La geografia della violenza è quella disciplina (fittizia) che studia e tramanda il perché essere persone decenti è piuttosto sconveniente e noioso. Sconveniente perché la violenza concede strumenti, metodi e sbocchi professionali che l’etica si sogna. Noioso perché manca quel brivido, quella joye de vivre che tanto ci fa accapponare la pelle quando, in un ritaglio epico da sceneggiato, il nostro beniamino viene investito dalla vita che pare un treno in corsa e in procinto di deragliare. E ancora ci si domanda quale sia il motivo di tanto penare dietro una coda, in fila al casello, di fronte ai prezzi esorbitanti delle agenzie immobiliari e turistiche, schiacciati dall’inflazione, dagli sbuffi catramosi di un amministratore di condominio arrogante, dagli insegnanti di tua figlia che le mettono solo voti bassi, da tua figlia che prende solo voti bassi, dalla preside che la ammorba con progetti fuori dal tempo e, chissà, forse in questo conteggio rientrano anche la gavetta in qualsiasi ambito produttivo o artistico, la libera competizione soffocata da monopoli, trust e multinazionali e la cara vecchia illustre sacerdotale magnifica raccomandazione. C’è tutto questo e infinitamente di più nella grande nicchia della geografia della violenza. Luogo dell’anima che ricorda la legge del più forte e della sopravvivenza a tutti i costi e che, a volte, rischia di apparire un tutt’uno con la memoria filogenetica, quindi con l’imperativo esistenziale di … esistere, vivere, consumare e procacciarsi risorse per sbarcare il lunario.
Un atteggiamento violento è facile da riconoscere. Lo stesso non si può dire delle sue cause intrinseche. Di fronte ad un attacco d’ira, ad una sfuriata biblica oppure alla lenta soppressione delle proprie emozioni in virtù di un compromesso sociale che ci vuole tolleranti e comprensivi anche di fronte allo spettacolo più turpe, è complesso tirar fuori dalla coppola un’unica risposta universale e condivisibile. La violenza è, come le parole che utilizziamo, i gesti e le posture, un linguaggio. Specifico, altamente comprensibile e spendibile come i buoni sconto della mensa. Ed essendo un codice ha, perlomeno, una propria sintassi e un altrettanto personale semantica. Essere violenti significa scalare il gradino delle regole del buon vivere comune e di farsi giustizia da soli, giustizia in un mondo percepito come ostile e respingente. L’aggressività, anche quando viene esercitata attivamente, possiede per me sempre una connotazione difensiva. Ciò non significa responsabilizzare o riconoscere alla violenza il privilegio di essere una necessità storica, bensì ne intravedo la sofferenza sottesa, quel moto dell’anima che grida nella testa in maniera tanto stridula da provocare l’emicrania. Se gli esseri umani siano buoni o cattivi per natura, io non lo so. Così come reputo che porsi questo quesito sia come recitare una sciocca filastrocca per bambini delle elementari. Bene e male, qualunque sia la connotazione che uno voglia dargli, esistono in quanto risultato di comportamenti concreti, osservabili e quantificabili, non in quanto archetipi divini di concetti astratti che tutto hanno dominato fin dall’alba dei tempi. Seguendo il filo di questo ragionamento, odio considerare l’esistenza come un pacchetto preconfezionato e predeterminato. L’idea di un peccato originale, di una macchia atavica da mondare con le buone azioni e via discorrendo, la trovo di un paternalismo di stampo medievale da voltastomaco. In più, si tratta pur sempre di pretesti, scuse e giustificazioni. Un comportamento nocivo ha, nella maggior parte dei casi, una motivazione profonda o superficiale, così come un atteggiamento virtuoso può sostenersi di principi e valori. Credere alla predestinazione e al fatto che gli esseri umani sono segnati fin dalla nascita mi suona tanto come l’arringa disillusa di chi dalla vita non ha ottenuto quel che desiderava. L’assassino Tal de Tali non ha commesso un omicidio in quanto “persona cattiva” e il rapinatore Sempronio non ha borseggiato una simpatica vecchietta perché nei suoi geni, nel suo oroscopo e nella sua lettura dei fondi di caffè c’è scritto che, ahimè, la sua anima ha pescato la pagliuzza corta della vita e quindi si è ritrovata immersa nel fango pestilenziale del maligno. Lasciandoci alle spalle le ricche e confortevoli tautologie che tanto piacciono a grandi e piccini spingiamoci un po’ oltre, nel regno della violenza organizzata.
Ebbene sì, dopo anni di titubanza e indecisione, ho letto Gomorra di Roberto Saviano. Come mio solito non voglio recensire davvero l’opera e nemmeno trattare la sua struttura approfonditamente. Dirò, da giullare quale sono, le cose che mi hanno colpito e che spero possiate trovare di qualche interesse. Gomorra è un libro complicato da leggere, partiamo da questo presupposto. È scritto per essere scorrevole, discorsivo e divulgativo. Il lessico utilizzato è vibrante, carico di pathos e, a volte, disturbante (ma questo dipende dalla sensibilità del vostro stomaco). Lo stile è quello del giornalismo d’inchiesta, del miglior tipo di giornalismo d’inchiesta, e se vi aspettate un romanzo pieno di colpi di scena siete nel posto sbagliato.
Alla luce di ciò, perché lo definisco complesso? Perché è un libro da metabolizzare, più che da leggere. Va introdotto nel proprio corpo con il contagocce, pena la furia consumistica di divorare un altro libro oppure la banalizzazione di una storia che è impossibile da ignorare. Non più, perlomeno. Gomorra mette in scena, come se ci trovassimo di fronte ad un corposissimo capitolo da manuale scolastico, la storia della mafia campana fino al 2006. Questa storia è reale, comprovata da fatti, interviste, articoli e processi di tribunale. Questa storia ha accompagnato la vita di intere generazioni di persone, le ha influenzate, segnate e, con molta probabilità, marchiate a vita. Forse è anche di questo che stiamo parlando, di un marchio indelebile impresso a fuoco sul corpo di persone a volte innocenti, a volte colpevoli, a volte completamente ignare di vivere in una realtà a più velocità, frammentata, composta di segmenti e tessere che non vanno d’accordo le une con le altre. Perché il fenomeno camorristico è diffuso, esteso, ha propaggini un po’ ovunque in Italia e all’estero. È un modello di business vincente, perlomeno da quello che può intendere la mia testolina pacifista, perché sostituisce lo Stato nel suo ruolo di garante dei bisogni fondamentali dei propri protetti e affiliati. Ciò che emerge dalla lettura del libro è che gli imprenditori che orbitano attorno alla camorra sono eccezionalmente competenti. Scaltri, senza scrupoli, capaci e determinati. Sono parte di una casta dirigenziale nell’ombra, anche se amano farsi vedere alla luce del sole, che ha scovato il modo di nutrire i percorsi alternativi e paralleli del mercato per arricchirsi a dismisura. Sono businessman dalla faccia tosta, l’atteggiamento ieratico e una sicurezza incrollabile. Sono uomini d’industria consci del loro ruolo all’interno dell’organigramma. Ovviamente, l’autore ci tiene a precisare le stragi commesse e la violenza che circonda queste figure. Da quel che sto dicendo si potrebbe pensare che io stia descrivendo solo un broker alla The wolf of Wall Street e non un criminale di fatto, che lucra nei coni d’ombra saccheggiando risorse pubbliche e nettando il territorio di rifiuti, cadaveri e cemento abusivo. Eppure, emerge nel tempo l’evoluzione di questo fenomeno, la sua diversa articolazione rispetto ad un’origine di stampo più brigantesco-terroristico che imprenditorial-economico. A quanto pare i nuovi samurai mafiosi non vanno in giro a sparare dopo essere scesi dal motorino, ma conquistano il mercato tramite operazioni che, a tratti, è anche difficile riconoscere come illecite e illegali. Ci vuole abilità, conoscenza, sagacia e una attitudine al rischio notevole per intraprendere la strada che ti può portare a smascherare i movimenti oscuri che piagano la nostra società in una maniera di cui spesso non ci rendiamo nemmeno conto.
Saviano, in questo libro che non gli ha esattamente fruttato la simpatia di persone potenti e agguerrite, ha denunciato la provenienza ambigua di prodotti che ci capita di utilizzare quotidianamente. Ha ricostruito le radici e le estensioni di un impero parallelo alle carte geografiche odierne. Ha, infine, cristallizzato il suo urlo di rabbia in un’accusa potente e feroce contro coloro che hanno contribuito in maniera decisiva a rovinare la sua terra natìa.
Eppure, il fenomeno mafioso si riproduce con una facilità spaventosa. L’attrattiva che queste figure possiedono è forte per tanti di quei motivi che elencarli tutti sarebbe un’impresa un po’ pedante e un po’ deprimente. Il problema che mi preme sottolineare è uno: non può morire perché ci sono troppe persone che ne hanno bisogno. E quella violenza, quel codice fatto di reazioni istintive, di pancia, dovute alla frustrazione, è la linfa vitale di questo modus vivendi. Ma ancora una volta, quali ne sono le cause? Urge per caso una presa di coscienza collettiva e una lavata di capo a chi, per convenienza, ha permesso alle persone di sentirsi tanto abbandonate, sole e bistrattate da dover ricorrere al marchio di fuoco della criminalità organizzata?
Photo by Daniele Levis Pelusi





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