie visionarie. Sta di fatto, però, che forma e contenuto si influenzano tra di loro e, a volte, possono creare dei risultati respingenti anche in luogo di elementi promettenti.
Cosa ci può mostrare la retorica in questo caso specifico? Che bisogna ponderare, riflettere e avere pazienza. Senza schierarsi immediatamente, senza rinfocolare le animosità tra due gruppi: quello dei giusti e quello dei peccatori. Che si può accogliere qualche spunto, senza immagazzinare il pensiero nella sua interezza. Che, ancora una volta, il dubbio critico va applicato al fine di schermarsi e difendersi da chi, pur se competente, mostra di voler convincere gli altri a essere seguito poiché in possesso della verità con la v maiuscola.


Dettagli

Photo by Volodymyr Hryshchenko
Tutte le citazioni sono tratte da: Lezioni italiane, M. Fukuoka, Libreria Editrice Fiorentina, Pisa, 2008.

Se ti piace il mio modo di scrivere puoi sempre acquistare il mio ultimo libro, Il vicolo delle carte! Basta cliccare sul titolo, et voilà!

Lascia un commento

In voga