Mi piacciono le pagliacciate, gli scherzi, le prese per i fondelli e le burle. Sono un grande estimatore del comico, del ridicolo e di ciò che viene ambiguamente definito umoristico. Oserei dire di avere un certo feeling con il grottesco, quella categoria che un po’ ci riporta alla dimensione dell’ironia e un po’ a quella dell’orrore. Per intenderci, qualcosa di grottesco ci fa senso e ridere, a tratti ci ripugna e a tratti ci fa sorridere. Reputo questo meccanismo fantastico. E perché no, del resto? Riuscire a trarre dal buio dell’abisso un motivo per essere brillante, anche solo per un istante, è una capacità eroica e un’abilità invidiabile. Tutto ciò mi fa pensare alla schadenfreude, termine teutonico che si può tradurre con l’espressione “piacere provocato dalla sfortuna”. Quando qualcuno inciampa nei lacci delle proprie scarpe, quando un bambino si attacca la mano ai capelli perché si è scordato di averla inondata di colla vinilica e anche quando una persona, su un palco, compie una gaffe di fronte al suo pubblico pagante ecco che, in sala, nella classe o per strada, qualcuno inizia a ridere. Non mi sento di condannare questo riso malevolo, anzi, sono disposto ad accettarlo e a riconoscergli il valore che merita. È una valvola di sfogo che non nuoce e sarebbe antipatico impedire a questa manifestazione di divertimento di riempire l’aria con il suo suono al vetriolo.
Le occasioni ufficiali, spesso, mi inducono questa specie di ilarità da iena. E non parlo esclusivamente di quegli eventi molto sobri e austeri come i funerali, i matrimoni, i battesimi e l’inaugurazione del nuovo centro di bellezza del quartiere, bensì di occasioni come il primo incontro con i genitori di un amico, la cena dopo aver conosciuto la dolce famiglia di lui o di lei e le lauree universitarie. Dico io, come si può rimanere seri durante una situazione simile? Un uomo, spesso sulla cinquantina o oltre, con la stempiatura e un’allegra pancia da gioviale commensale, sta per prendere il figlio di una coppia moderna, vestito con jeans microscopici e una polo di marca, al fine di sciacquarlo con un liquido ritenuto magico, magia e divino vanno di pari passo, che segnerà il suo ingresso nel mondo della … fede? Esoterismo? Misticismo? Non saprei. Il suddetto pargolo non capisce cosa stia succedendo e i genitori non sanno neanche se tutto ciò sta avvenendo perché lo desiderano oppure perché un retaggio culturale impone loro di mantenere viva la tradizione. Le menti dei grandi sono attraversate da un dubbio, quella dell’uomo gioviale è certa nella sua bovina certezza, e beata certezza ché i bovini sono fantastici, e il fantoccino di carne e vestitini è come un punto interrogativo che sta per sciogliersi nel pianto. Dovrei avere il contegno di non scoppiare a ridere? Dovrei tributare all’occasione il rispetto che la buona creanza consiglia? A mio avviso, le alte cupole delle chiese son fatte anche per permettere alle risate di rimbombare nel seno della matronalissima cattolicità. Devo rendervi conto di un dettaglio biografico che forse minerà la mia autorevolezza per quanto riguarda l’argomento di oggi. Durante l’ultimo battesimo al quale ho assistito il parroco non ce la faceva a staccare gli occhi dal mio maglione azzurro fosforescente. A mia discolpa, l’effetto non era ricercato né voluto, anzi, da adolescente piuttosto sulle sue odiavo quei due occhi curiosi e interrogativi come a dire “le pare il modo?”. Povera bambina, chissà che tipo di benedizione avrà ricevuto! Perché ci vuole impegno e concentrazione per benedire, no?
La laurea di Bindo, personaggio immaginario tratto dai primi secoli della letteratura italiana, si è svolta bizzarramente. Si è presentato davanti alla sua facoltà vestito come un essere umano normale, di quelli che incontreresti anche in attesa alle Poste. Un dolcevita bianco, una giacca e un paio di blue jeans. Niente cravatta, niente farfallino e del fazzoletto nel taschino nemmeno l’ombra. Aveva uno zaino nero e un giubbotto impermeabile dello stesso colore visto che gennaio è un pessimo momento, soprattutto a metà pomeriggio, per chiamare un mucchio di gente e farla assistere ad una discussione boriosa, noiosa e poco solenne. La tesi con la copertina telata verde spiccava nelle sue mani e della dozzina di invitati pronti a fare il tifo per lui alcuni erano in ansia come se dovessero sostenere la prova al posto suo. Gli altri candidati passeggiavano nel corridoio ripetendo mentalmente l’indice del proprio lavoro steso durante mesi e mesi di impegno. Le carte geografiche appese al muro li scrutavano, erano altezzose e un po’ fuori fase, come le vecchie aule tutt’intorno. La magnificenza del momento era stata assorbita dalle chiacchiere di circostanza, dai sorrisi tirati e dagli sguardi di sfida di coloro che avevano concluso il supplizio da poco. Il portone verde, cancello dell’Eden, aveva sbattuto sul muro e un singolo ragazzo era uscito dall’immensa sala nella penombra. Bindo è entrato, ha fatto accomodare i suoi tifosi e si è piazzato a metà della commissione, come una lama nel proverbiale burro. Davanti, aveva tre volti con la gioia di vivere pompata nelle vene. Dietro il resto della commissione, silente e inesistente. Introdotto l’elaborato, al candidato non restava che piluccare qualche parola dal vocabolario per tirare le fila di cinque anni di studi e sudore. Voleva dimostrare tutto il suo valore, la sua caratura d’uomo sotto pressione e la sua olimpica serenità. Parlava e, nel mentre, la presidente di commissione lo spizzava come avesse di fronte una creatura buffa, sghemba e deforme. Decise di interromperlo tre volte, tre volte sbagliando. Ebbene sì, perché gli errori grammaticali capitavano anche ai migliori e questo, Bindo, lo sapeva bene. Il candidato venne interrotto, la parola passò al correlatore che, faro nel pomeriggio piovoso di gennaio, espose la tesi meglio di quanto Bindo stesso sarebbe stato in grado di fare. La formalità era stata svolta, il ragazzo fatto uscire dalla sala insieme ai supporters e, dopo meno di un minuto, eccolo rientrare sotto l’occhio imperioso delle serrande chiuse. Proclamazione, voto, per-i-poteri-a-me-conferiti, ed ecco un nuovo cavaliere del re Carlo (è strano metterla in questi termini). La presidente ha invitato all’applauso e via, verso le foto nel corridoio, via, verso le scalinate dell’edificio a cassettone, via, verso la statua davanti al rettorato, immersi nel buio, nei coriandoli che non si sarebbero potuti portare, senza spumante, con una corona d’alloro stretta che non calzava la testa e i piedi già diretti altrove, puntati sull’esterno, sull’uscita, sul grazie-a-tutti-e-a-mai-più.
Photo by Honey Yanibel Minaya Cruz





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