Le recenti scoperte della neuropsicologia ci comunicano un interessantissimo risultato: il cervello tende ad evidenziare gli elementi positivi del passato rispetto a quelli negativi. Non che i traumi siano una fantasia da sopravvissuti, è solo che, a quanto pare, la mente umana è tanto adattiva da catalogare i ricordi negativi sotto la voce di “spunti per migliorarsi”. Ebbene sì, ripensare alla nostra vita, a quel che ci è successo di bello e di brutto, ci aiuta in molti modi, benché questa influenza possa a volte passare sottotraccia. In virtù di questa informazione di cui sono venuto a conoscenza da poco vorrei parlavi di una storia che ha a che fare con la persona che indossa questo bel cappello da giullare.
Avevo sedici anni quando iniziai a scrivere L’umanità nascosta dal cielo.
Che cos’è? Vi chiederete voi a ragione. Ebbene, con questo titolo roboante e altisonante, un adolescente un po’ traviato dai sogni letterari che studiava sui libri di scuola aveva intenzione di pubblicare dei racconti. Immaginavo delle storie profonde con una trama avvincente e mai banale sperando di riuscire nell’ardua impresa, soprattutto perché la prosa non era mai stata nelle mie corde. Con la poesia il discorso era diverso, ne scrivevo da quando avevo dieci anni e, benché fossi piuttosto scarso, perlomeno maneggiavo il suo linguaggio. Ma la prosa, oh, la prosa! Scorrevo le pagine dei romanzi fantasy, fantascientifici, quelli d’autore e quelli di nicchia, percependo a pelle che non sarei mai stato in grado di raggiungere una simile abilità. Come dire, le parole in quei libri si legavano le une alle altre con un’armonia di cui non riuscivo ad imitare nemmeno la parodia. Nelle mie mani la sintassi italiana diventava ingarbugliata, tronfia e pesante. L’interpunzione frenava la vista e rallentava il dettato. I singoli termini diventavano calcestruzzo lanciato su un campo di calcio. Era tutto innaturale e poco genuino. Al contrario, trovavo i miei versi illuminati. Certo ermetici, certo alquanto oscuri, ma riuscivo ad attribuire loro un valore. Piccolo spoiler: non ne avevano. Sta di fatto che volevo trovare un modo per raggiungere un pubblico e comunicare quello che sentivo. Non sono mai stato un gran chiacchierone quando si tratta di toccare temi molto legati all’intimità, che sia fisica o spirituale. Sono un essere ciarliero ma riservato, ai limiti della cintura di castità. E prima, be’, prima non ero nemmeno così bravo ad essere estroverso. Sta di fatto che in questo clima di rivalsa e necessità di dimostrare il mio talento nacque l’idea di scrivere una raccolta di racconti. Infarcito di letture giapponesi, inglesi e italiane, travolto dal concetto di epifania e animato dalla consapevolezza che bastasse l’impegno per riuscire nella vita, mi precipitai a scrivere, o meglio, a pianificare questi miei racconti. Ve lo dico, non è una storia che finisce bene. Vi presento una sintesi degli eventi: sebbene io l’avessi iniziata a sedici anni, conclusi l’antologia solo a diciotto e, per mia grande sfortuna, riuscii a pubblicarla a diciannove.
Caro lettore, ti chiedo di immaginare questa situazione. Un ragazzo, un ragazzino, con il pallino delle lettere ricercate viene raggiunto dalla notizia che una casa editrice vuole pubblicare un suo lavoro. Un ragazzino, forse un bambino ancora, che era sempre stato elogiato per una qualità che non aveva dimostrato. Un bambino, forse un illuso, che aveva profuso anima e corpo in un lavoro silenzioso destinato a capitombolare. Intorno a me, solo perché nelle interrogazioni riuscivo a coniugare i verbi al congiuntivo, si era creato un clima d’attesa. Nelle piccole realtà, quale può essere una classe liceale, un aspirante scrittore è già uno scrittore. La gavetta viene ignorata e si salta direttamente al momento in cui le battute sono di questo tono: quando sarai famoso non ti dimenticherai di noi, vero? I miei voti erano alti, l’ambiente mi incoraggiava e io, diciamocelo, a volte sentivo di essere portato per quel tipo di vita. I complimenti mi mettono in difficoltà ancora oggi, ma sentirmi dire da molti che io, proprio io, ce l’avrei potuta fare, era lusinghiero. Cavolo, per quanto puritano fossi un ego lo possedevo eccome!
I racconti partoriti dopo una lunga gestazione non mi soddisfacevano. Avevano qualcosa di fuori posto, una nota stonava di continuo e non avevo ancora gli strumenti per capire quale fosse il problema. Gli editor mi dicevano che scrivevo bene, i professori facevano altrettanto e io dovetti credere a queste sciocchezze. La trafila è presto completata. Il libro venne pubblicato, lo distribuii in pompa magna a parenti, amici, compagni di classe e professori e … poi più nulla. Il silenzio. La mancanza di feedback. L’imbarazzo.
Io non ne parlavo per paura di suonare arrogante. Gli altri non mi dicevano nulla temendo di ferire i miei sentimenti.
Non capivo. Sinceramente, a quel tempo non capivo. Perché tanto incoraggiamento, tante belle speranze, si era trasformato nel sibilo desertico del Sahara? Mi arroccai sulle mie posizioni, difendendo ciecamente il mio bastione da un attacco che non sarebbe mai arrivato. Adesso, proprio nel momento in cui sto scrivendo questa pagina, capisco perché ho apprezzato tanto Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. L’indifferenza abbracciò il mio tentativo. Io continuai a scrivere. Mi rigettai sulla poesia ottenendo lo stesso risultato infelice. Se non fossi stato ambizioso avrei smesso con questa pantomima già da qualche anno.
Adesso vi svelerò il perché di questo racconto autobiografico.
Prima di tutto vi voglio dare un consiglio spassionato. Non credete ai complimenti quando non siete in grado di dimostrare di meritarli. Si tratta di voi stessi, non della percezione degli altri.
E secondo, “tu scrivi bene” è una frase che, concettualmente, non ha senso. Non voglio schermarmi di fronte a questa espressione per insabbiare i miei fallimenti, anzi, lo faccio per rivendicarli con forza.
Scrivere bene è come essere una brava persona, le due proposizioni significano tutto e niente.
Scrivere bene, per il liceo, è saper argomentare con una lingua pseudo-accademica dei temi assegnati.
Scrivere bene, per chi non scrive, è essere abbastanza fantasiosi e competenti da usare la lingua per imbastire una storia che abbia un capo, una coda e che sia godibile.
Scrivere bene, per una casa editrice, è avere un nuovo pezzo di maiale da esporre nella salsamenteria.
Scrivere bene, per un narratore, è piegare la sintassi a favore di un intreccio efficace.
Scrivere bene, per un letterato, è piegare l’intreccio a favore di una sintassi adeguata.
Scrivere bene, per un giornalista, è essere diretto, chiaro, conciso e accattivante.
Scrivere bene, per un saggista, è essere esaustivo, completo, divulgativo e metodico.
Scrivere bene, per un volontario, è riuscire a trasmettere un messaggio, senza necessariamente considerare la grammatica, le figure retoriche, la struttura di un testo e l’armonia delle parti.
Scrivere bene, per un politico, è avere di fronte agli occhi un testo che parli alla pancia dell’elettorato, che sia ricco di slogan, di frasi nominali e concise, con un nemico ben definito e un noi da difendere.
Insomma, non so se si è capito, ma scrivere bene non significa nulla, o meglio, può significare molte cose in base al contesto. Una persona può padroneggiare un linguaggio, per la precisione un registro stilistico, e fare pena in tutti gli altri. Può aver affinato il registro divulgativo e ignorato quello sensazionalistico. Può essere un mago di quello accademico ed essere un ignorante per quanto riguarda quello narrativo. E così via. Dare un’immagine univoca della scrittura genera solo una tremenda confusione. E se non si hanno gli strumenti per discernere le varie differenze si rischia di credere, magari a sedici anni, di essere pronti per scrivere un libro.
In conclusione, quel mio primo libro meritava di essere un fiasco? Assolutamente sì. Col senno di poi e un paio di lauree sulle spalle non faccio fatica a riconoscere la scrittura di un adolescente che non riesce a comunicare nulla per la paura di sbagliare una virgola o di dimostrare l’età che possiede.
Meritava quel trattamento? Probabilmente no, ma sono l’unica persona al mondo a pensarci ancora, quindi direi che la questione si può chiudere qui con allegria.
Quando pensate di saper fare qualcosa: dubitate. Senza diventare nevrotici e scadere nell’ansia da prestazione. Dubitate ed esercitatevi. Esercitatevi e chiedete pareri, consigli, confronti. E, cosa che male non può fare, studiate, studiate, studiate e credete in voi stessi.
Photo by Kind and Curious





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