Homo faber fortunae suae, ossia l’uomo è artefice del proprio destino. Quanto c’è di attendibile in questa massima? A voler essere cinici e spregiudicati, nulla. Con le lenti di un umanitarismo più bonaccione e spensierato, tutto. Cosa abbiamo imparato, noi strenui e resistenti esseri umani, dalla vita? Che la verità, quasi sempre, sta nel mezzo.
Essere artefici, quindi padroni, del proprio destino è una responsabilità grande quanto il Colosso di Rodi. Significa avvicinare granello per granello la sabbia che comporrà il vetro di una clessidra, di una bottiglia oppure del quadrante di un orologio. Agire oggi per avere un domani migliore, anche sacrificando qualcosa nell’immediato, è sinonimo e definizione di lungimiranza. Questa semplice capacità organizzativa non è scontata. È, anzi, un atteggiamento difficile da padroneggiare. Sopportare il bisogno di soddisfare nell’immediato una necessità, anche dopo averci fatto conoscenza ed essersi offerti vicendevolmente caffè e cornetto, può ripresentarsi nel soggiorno di casa con la faccia tosta di chi non è stato invitato. E, se ciò non fosse già alquanto complesso, ecco che intervengono le variabili esterne a rimescolare le carte in tavola. L’impegno, da solo, raramente basta. Lo stesso discorso vale per la fortuna, i privilegi e sostanziosi mezzi economici. Nella vita ci “si fa strada” per questo motivo: di fronte abbiamo una parete rocciosa, magari la faccia ancora non deturpata di una montagna crudele e aspra, che non si aprirà spontaneamente al nostro passaggio come le acque per Mosè. Non abbiamo il supporto di bastoni magici, animali parlanti e divinità onniscienti come i narratori dell’Ottocento. Il percorso che intraprendiamo va scavato, spesso a mani nude, nella roccia. Ciò comporta sofferenza, pazienza e una dose non trascurabile di forza di volontà. Portare sulle spalle il peso della propria libertà non è un compito da prendere alla leggera. I diritti umani sono delle conquiste ottenute con il sangue e la morte di un numero incalcolabile di persone. Dare per scontato che la nostra sia un’epoca segnata dalle comodità e dal fatto che alcuni comportamenti sono irriproducibili è sconsiderato e sinceramente offensivo nei confronti della storia. Che dir si voglia, alla nascita, ci si parerà innanzi sempre l’atavica montagna. Solo in un secondo momento, per quanto fondamentali, giungeranno in nostro soccorso gli strumenti di cui ci siamo dotati nel tempo. Questi gadjet futuristici e rassicuranti, che farebbero impallidire quel detective da cartone animato di cui non scriverò il nome per non ripetere una parola nella stessa frase – di fatto allungando il brodo in maniera piuttosto rozza e, ahimè, ai miei occhi comica – permettono di scavare più velocemente, di analizzare anche gli elementi chimici che formano le pietre che spezziamo nell’atto di ricavare il nostro spazio vitale, ma, di fatto, non cancellano l’esistenza di un Oggetto altro da sé con il quale confrontarsi.
Tutte le vite hanno un valore inestimabile ed è sciocco compiere paragoni tra le sofferenze. Tralasciamo questa passione morbosa per il dolore e la comparazione sistematica della sofferenza. Smettiamo di proporre classifiche di traumi e delitti, top ten di abusi e molestie, hit parade di tormentoni – intesi impropriamente come grandi tormenti! – nauseanti.
Quel che rimane, depurato dalle constatazioni parziali del pubblico e dai dettami pseudo-religiosi di una spettacolarizzazione barbina della psicologia, consiste nella sfida insita nell’esistenza umana. In quell’esistenza che ci accomuna e si caratterizza come esperienza collettiva e intersoggettiva, affrontata da tutti, sebbene sempre in maniera diversa e unica.
Quel che rimane, in sostanza, è la montagna in cui scavare, perché la vita non segue la direttrice dell’ascensione, bensì quella della profondità.
Io posso è un libro scritto a quattro mani da Pif e Marco Lillo. Il sottotitolo è Due donne sole contro la mafia. Esplicito, non c’è che dire, e capace di sintetizzare in nuce il contenuto del volume. Io posso non è la narrazione fantastica di fatti mai avvenuti, la descrizione saggistica di meccanismi sottesi al mondo criminale o la testimonianza diretta di vittime della mafia. È la ricostruzione, operata da due individui degni di stima e rispetto, di una vicenda reale che si protrae da più di trent’anni.
Gli obiettivi del libro sono molteplici: informare i lettori e metterli al corrente di una storia di resistenza singolare ed eccezionale, quella di Maria Rosa e Savina Pilliu, capaci di sfidare un costruttore legato alla mafia palermitana opponendo all’ingiustizia di cui erano bersagli la lotta per la propria libertà; utilizzare i ricavi del libro per risarcire le due donne da una beffa perpetrata dallo Stato (in questo specifico caso impersonato nell’Agenzia delle entrate) nei loro confronti; ricostruire e valorizzare le due palazzine oggetto della contesa.
La storia che ruota attorno a queste due donne, oltre a suscitare un vivo interesse per il suo svolgimento, apre uno spaccato sulla storia dell’Italia che va dalla fine degli anni Ottanta ai giorni nostri. Per il lettore sarà frequente, infatti, imbattersi in nomi che gli ricorderanno alcune tra le pagine più in chiaroscuro della storia recente della nazione. In un certo senso, è come se questa vicenda periferica e lontana dall’occhio mediatico nazionalpopolare non sia in grado di allontanarsi dal ciclone che ha travolto, e che continua a travolgere, tutta la penisola dello stivale. Dimostra quanto, nel piccolo, ci sia sempre un principio di generale. Nel dettaglio un indizio di universalità.
Il fatto è questo: prima o poi qualcosa accade. A tutti, nessuno escluso. Si pensa sempre che succederà agli altri. Che l’attacco a sorpresa giungerà solo a coloro che se lo saranno meritato o agli individui impreparati. Eppure, la realtà della storia ci insegna il contrario. Non c’è un criterio identificabile con certezza in grado di spiegare e prevedere l’occorrenza di certi eventi. Quindi, bisogna essere pronti, sempre, ad affrontare le frane della montagna di cui abbiamo parlato precedentemente. Il terreno segue le leggi della natura, la terra smotta, vibra, può essere croce e delizia, rifugio e maledizione.
Le sorelle Pilliu, di fronte all’ingiustizia ingiustificata di un prepotente abituato a spadroneggiare, hanno deciso di resistere, di non piegarsi, di lottare e scavare anche quando nessuno credeva in loro. Anche quando lo Stato sembrava abbandonarle, le minacce imperversavano e le intimidazioni erano all’ordine del giorno. Per decenni hanno sostenuto il peso di una guerra impari. Hanno combattuto battaglie incerte, spesso uscendone con le ossa rotte. Ciononostante, non si sono mai arrese. La loro storia ha attirato l’attenzione di personaggi quali Pif e Marco Lillo e grazie a loro, ad oggi, è più conosciuta. Benché abbiano ragione e si stiano battendo strenuamente per ottenere il riconoscimento di fatti incontrovertibili, la sorte non le sta premiando come meriterebbero. Per motivi finanziari e giuridici difficili da riassumere in poche righe devono pagare allo stato la percentuale di un risarcimento che non hanno mai ricevuto. Sono, quindi, in debito di una prestazione di cui non hanno goduto. Oltre al danno, la beffa.
Le due sorelle sono l’emblema di un’umanità sana e propositiva che non si fa mettere i piedi in testa da coloro che credono di avere più diritti degli altri perché esercitano ingiustamente la violenza, l’estorsione e il ricatto (il pacchetto completo del pessimo negoziatore-oratore). Non solo, dimostrano anche quanto la storia di Davide e Golia sia significativa e, ancora oggi, praticabile.
Tuttavia, dopo aver letto l’ultima pagina del libro e dopo averlo riposto sulla mensola, una domanda aleggia nell’aria, densa di significato e quasi carica di tempesta. È un je accuse collettivo, generale, che non lascia spazio a compromessi e a ridimensionamenti.
Quand’è che i buoni potranno sentirsi al sicuro, confortati dalla maggioranza e dalla comunione d’intenti? Quando potranno sentirsi in compagnia, spalleggiati dai propri simili, senza il timore di incappare in un tranello, in una trappola o in una falsa pista?
C’è, come al solito, ancora tanto lavoro da fare.
Se dire “Io posso” è considerato un’usanza in città, è un po’ meno usanza, quasi un’eresia, voler dire: “No, tu non puoi!”.
Photo by Possessed Photography





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