Ogni tanto, nella vita, ci si trova di fronte a un colosso. Un colosso è, per definizione, qualcosa di immane, gigantesco e solido. Tuttavia, quel che mi preme sottolineare è che, a partire dal Colosso di Rodi, si tratta di una vista sorprendente, sensazionale e mozzafiato. Di quante esperienze nel corso dell’esistenza possiamo parlare in questi termini? A mio avviso, di poche. E, per amor del vero, credo sia meglio così.

Tralasciando la descrizione stereotipica di un momento d’estasi (le gambe che tremano, anzi, fanno Giacomo-Giacomo, il sudore che imperla la fronte, il brivido che attraversa la schiena, lo sguardo vacuo e rapito da chissà quale nuvola inferocita e tante altre castronerie letterarie) sentire il fiato che si spezza per la sorpresa è vivificante. Anche solo per ricordarci, piccoli esseri dall’ego smisurato, che non sappiamo nulla. Che, fondamentalmente, schiccheriamo atomi in giro per l’universo con la leggerezza di una novella Pippi Calzelunghe. Sappiamo abbastanza per condurre una quotidianità equilibrata e bilanciata sulla quotidianità delle altre persone, ed è un punto fermo da non sottovalutare, ciononostante il conto della spesa, per dirla con Seneca, alla fine della giornata non è mai di facile lettura, presenta equazioni bizzarre dalla dubbia interpretazione. E fissiamo questi scontrini, questi post-it, senza capacitarci del fatto che, ohimè, li abbiamo scritti proprio con queste manine di pastafrolla, burro, marmellata e un sacco d’altre cose dolci.
Senza abbassare troppo il tono della conversazione possiamo esplorare lo spunto che ha portato a tutto questo, ossia la conclusione del Ciclo della Fondazione di Isaac Asimov. Conclusione che, a conti fatti, non rappresenta una fine, né tantomeno una certezza, una conquista, oppure l’avvistamento della linea del traguardo. È una fine esclusivamente materiale, concreta e pragmatica. È il punto e poi la pagina bianca. I titoli di coda, anche detti Indice dell’opera in questo caso, e quarta di copertina. Evitando di svelare l’intreccio che accompagna il lettore nei secoli di interregno tra la fine del Primo Impero Galattico e la fondazione del Secondo, è possibile mettere in scena qualche riflessione di poco conto. Innanzitutto, ci si trova innanzi a un’opera dall’impianto geniale. È, dichiaratamente, un romanzo storico sul futuro. Ora, so bene che si grida al genio ogniqualvolta una lucertola valichi i confini del giardino di casa, ma considerati gli anni di stesura dei racconti fondativi di questo Ciclo (fine Quaranta, inizio Cinquanta), sembra degna di nota questa intuizione capace di rovesciare la prospettiva tradizionale di un intero genere narrativo. Un romanzo storico, quindi, ma non in pieno stile Ivanoe o Promessi Sposi, bensì basato su un futuro di per sé inconoscibile in quanto non ancora accaduto. Sarebbe stata un’impresa tendenziosa e complicata se fosse capitata nelle cellule grigie della quasi totalità della popolazione mondiale mentre, tra le mani di Asimov, è diventata una sfida decennale che ha generato dei frutti insospettabilmente fragranti.
L’autore tratta la vicenda come se stesse compendiando svariati manuali di storia. Si aiuta attraverso vari artifici, primo tra tutti la citazione di una supposta Enciclopedia Galattica che tratta gli eventi narrati come noi trattiamo i capitoli scolastici sui Sumeri e i Babilonesi, ed è evidente l’impegno di apparire imparziale come uno storico degno di questo nome dovrebbe essere. Anche se, amici che leggete queste frasi, sapete bene che non credo nemmeno un po’ nell’imparzialità dello storico (può essere ricercata con accanimento, ma raggiungerla è tutt’altra cosa). L’esperienza che si presenta al lettore è la seguente: di pagina in pagina si avvicendano eventi, situazioni e personaggi che sembrano tratti dalla storia di un’umanità parallela, profondamente credibile e, spesso e volentieri, visionaria. Non mi interessa evidenziare quei fattori che rendono Asimov un uomo capace di sondare gli usi e costumi di un’umanità che non ha avuto modo di conoscere (alcuni spaccati quotidiani descritti in questi libri sembrano presi da un quadretto familiare dei giorni nostri), tuttavia bisogna riconoscere l’infinita capacità d’osservazione (che ha coltivato con cura non essendo un letterato puro, qualunque cosa significhi cara Italia) che gli permette di sceneggiare senza evidenti contraddizioni un mondo che non esiste. Sì, ovviamente è quel che fa ogni autore quando scrive un libro. Narra una storia che ha luogo in un mondo inventato, anche quando si tratta di una biografia. Ciononostante, in questo caso l’obiettivo posto all’inizio era ben diverso, forse opposto. Asimov non ha cercato di delineare i contorni di una galassia favoleggiante e, alla lettera, fantascientifica, così come non ha imperniato i suoi colpi di scena sfruttando armi magiche, fasci di laser impazziti o chissà quale razza aliena dalle proprietà sorprendenti. Asimov voleva ricreare, nella mente del lettore, l’effetto di un mondo conosciuto, con il quale si aveva piena familiarità. Gli stessi personaggi interni al racconto non si dilungano eccessivamente in spiegazioni enfatiche del loro stile di vita. Proprio perché, appunto, li considerano dati di fatto e trattarli come delle incredibili novità non avrebbe fatto altro che minare le basi della sospensione dell’incredulità, retta da una coerenza ferrea e scientifica. Ma quindi, in sostanza, che succede lungo il corso della storia? Cosa colpisce particolarmente?
L’esatto meccanismo della conversazione. Ciò che manda avanti fabula e intreccio è un elemento che dovremmo imparare a riscoprire come società: l’argomentazione. Argomentazione che si prende il suo tempo, dispiegandosi per pagine intere, ma che coinvolge per il tratto particolareggiato con il quale soppesa ogni opzione, tiene in considerazione ogni evenienza, scaccia ogni possibile contraddizione o obiezione. Asimov, da furbo quale era, precede l’intuito o l’intelligenza del lettore presentando esplicitamente i possibili errori logici, o i fantomatici “buchi di trama”, sconfessandoli senza pietà. E così di pianeta in pianeta, e di arringa in arringa, si giunge alla fine di un percorso lungo migliaia di pagine e tonnellate di inchiostro. Giunti a questo punto ci si aspetterebbe una summa finale, una massima folgorante in sintonia con la brillantezza mostrata in precedenza e, forse, IL colpo di scena definitivo, da far saltare sulla sedia e mettere le mani nei capelli. La conclusione, invece, è umana-troppo-umana, sempre per rubare le parole di persone eminentemente più sagge e migliori del sottoscritto.
L’interrogativo finale, espresso magistralmente da uno sguardo preoccupato, chiude una serie che ha bisogno di tempo per essere metabolizzata. Una serie, appunto, colossale che sfida il lettore a mettere in gioco le proprie conoscenze e la propria idea di sviluppo, progresso, futuro. In sostanza, afferma un affranto ma deciso Asimov sull’orlo dell’inconoscibile (che tanto riecheggia il cosmic horror del Lovecraft più intimo), cos’è davvero l’essere umano? Quale diritto ha di governare tutto la spazio a sua disposizione, di trasformarlo seguendo le proprie necessità, inclinazioni e desideri? Come distinguere il bene del singolo da quello della moltitudine? Mai come in questo caso ha senso dire: ai posteri l’ardua sentenza.

Photo by Robynne Hu

3 risposte a “Arringhe spaziali”

  1. L’essere umano? Appetiti. Ciao. Aureliano. Un abbraccio

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  2. …dimenticavo. Poi c’è il dessert. Tu dirai, cioè? Il dessert è l’erudizione. L’ amore (sai da te quanto è usurato questo concetto, in qualsiasi ‘vocabolario’) per la bellezza, l’intelligenza, l’onestà, la giustizia, la banale esistenza pulita, ecc… che è comunque qualcosa di diverso dalla cultura (che dovrebbe essere la risposta accettabile, almeno ai primi tre bisogni della Specie: la fame, il sesso, la sicurezza)…eh! Ciao

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    1. Mi piacerebbe molto affermare di avere il diritto di consumare un frutto, una bacca, una bistecca o un’alga marina fritta per il fatto di poterne ricavare Bellezza. Oppure onestà, intelligenza e giustizia come ben dici. Mi piacerebbe e, in effetti, credo proprio che lo affermerò!

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