Viaggio al centro dell’essenza

Giungere all’essenza delle cose è complicato, quasi come fare centro per tre volte di fila giocando a freccette. La sostanza che abita sotto il velo delle apparenze, quel fluido che tentiamo di imbottigliare e riconoscere nonostante i nostri evidenti limiti, è un pessimo cliente con cui avere a che fare. A volte si lascia lusingare e avvicinare, come un gatto desideroso di cibo, ma nella maggioranza dei casi si fa corteggiare da lontano, senza concedere alcunché, figurarsi il suo saluto.

Anche perché questa specie di entità immanente, una sorta di fantasma sciolto in ogni singolo atomo dell’universo, è per sua natura invisibile e leggero, benché onnipresente. Chiamiamola anima, oppure spirito, essenza, sostanza, verità, archè, quel che preferite. Diamole pure un nome prima che ci sfugga dalle dita come sabbia, prima che il momento privilegiato trascorra e si renda conto di averci premiato immeritatamente. Ma ecco che ci riscuotiamo e accettiamo di non aver voglia di sottostare alle regole di questa creatura capricciosa, eccoci fieri, orgogliosi, mentre tentiamo di etichettarne le qualità, le fattezze e le origini. Perché se esiste, beninteso, deve pur sgorgare da qualche fonte nascosta in chissà quale angolo del cosmo.
Avendola sempre sotto al naso ci infastidisce non essere in grado di catturarla con il nostro retino per farfalle metafisico. Ci sventola il ditino davanti, quando non è tanto temeraria da ondeggiare con la gonna, facendosi beffe di tutti i nostri sforzi. Gode nel vedere questa schiera di piccole formiche laboriose che tenta di scalare una montagna sopra la quale aleggia una brezza irrespirabile per ogni essere vivente.
Nonostante detti legge nei confronti dei più deboli, ciò non significa che non esistano modi per aggirarla, ingannarla e circuirla.
Il viaggio verso l’essenziale è un percorso altalenante, una montagna russa senza cinture di sicurezza e con la vaga sensazione che un cerchio della morte infuocato ci attenda alla fine del percorso.
Anche perché questa creatura ambigua e sbarazzina non sa essa stessa di cosa è composta, quali vestiti indossa e quale espressione ha dipinta sul volto. È una tragicomica accozzaglia di detriti, rottami, fiori tra i più belli del multiverso e sentimenti i più puri. Ed è nell’interazione di questi elementi così diversi che scoppia la magia. L’incantesimo che dà fuoco alle polveri e che incendia le probabilità donando al reale quella patina iridescente che tanto ci attira, come falene verso una lampadina incandescente.
Lei non si conosce e noi cerchiamo disperatamente di catturarla in una fotografia che valga per l’immortalità. Lei non si concede perché non saprebbe farlo nemmeno desiderandolo e noi la agogniamo perché siamo sciocchi ed egocentrici esploratori abbandonati, o condotti?, in un mondo di curiosità impossibili da svelare.
Tra questi avventurieri ce ne sono alcuni particolarmente agguerriti che sfruttano il cervello in loro dotazione per aggirare il problema. Non si può raggiungere l’essenza? Smettiamo di cercarla, è tempo sprecato, dicono. Eppure, sussiste un fatto: il desiderio di possederla. Altra questione che evadono con bravura circense: Basta prender da lei quel che si può, vampirizzarla, per creare in autonomia qualcosa che le si avvicini molto. Un contentino, insomma. Un premio di consolazione particolarmente elaborato e pretenzioso.

C’è l’italianità e ci sono gli italiani. C’è la bellezza e ci sono le persone di bell’aspetto. C’è l’arte e ci sono gli artisti. Notate qualche contraddizione in queste tre frasi? Bene, perché sono associazioni legate da un filo molto più sottile di quello che si potrebbe pensare di primo acchito.
Facciamoci dei nemici.
Chi sono gli italiani? Persone nate sul suolo della nazione che prende il nome di Italia? Individui che condividono delle caratteristiche fisionomiche, neurologiche o comportamentali specifiche? Gente che è cresciuta con gli stessi programmi televisivi, nelle stesse scuole, nelle stesse palestre di vita, per le stesse strade? La risposta può essere sia positiva che negativa in tutti e tre i casi. A voi la scelta.
E l’italianità, l’essenza di un italiano tipico, di un homo italicus in tutto il suo splendore, dove si trova, com’è fatta? Di pasta e caffè? Di musica neomelodica e marce degli alpini? Di gesti incontrollabili e amore per il pallone? Ancora una volta sì e no.
Possiamo divertirci a stilare una lista della spesa contenente tutte quelle caratteristiche che reputiamo rendano un italiano quel che è e che lo distinguono intimamente, per esempio, da un cugino francese. Un cugino francese, statece.
Amore per l’arte e per la creatività? Del resto, siamo i discendenti di Dante, Michelangelo, Leonardo da Vinci e Borromini. Intensa passionalità? Siamo hombres latinos, abbiamo il sangre caliente e tutte quelle menate là. Abbiamo una tradizione culinaria che farebbe invidia a tutti tranne che ai giapponesi? Oui-oui, siamo buone forchette che alle volte sanno anche come infilare nell’acqua bollente degli spaghetti senza spezzarli. Le nostre donne sono belle e i nostri uomini hanno i baffi? Monica Bellucci, Super Mario! Apprezziamo ‘o mare e la montagna, le alpi e gli appennini, siamo in sostanza versatili e capaci di adattarci a qualunque situazione? Ovvio, certo che sì, considerando che pur di vincere una guerra mondiale partecipiamo in entrambi gli schieramenti. Più versatili di così si muore, alla lettera. Cos’altro? Ci piace lasciar correre, siamo piacenti e smaliziati?
Insomma, scrivete la vostra personalissima letterina di Babbo Natale e cercate di scoprire cos’è che vi rende italiani in senso ideale e se questo sia dovuto alla vostra diretta esperienza oppure a qualcosa che appartiene al vostro ricchissimo patrimonio genetico attraversato da così tante etnie che è più facile perderne il conto che ricordarle tutte quante.
Avete finito? Bravi bambini, adesso imbucatela nella cassetta e aspettate.

L’essenza non è un insieme, bensì un sistema. Un sistema è un complesso organico che non si può spiegare semplicemente aggregando tratti distintivi. È un’operazione matematica sbagliata, un due più due uguale cinque, un pesce, un mandolino di fronte al tramonto.
L’italianità, sempre per far incazzare qualcuno, è un insieme. Perlomeno nei termini in cui l’abbiamo messa noi (o io, per i più pavidi).
Sapete cosa otterreste in risposta alla vostra letterina di caratteristiche perfettamente italiche? Un modulo da zelante burocrate, un modello facile da personificare da chiunque, un cinese come un senegalese, un canadese come un lillipuziano.
Andiamo alla ricerca del quid, senza scassare i maroni su cosa significa appartenere o meno ad un determinato gruppo. E chissà, magari così scopriremo qualcosa di davvero utile, per una volta.

Photo by Rob Wicks

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