La letteratura ha molti volti. Tanti che sarebbe impossibile elencarli tutti. È un insieme di storie esemplari, un campionario vastissimo di tipi umani, una documentazione elaborata dello spirito del tempo, una testimonianza articolata di emozioni, sentimenti e stati d’animo, il frutto di un’indagine minuziosa e cavillosa sulla natura del bagaglio inseparabile che viene definito anima. Ha toccato, e potrà continuare a sfiorare con il suo tocco etereo, ogni argomento possibile. Ne ha sviscerato i moventi e le intenzioni, le cause e gli effetti. Eppure, per quella capacità del linguaggio di essere produttivo, creativo e infaticabile, ci sono sempre nuove narrazioni dietro l’angolo che attendono una voce per essere condivise. Alcune richiedono uno stile alto, tragico, una struttura ben organizzata e il rispetto del canone e della tradizione. Altre, invece, si sentono più a loro agio con uno stile basso, comico, uno scheletro più irregolare e una decisa apertura nei confronti dello sperimentalismo. Ciò che stupisce e affascina è che queste variabili, e tante altre, si possono mescolare tra di loro per ottenere risultati inediti e sempre accattivanti. Questo polimorfismo generativo è una delle basi di qualsiasi processo creativo. Delle materia prime vengono riconosciute, l’occhio del singolo le rende risorse e, successivamente, trasformate in un’opera imprevedibile. Ciò non significa che ogni risultato abbia un’impronta di qualità intrinseca, quasi ad affermare che l’arte è esteticamente valida nel suo complesso. Tuttavia, la creazione, in senso lato, lascia sempre il segno. Anche nei casi peggiori, la traccia rimane laddove questa ispirazione ha scavato una via per sfogarsi. Limitare, costringere e irregimentare le possibilità dell’arte non è solo svilente, bensì anche un drastico attacco alla bellezza e alla verità.

I pregiudizi sono etichette utili da incollare alle esperienze della vita per non affaticarsi nella ricerca di un senso che leghi i singoli eventi. Sono contenitori di plastica opachi, e non trasparenti, entro cui si possono inserire le informazioni. Una volta versati in essi, ecco che il contenuto pian piano perde i suoi connotati originali e con questi ciò che di più prezioso possedeva. La letteratura, come tutte le altre discipline artistiche e scientifiche, demanda apertura mentale. I pregiudizi, i bias e le prese di posizione aprioristiche non sono ben viste. Non perché siano sbagliati, non solo, ma perché costruiscono un muro attorno all’innata capacità umana di riflettere. Svalutare lo stile comico è deleterio così come lo è arroccarsi su posizioni elitarie che vorrebbero distinguere con un taglio netto di machete la “letteratura alta” dalla “letteratura popolare” o di bassa lega. Non tutto è uguale a tutto, sia ben chiaro, ma ciò non significa che creare una ristretta cerchia di pochi eletti da venerare sia un atteggiamento sano. Ogni opera deve avere la possibilità di esprimersi. Deve poter comunicare con i suoi destinatari. Al di là del genere in cui si incasella. Al di là dello stile usato e delle influenze che ne hanno determinato la stesura. È come affermare che non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio. È buon senso affermare che, sebbene esistano persone dai comportamenti riprovevoli, non tutti gli esseri umani siano brutte copie da cestinare. Allo stesso modo, è ragionevole sostenere che, sebbene esistano generi che presentano opere dal gusto e la qualità discutibili, non tutti gli esponenti di questi gruppi siano da cancellare in pieno stile damnatio memoriae. Questo significa che sì, alcuni romanzi rosa possono essere interessanti, ricchi di spunti e piacevoli intellettualmente, alcune storie horror possono intrigare e intrattenere in maniera godibile e stimolante e che una tragedia condita di ideali magnifici e uno stile impeccabile possa annoiare e ammorbare come la coda prima di un’attrazione nei parchi a tema. Non è possibile giudicare il valore di un lavoro prima di averlo conosciuto e ragionare seguendo schemi triti e ritriti, vetusti e francamente superati. Non fa bene a nessuno. Ecco perché, in buona misura, il processo creativo dovrebbe essere disinteressato e sciolto da qualsiasi obbligo strumentale. Anche da quello puramente didattico, morale o civile.

In un’offerta letteraria come quella d’oggigiorno, dove a volte si fa fatica a trovare un’opera che sia stimolante senza passare per la seriosità, trovarsi tra le mani Arsene Lupin contro Herlock Sholmes è un toccasana singolare. Il volume raccoglie due storie scritte da Maurice Leblanc, creatore del personaggio fittizio di Arsene Lupin, nelle quali il celeberrimo ladro gentiluomo deve fare i conti con l’arrivo in Francia del pluri-acclamato investigatore inglese Herlock Sholmes. Inutile dirlo, questo burbero e saccente individuo altri non è che lo Sherlock Holmes di Doyle, eppure, la penna di Leblanc riesce a conferirgli un’identità tutta sua, sicuramente ispirata ai lavori del collega britannico, ma non piatta e monocorde. Le due avventure che vedono coinvolti questi pilastri della letteratura mondiale sono gustose e ricche di colpi di scena. Il dettato è arioso quando serve e più frammentato nelle scene maggiormente concitate. La lettura è agevole e scorrevole. L’intento viene raggiunto in scioltezza: la narrazione cattura, intrattiene e diverte. Lupin è, al solito, un inguaribile fanatico del buon gusto, della battuta pronta e della sagacia. Sholmes, accompagnato da un Watson-Wilson idiota e ingenuamente legato al suo collaboratore, è altrettanto arguto, sebbene il suo essere taciturno, schivo e riservato lo mostri in una luce più umana e meno onnipotente rispetto alla versione di Sir Arthur. Herlock, quando Lupin gliela fa sotto il naso, si arrabbia. Ciononostante, mantiene il savoir-faire british che lo contraddistingue. Orchestra già la mossa successiva. Pianifica il riscatto e intuisce collegamenti che solo un Pindaro dell’investigazione come lui potrebbe ordire. Wilson, immancabilmente, è una fornace di osservazioni scontate, nel migliore dei casi, e direttamente sbagliate nei peggiori. La sua abilità nell’essere superfluo è eccezionale, encomiabile. Ogni volta che qualcosa può andare storto, lui è pronto, agguerrito e disposto a dimostrarsi l’amuleto porta-sfiga più potente che ci sia. La considerazione che il suo amico gli concede è, tra l’altro, uno degli aspetti più divertenti del libro. Herlock, ogni volta che Wilson subisce un’angheria fisica o morale, ne ride maliziosamente prima di dimenticarsene. Nello schema del giallo comico di Leblanc, che non era mai riuscito a sfondare nella letteratura se non con quel personaggio che presto, come per Doyle, ne aveva offuscata la fama, la polizia parigina è abile e al contempo impacciata e imbranata, Ganimard (lo Zenigata della serie animata) subisce il fascino ambiguo della nemesi di una vita che lo porta a trattare il ladro con riverenza e timore e Lupin, elegante e rispettoso dei suoi avversari, impersona il motto “ride bene chi ride ultimo”.
Questo a dimostrazione del fatto che la letteratura può essere stimolante e divertente anche senza scomodare gli scranni dei sapienti.

Photo by Volodymyr Hryshchenko

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